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16 settembre 2016

Sacro Graal o tofu: i non detti dell’innovazione sociale

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L’innovazione sociale è come il tofu: insapore, sta bene con tutto: il dolce e il salato. Una definizione certa non esiste: è come la ricerca del Sacro Graal. Coloro che pensano di averlo trovato ne danno, immancabilmente, definizioni diverse. Sono reo-confesso: ho pensato a questo quando Giacomo Giossi mi ha chiesto di intervenire nel denso e sfaccettato dibattito generato dall’articolo di Maria Dodaro sull’innovazione sociale.

Il problema della definizione di questo concetto diventato un classico passepartout – o parola-baule – è molto interessante. Maurizio Busacca ne ha fornito una completa mappatura. L’approccio sociale all’innovazione non riguarda solo il settore nonprofit, è diventato mainstream e viene applicato, indifferentemente, sia per le politiche sull’innovazione tecnologica sia per quelle dell’organizzazione culturale. Si parla di “innovazione sociale” nel campo delle politiche giovanili e in quello dell’economia degli eventi. Senza contare che “socialmente innovativo” viene considerata anche la governance pubblica che favorisce la formazione di un pulviscolo territoriale di start up e imprese private. In generale “innovazione sociale” indica una branca delle teorie del management, della gestione di iniziative pubbliche e di promozione dell’imprenditorialità intesa sia nel senso proprio di azienda, sia in quello lato ed esistenziale di intrapresa individuale, collettiva o territoriale.

Né di destra, né di sinistra

Nella “social innovation” esiste un aspetto gestionale (governance) e un aspetto ideale di automotivazione e condivisione di valori solidaristici e progressisti. Il mix, ricorda Busacca, va inteso come una manifestazione del sistema di relazioni politiche, burocratiche e persino creative di stampo “liberale”. La trasversalità del concetto, e il suo fondamentale uso neutrale, atecnico e destoricizzato è come miele per le api. Questo discorso sul management ha un analogo nel discorso politico contemporaneo: non è né di destra, né di sinistra.

Aspira a un valore universale, intangibile e consensuale. Aspira, cioè, all’evidenza, quindi all’eternità della verità. Rifugge dal conflitto e vuole dare ragione a tutti. Per questo crede, e si comporta, da egemonia. In realtà è solo unaltro modo irenico e pacificato di trattare una vita che non è affatto conciliante, né pacificata. Innovazione sociale, inoltre, coglie un aspetto importante del modo di governo contemporaneo: la mediazione tecnica che sostituisce i conflitti e i corpi intermedi, l’identificazione dell’individuo con l’impresa, la cancellazione del lavoro in quanto vendita di forza lavoro e la sua identificazione con l’impresa sociale.

Ideologia della modernità: l’impresa

Nel suo articolo Maria Dodaro ha descritto questo processo a partire dall’imprenditorializzazione del Welfare: “le regole del gioco restano sempre le stesse: leggi del mercato anche per il welfare (che resta in piedi solo per condizioni di bisogno estreme) e, quindi, arretramento dello Stato rispetto a quelli che, spogliati dalla veste di diritti sociali, restano “solo” bisogni”. I bisogni sono sempre individuali e vanno soddisfatti creando impresa. Questa impresa ha un valore sociale perché tutti potrebbero crearne una. Da qui all’identificazione del lavoratore con l’imprenditore di se stesso il passo è breve.

Su questa operazione di progressiva cancellazione del senso del “lavoro” a favore del significante “impresa” Sergio Bologna ha spiegato questa trasformazione nei termini di un’ideologia della modernità: “il lavoro non è più un’attività umana conto terzi in cambio di mezzi di sussistenza ma attività in cui l’individuo estrinseca la propria personalità, conosce meglio se stesso, è quasi un incontro mistico. Da questa ideologia nasce l’idea del lavoro come “dono” dell’individuo alla collettività, nasce la giustificazione del lavoro gratuito, malpagato. Il principio marxista che considera il lavoro il terreno primordiale sia dell’antagonismo sociale che della cooperazione tra individui, il terreno sia del conflitto che della solidarietà, viene completamente cancellato”.

L’idea per cui il lavoro è un “dono” è rafforzata dalla pratica dell’imprenditoria sociale che mette a disposizione le competenze a favore di progetti sociali, non ultimi quelli che si occupano di accoglienza, di cura alla persona, e non solo di mercato del lavoro o di politiche di avviamento all’occupazione o di riattivazione di disoccupati o (giovani) precari. Bisogna anche considerare che nel mainstream della “social innovation” viene di solito omesso un particolare non del tutto irrilevante: le politiche di outsourcing e di conto terzismo attraverso le cooperative.

Il lavoro rimosso

L’impasto quasi mai digeribile di un’attività sociale che mescola valori morali (il dono, l’altruismo, la solidarietà, e anche i convincimenti religiosi della persona) con l’attività lavorativa (contratto di lavoro, regole, salari, tutele, sindacati e conflitti) si interrompe quando si tratta di dare un valore al lavoro e un prezzo al salario. L’innovazione sociale, che pur non esclude in principio questo discorso, non riguarda quasi mai questi aspetti. Si parla dell’organizzazione dell’impresa, del suo impatto sul territorio o del suo rapporto con quell’assessore o quel presidente della Regione che ha saputo ben utilizzare i fondi europei. Mai del fatto che dentro l’innovazione sociale ci sono anche le cooperative che non pagano – o se lo fanno, lo fanno con mesi di ritardo – gli operatori. Mai che si dica che il lavoro della cooperazione sociale non è soggetto a una formazione adeguata, né al rispetto delle mansioni.

La vastità del mondo definito anche “terzo settore” contiene anche questa progressiva scomparsa della vita materiale di chi lavora, sostituita dall’enfasi su quelli che, non senza una certa ironia, sono stati definiti “startupperoi”. Persone, soprattutto “giovani” (fino ai quarant’anni, mettiamo), che hanno preso in mano la propria vita e, in un ambiente ostile a qualsiasi forma di trasformazione, si impongono come imprenditori delle idee, delle relazioni, delle nuove mediazioni.

Di cosa parliamo quando parliamo di innovazione sociale

Fino a questo momento ho manifestato solo scetticismo rispetto all’innovazione sociale. Ora vorrei tentare di storicizzare anche il mio scetticismo. In una società ridotta a specchio dell’individualismo metodologico delle scienze sociali, della riduzione del lavoro ad attività psicologica o creativa, il significante “innovazione” ha catalizzato – anche in maniera inconscia – l’idea di una pratica del cambiamento, sia collettiva che singolare. Ha cercato, inoltre, di dare una forma ai diritti sociali in una società dove i diritti si comprano e vengono trasmessi per eredità. In una società dove la mobilità è proibitiva – nonostante le dichiarazioni di tutti i neoliberisti – parlare di innovazione significa alludere – ma non per questo praticare realmente – a un mondo dove la mobilità è efficace.

La sua restrizione al campo dell’impresa non aiuta: l’allusione a un’altra “sociabilità” si scontra infatti con le leggi del mercato e quelle della meritocrazia, considerate leggi di natura o imperativi morali tanto del soggetto, quanto delle istituzioni che promuovono queste iniziative. L’alta potenzialità della forza-lavoro, rafforzata dall’automazione e da modelli di gestione avanzati e potenzialmente a grande impatto sociale, sono ostacolati dall’idea della competizione e dalla valutazione continua delle performance.

Nell’innovazione emerge evidentemente il desiderio di cambiamento sociale, dell’istituzione di una nuova società, del potere istituente della cooperazione, ma tale desiderio viene catturato dai nuovi poteri del controllo e dell’auto-contenimento dei soggetti. Ciò che oggi conta nell’innovazione sociale è il suo non detto: è necessario trovare nuovi strumenti per cambiare se stessi e la società. Questo non può avvenire senza innovare il sistema economico e il suo sistema dei poteri.

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