Sopravvivere al teatro. Dialogo con Camilla Semino Favro

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    Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un articolo di Ivan Carozzi dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità.  Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare.

    Abbiamo rivolto le nostre domande a Camilla Semino Favro, giovane e affermata attrice di teatro. Già interprete tra gli altri di Goldoni, Ibsen e Simon Stephens, Camilla Semino Favro ha anche lavorato molto sia per il cinema che per la tv con registi come Nanni Moretti, Daniele Vicari e Francesca Comencini. Eppure nonostante una carriera già lunga dieci anni le incertezze e le insicurezze non sembrano appianarsi, anzi proprio ora si fa sentire più necessaria che mai una svolta che comprenda anche una sicurezza che sia prima di ogni altra cosa esistenziale.

    Quanti anni hai e che lavoro fai?

    Ho 32 anni e faccio l’attrice. Sono nata a Torre del Greco in provincia di Napoli, ma quando avevo 3 anni la mia famiglia si è trasferita a Genova dove sono cresciuta, diciamo che sono totalmente ligure.

    Come è partita la tua avventura nel teatro, quando hai iniziato?

    Mi sono avvicinata al teatro alle medie. A 11 anni ho iniziato a frequentare una scuola di teatro per ragazzi a Genova, che si chiamava «La quinta praticabile», e lì oltre a incontrare quelli che sarebbero stai i miei primi amici, ho ricevuto una prima fondamentale formazione teatrale fino alla fine del liceo. La mattina andavo a scuola e al pomeriggio alle prove di teatro. Verso gli ultimi anni abbiamo iniziato a provare saggi o spettacoli indipendenti pensati da noi allievi. Nel corso degli ultimi due anni di liceo sono entrata anche in una compagnia amatoriale di musical. E quindi al pomeriggio, non appena avevo finito di studiare, partivo in motorino con la mia migliore amica, che faceva danza, canto e recitazione con me, e insieme andavamo fuori Genova a provare questi musical. Facevamo Garinei e Giovannini o anche Il Re Leone e ci divertivamo come pazze.

    Una volta diplomata, per me è stato naturale fare le audizioni per entrare in accademia. Ho provato allo Stabile di Genova e a Milano alla Paolo Grassi, al Piccolo Teatro e ai Filodrammatici. Ho escluso Roma perché per me e la mia famiglia sarebbe stato troppo costoso e complicato. Ho cercato di organizzarmi bene, in maniera che fosse chiaro ai miei genitori il mio impegno e la mia dedizione. Contemporaneamente mi sono iscritta all’università, in modo da lasciarmi aperta un’alternativa.

    Avrei voluto fare Lingue o Storia dell’Arte, poi mi sono iscritta a Lettere Moderne a Genova. Avevo bisogno di corsi che potessi seguire senza frequentare. Alla fine mi hanno preso a Milano, potevo scegliere tra il Piccolo e la Paolo Grassi e ho scelto il Piccolo, anche perché non costava nulla, mentre la Paolo Grassi richiedeva una piccola quota, e dato che i miei genitori mi mantenevano a Milano, non volevo in nessun modo gravare ulteriormente. Al Piccolo è stata molto tosta, tre anni faticosi. Oggi la scuola del Piccolo è molto cambiata. Ai miei tempi gli insegnanti erano molto anziani e l’idea di insegnamento si alternava tra metodi fortemente classici e un mondo ronconiano completamente diverso. Per certi versi è stata una fortuna, ho compreso l’importanza della disciplina e mi ha dato una struttura fortissima e una base straordinaria.

    Però era una scuola molto pesante che andava a scavare in corpi e psicologie troppo giovani. E a 20 anni non è possibile avere strumenti di difesa particolarmente forti. Era una scuola competitiva e a volte metteva gli allievi uno contro l’altro.

    Lavoravamo dalla mattina alla sera, tutti i giorni, e poi la sera provavamo per conto nostro, poco spazio alla libertà e al gioco.

    È stato interessante farne parte prima che finisse, ma ci vorrebbe anche una sacrosanta via di mezzo, nello studio e nel lavoro. Ho vissuto con molta ansia e tensione, è stato doloroso, tuttavia è stata un’esperienza formativa fondamentale, attraverso la quale ho compreso il rispetto per il lavoro e il rigore.

    Rispetto alle aspettative e ai desideri, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

    A 32 anni, quasi 33, sto prendendo coscienza di quella che è stata la mia determinazione, ma anche di quella che oggi è la mia fragilità, di quello che è il mio lavoro e di come voglio che sia la mia vita. Quando ho iniziato a lavorare avevo 21 anni e non avevo alcuna consapevolezza di quello che sarebbe stato il lavoro dell’attrice, nessuno te lo dice, né quando fai una scuola amatoriale e tantomeno quando sei in un’accademia. Il teatro per me era una boccata d’aria, per quanto faticosa, dalla routine della scuola. Ed era anche un modo per stare bene, per seguire le mie passioni e chiaramente soddisfare anche il mio ego.

    Un bilancio lo sto facendo ora, anche rispondendo a queste domande. Penso che non ho più vent’anni e che ho altre necessità,vorrei un equilibrio mentale ed emotivo diverso, anche relazionale, vorrei una sorta di porto in cui tornare da ogni mio viaggio. Il mio lavoro mi ha messo di fronte ad una serie di difficoltà che ho superato con il desiderio e la forza. Ora non posso più stare dodici mesi fuori casa, prima ero felice, ora faccio molta più fatica. Andare in tre città diverse in un giorno per fare tre provini… ora vorrei riflettere, prendere tempo e crescere. E poi penso che fra dieci anni avrò ancora meno energie e necessità ancora diverse e vorrei avere la solidità per poterle assecondare.

    Camilla Semino Favro, neurosostenibilità

    Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

    Certamente, usciamo in tantissimi dalle Accademie e non c’è posto per tutti. Ho visto compagni cambiare strada, obbligati dalle condizioni di lavoro, anzi dall’assenza di lavoro. Attori bravissimi, per non dire straordinari. Perché poi le modalità con cui si viene selezionati non riguardano sempre il talento. Le amicizie o le simpatie sono spesso più determinanti del talento. È un lavoro che mette a rischio il tuo equilibrio psicofisico. Io vorrei lavorare per migliorare la mia qualità della vita e anche per crescere e oggi questo non succede. Magari si lavora per anni, anche in teatri importanti, ma la tua paga non è detto che aumenti, anzi.

    
E il cinema?

    Il cinema o la televisione sono un’alternativa e una possibilità, ma serve trovare un’agenzia e i canoni di alcune agenzie sono più legati all’aspetto fisico che al talento. Poi sarebbe utile avere un ufficio stampa che organizzi i social e le interviste, e io non ce l’ho mai avuto. Il mio primo lavoro è stata una serie Rai. Forse se avessi avuto un ufficio stampa dieci anni fa, oggi sarei in un’altra posizione. Ma a quel tempo lo ritenevo inutile e poi aveva un costo che per me era insostenibile. Poi non è che ne sono certa, ma amen. A un certo punto è come se fossimo costretti a imparare, a dare forma a un altro lavoro che non è quello della recitazione, ma che riguarda più i tempi in cui viviamo.

    Che tipo di lavoro?

    Diciamo che è un lavoro che riguarda la consapevolezza che oggi l’attore teatrale è un mestiere anacronistico. Al tempo dei social, di Netflix e mille altri consumi che riducono drasticamente la soglia d’attenzione, quattro ore di spettacolo teatrale possono mandare in crisi un pubblico che a malapena tollera due ore di film. Stiamo mantenendo in vita un’arte sempre più minoritaria e per farlo bisogna saper muoversi come in una giungla, trovando nella contaminazione un modo etico e giusto per portare avanti la propria idea di recitazione teatrale. Anche se sei bravo, non è detto che il lavoro ti venga a bussare alla porta.

    Ci sono troppi fattori più forti di noi e del nostro talento. Un regista molto importante mi disse che se sei un bravo attore o una brava attrice e non lavori, allora bisogna porsi delle domande su noi stessi e sul proprio modo di lavorare e non accusare sempre l’ingiusto ingranaggio cinematografico e teatrale.

    Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

    Ora sono un po’ sfiduciata, vorrei avere stabilità. Forse vorrei avere dei figli, ma significherebbe sacrificare molto della mia carriera. Se sei un’attrice di teatro e fai due figli, la carriera la devi mettere da parte almeno per un po’. E poi se stai con un attore è ancora più difficile, si guadagna meno e si lotta ancora di più. Se ora fossi incinta per me sarebbe un dramma, oppure magari no, ma al momento tengo molto al mio lavoro. Vorrei avere relazioni amicali e d’amore stabili, che siano davvero una casa dove tornare, dove ritrovarmi. Ho bisogno di trovare persone con cui confrontarmi, magari persone fuori dal mio ambiente, cosa che oggi per me è praticamente impossibile. Spero di raggiungere un equilibrio che mi renda più forte. Oggi mi sento manovrata dal mio lavoro e non voglio più che il mio benessere dipenda dal lavoro.

    Il giocatore di Fëdor Dostoevski, regia e adattamento di Vitaliano Trevisan

    Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

    Non so se esista una strategia o una via d’uscita. Ne discuto parecchio insieme ai miei amici e ai miei colleghi. Gli attori della mia generazione stanno in un’età di passaggio. Bisogna contaminarsi, accettare di fare cinema e teatro, non fossilizzarsi, perché le cose possono cambiare repentinamente anche per chi ora può dire di avere ottenuto successo. Ma sono tutti movimenti molto fragili. Io ho fatto per dieci anni cose bellissime, che mi sono piaciute molto e ora sono ferma perché la qualità delle mie giornate deve migliorare. Voglio prendere decisioni più chiare e rischiose, magari non accetterò tutto come ho fatto fino a oggi e rischierò di avere mesi vuoti. È importante essere forti, facendo scelte eticamente giuste, ma anche razionali. Devo riuscire a capire come legare la disciplina e il gioco, l’emotività. Fare in modo che la mia vita non venga soffocata dal lavoro, ma che sia un unico respiro.

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