Chi perde tempo, guadagna spazio. Intervista a Francesco Careri

L’associazione Jazzi si occupa dell’abitare la natura e del recupero dei percorsi lenti. Nella nostra ricerca abbiamo incontrato il lavoro di “Walkscapes” che ci sembra un ottimo spunto di ricerca e riflessione. Ne parliamo con l’autore, Francesco Careri, docente di Arti Civiche all’Università di Roma Tre. Dalla biografia si evince che la tua è una formazione in studi architettonici. Come inizi ad occuparti del camminare?

Il camminare entra nella riflessione sottraendo spazio all’oggetto architettonico. È stato un lungo percorso. Nella mia tesi di laurea volevo provare a non aggiungere niente alla periferia romana. Avevo scelto uno strano luogo che passava sotto al Grande Raccordo Anulare e volevo farne un suolo, un luogo per il cammino, un vuoto in cui stare, ma senza tuttavia chiamarlo “parco”. Volevo che fosse semplicemente un percorso, uno spazio dell’andare che ci portava a leggere le nuove bellezze della città, o meglio della periferia romana. Era un luogo inclusivo ed eterogeneo, c’erano fabbriche abbandonate, rivenditori di auto usate, parcheggi, casette abusive, le rive del Tevere.  Volevo trovare il modo di farle leggere e vivere senza farle diventare un disegno del paesaggio. Insomma era un primo tentativo di proporre un altro punto di vista sulla realtà. Era un modo per osservare con altri occhi, ma allo stesso tempo, permetteva di essere presente lì, nei luoghi. In quegli anni con il gruppo Stalker abbiamo cominciato a camminare e a fare delle esperienze di derive urbane di alcuni giorni perdendoci nella città, tra i Territori Attuali, come li avevamo definiti nel nostro Manifesto. Dal 1995 abbiamo cominciato a camminare in moltissime città e non abbiamo mai smesso. È proprio da quelle esperienze che è nato Walkscapes. Avevo vinto la borsa di dottorato è ho deciso di provare a fare una genealogia del nostro lavoro, scoprendo che prima dei situazionisti, che già conoscevamo, i dadaisti, poi i surrealisti, e poi tanti altri artisti fino agli anni settanta, avevano già utilizzato la pratica del camminare come pratica estetica e che noi la stavamo recuperando, reinterpretando, reinventando, in qualche modo riadattandola ai nuovi spazi che si aprivano negli anni ‘90. Ci rendevamo conto di essere giunti alla consapevolezza di non voler più aggiungere qualcosa al mondo, che il mondo era già tanto costruito, che c’erano posti incredibilmente belli e che nessuno guardava: non servivano nuovi oggetti, servivano però degli occhi nuovi per guardare. La necessità di uno sguardo nuovo era stata un obiettivo del movimento studentesco della pantera degli anni ‘90; avevamo semplicemente deciso di attuarlo.

Dopo questi anni di riflessioni, possiamo oggi ridefinire in che relazione sta il camminare con la pratica architettonica?

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