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11 Gennaio 2019

Il silenzio necessario dell’artista nomade Riccardo Arena

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Da 5 anni cheFare cura un programma di incontri sulla trasformazione culturale al festival mantovano FattiCult (Fattidicultura). Quest’anno – dopo un incontro sui mestieri della cultura con un centinaio di ragazzi delle scuole superiori – abbiamo riunito attorno ad un tavolo tre figure eterogenee per riflettere sul rapporto tra spazi, rigenerazione urbana e cultura: l’architetta e attivista milanese Federica Verona, l’urbanista e film-maker berlinese Lorenzo Tripodi e l’artista nomade Riccardo Arena.

Perché questa scelta? Negli ultimi anni il dibattito sul senso politico, sociale e culturale della rigenerazione urbana si è fatto sempre più esteso ed approfondito. Secondo noi di cheFare è urgente iniziare a guardare ai grandi processi di trasformazione urbana anche con occhi diversi da quelli dell’urbanistica, della sociologia e dell’economia. Per questo ci siamo rivolti a tre sguardi differenti e trasversali che si interrogano sul senso dei luoghi e su come cambia questo senso al mutare della città.
Questa è la terza di una serie di brevi interviste in cui esploriamo alcuni degli aspetti toccati nei loro interventi (qui le interviste a Federica Verona e Lorenzo Tripodi).

Riccardo Arena è un artista che in oltre vent’anni di carriera ha esplorato linguaggi e strumenti diversi in lunghi progetti in Cina, Russia, Argentina, Armenia, Etiopia e Iran. Ha sviluppato un metodo di lavoro che si basa sulla raccolta e lo studio di materiali dei luoghi che forniscono poi la base di installazioni, collages, film, testi, lecture e workshop; un percorso di tessitura continua incredibilmente stratificato, contraddistinto da uno sguardo allo stesso tempo impregnato di presente e proiettato verso traiettorie di simboli.


Il tuo lavoro come artista ti ha portato in posti lontanissimi tra loro, che hai indagato con linguaggi e strumenti apparentemente molto diversi, cercando storie che li hanno attraversati o che potrebbero averlo fatto. Cosa unisce queste ricerche? Qual è il ruolo dello spazio, e quale quello dei luoghi?

Da un certo momento in poi, dopo una serie di riflessioni nate principalmente da un senso di insufficienza del mio modo di procedere nel lavoro creativo, ho cercato (per quanto possa essere apparentemente scontato) delle modalità che mi permettessero d’impiegare il mio lavoro come “strumento” per arrivare a un maggiore arricchimento, stupore e nutrimento personale; cercando, e non sempre riuscendoci appieno, di prestare attenzione alla qualità dei processi.

Come veicolo d’indagine ho scelto quello a me più affine: il viaggio. Dal 2006 mi sono dedicato alla formulazione di esperienze in differenti Paesi del mondo caratterizzate da tempi di elaborazione dilatati, i cui contenuti si manifestano e sviluppano attraverso l’ordito di ricerche ed eventi che nascono durante il procedere e le cui formalizzazioni diventano un’eventuale conseguenza del percorso, più che l’obiettivo.

“C’è sempre un evento scatenante che crea il viaggio, una scintilla di cui è ignota la provenienza, un’intuizione che dà vita a una circostanza di percorsi che procede per tentativi.”

C’è sempre un evento scatenante che crea il viaggio, una scintilla di cui è ignota la provenienza, un’intuizione che dà vita a una circostanza di percorsi che procede per tentativi. È un’impresa che si ripete, ricorsiva, che continuamente si riavvia, si mette in crisi e procede per fallimenti, ritorni, stasi e rivelazioni.

Questi percorsi hanno sempre a che fare con una ricerca e un ascolto paziente. Il materiale raccolto durante la ricerca, di qualsiasi natura sia, è esso stesso una guida che indica le successive direzioni da seguire e la sua accumulazione non imbonisce un archivio statico, ma alimenta una forma viva, dotata di forza propria, che nelle sue corrispondenze interne rivela un disegno celato. Lo scopo del viaggio quindi è il tentativo di far emergere questo disegno in latenza.

In questo senso considero il viaggio come una riscoperta, un ritrovamento di qualcosa che era già presente. Le distanze percorse nel mondo esterno hanno sempre una reciprocità nella dimensione intima. Nel viaggio cerchiamo luoghi che sono già presenti in noi, sedimentati in una zona dimenticata; e lo stupore provato nello scoprirli è la gratitudine della loro riscoperta.

Questa riscoperta si manifesta in circostanze che non possono essere determinate a priori e che hanno la necessità di tempi propri. Emergono spontaneamente attraverso stati d’animo, eventi e luoghi precisi in cui il confine che separa il mondo dal suo mistero si fa più sottile, trasparente e offre così la possibilità di scrutare per brevi momenti la sua “immagine” interna. Una visione che non ci appartiene mai veramente: possiamo solo limitarci a creare delle condizioni per accoglierla.

“Le distanze percorse nel mondo esterno hanno sempre una reciprocità nella dimensione intima.”

Il mio interesse quindi nelle diverse storie e geografie è in realtà subordinato alla ricerca delle tensioni che muovono questi elementi da “dietro le quinte”, tensioni che hanno la capacità di unire dimensioni e tempi distanti tra loro. Nonostante ogni progetto proceda da geografie ed eventi specifici che determinano i caratteri fisiognomici della narrazione, i loro contenuti più profondi cercano di trascendere le contingenze, e spesso diventano a-temporali e a-geografici.

Per questo motivo non riesco a trovare una netta demarcazione tra i concetti di spazio, luogo, paesaggio e cultura; li vedo piuttosto come fenomeni interdipendenti che si influenzano vicendevolmente, espressioni di organismo in trasformazione perpetua, le molteplici forme generate da una forza psico geologica che modella il territorio e le culture che vi abitano, donando loro senso e significato attraverso il movimento.

A Mantova hai evidenziato molto chiaramente come il paesaggio sonoro della città contemporanea sia sovraffollato, e come l’esperienza di trovarsi in un ambiente privo di rumore stia divenendo sempre più rara. Come si riflette questa condizione nella tua ricerca (non solo su quella artistica)?

A Mantova una parte del mio intervento sul tema “rigenerazione degli spazi urbani” partiva da una riflessione su quell’elemento tenuto meno in considerazione nella pianificazione e riorganizzazione degli spazi urbani, ovvero la dimensione del silenzio e l’organizzazione dei suoi luoghi.

A tal proposito avevo osservato come, a mio avviso, le chiese che costellano le città siano le uniche isole architettoniche rimaste dove il silenzio è organizzato in una maniera specifica.

Non è il silenzio delle biblioteche, imposto come una regola funzionale allo studio o quello dei parchi pubblici, che ci coinvolge nell’emotività delle stagioni, né quello delle gallerie e musei dove potremmo addirittura imbatterci nel silenzio concettualizzato ed estetizzato delle riflessioni di Duchamp e Cage. E nemmeno il silenzio per raggiungere la reintegrazione dissolutiva attraverso il Satori nei templi orientali presenti nelle città occidentali, dove per accedere bisogna passare da tesseramenti, quote d’iscrizione e appuntamenti da incastrare settimanalmente.

“Le chiese che costellano le città sono le uniche isole architettoniche rimaste dove il silenzio è organizzato in una maniera specifica.”

Se facciamo lo sforzo di spogliare l’architettura delle chiese da tutte le componenti liturgiche che gravano sul nostro immaginario (uno sforzo difficile, in quanto tra tutte le istituzioni religiose, il cattolicesimo sembrerebbe l’istituzione più respingente) quello che rimane è un luogo dagli spazi generosi, dai soffitti alti e sopportabili, un ambiente solitamente pulito con una penombra carezzevole, accessibile durante la maggior parte del giorno e soprattutto gratuito, un luogo discreto dove poter sostare per brevi momenti senza dover necessariamente “fare” e in cui avere la possibilità di non dover “essere” senza fornire giustificazioni di sorta.

In tutti questi aspetti riconosco l’unicità del silenzio delle chiese. Uno spazio di sottrazione attiva e anonima dall’incombenza del dover giustificare il nostro operato di fronte a un’entità a noi ignota, dalla sovrastimolazione percettiva dell’industria dell’immagine in cui siamo immersi e dalla maschera sociale che gioco forza siamo costretti a indossare, così aderente che ci porta in molti casi a identificarci con essa. Tendo a credere che senza un’educazione al valore del silenzio e senza la possibilità di accesso a spazi laici dedicati a esso, non ci possa essere neanche il tempo qualitativo per assorbire, filtrare e soprattutto essere nutriti da tutti quegli stimoli percettivi, relazionali e produttivi in cui siamo costantemente coinvolti sia come parte attiva che passiva.

Per rispondere infine alla tua domanda, credo che l’importanza di momenti di quiete e silenzio attivo non siano solamente una premessa necessaria alla mia attività artistica, ma un presupposto fondamentale a qualsiasi attività di ogni individuo. Un bene che ora più che mai dovrebbe essere considerato di prima necessità nel ripensare gli spazi urbani che abitiamo, e istituzionalizzandolo come un valore al pari di altri, avremmo forse la possibilità di alleviare quel timore che ci porta a riempire in maniera ossessiva ogni spazio del nostro quotidiano lasciato vuoto.

 

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