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6 Giugno 2017

Io, Superman, il re della mediocrazia

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Un uomo apre gli occhi, trascorso il sonno prima muto poi chiaroveggente, e ciò che vede è una falce di luce che taglia lo spazio. La città è subito dietro quel raggio, pietra, vetro, acciao e asfalto, un sistema complesso che ha confini ottici cangianti, entro cui si muovono energie in parte visibili e in parte sommerse. Ma ciò che gli è possibile notare, osservare con i suoi occhi, gli interessa sempre molto poco.

Il vento che martella i rami degli alberi mentre un uomo se ne distanzia passeggiando, è un fatto che quell’uomo nota e che per lo più passa inosservato, sebbene contenga tutto il mistero del creazione. Non è nuovo, non è sociale, non è spettacolare, e ha una dinamica causa effetto riconoscibile attraverso i sensi, anche per chi non si sa che i fenomeni metereologici sono prodotti dalle radiazioni del sole.

Ma è lì troppo puro e accade sia che quell’uomo lo noti o che lo lasci in penombra. E tanto basta: non finirà mai sulle prime pagine dei giornali a meno che qualche celebrità non smaterializzi il vento, e l’albero, con un selfie in direzione oblio.

«Più l’uomo è piccolo e miserabile più prova un forte desiderio di possedere poteri sovrumani» Marshall McLuhan

Trascorso questo attimo fugace in cui ogni uomo è simile all’embrione nel liquido amniotico, solo, biologico e nudo, ecco che nella sua mente, in pochi attimi, evaporano la dimensione pacificata del sonno, quella onirica del dormiveglia, e in lui si fa strada, come una fortezza inespugnabile, la grande macchina mondiale chiamata società.

È come ingerire un chip, una scheda di rete, che anima quell’uomo come animale sociale, attivando miliardi di centri pulsionali. Il lavoro. La politica. L’economia. L’istruzione. La produzione. Lo stato. La famiglia. Tutti in correlazione. Cos’è il mondo grande e terribile? E soprattutto, come starci dentro? Come interpretarlo? Che tipo di responsabilità comune investe ogni singola scelta? Porsi queste domande sarebbe prova di spirito critico e consapevolezza, forse anche in eccesso: la vita è istinto, la vita è spensieratezza, la vita è sentimento, la vita è inganno, è simulazione, è opporsi alla logica, è una questione misteriosa, è interazione di forze elettromagnetiche riducendo tutto alla particelle elementari: non sempre è un sistema razionale che funziona schematicamente, ogni accadimento merita di essere analizzato nel suo singolo divenire, e quando le varianti sono troppe gli approcci scientifici, tecnologici e tecnocratici, le autopsie del senno di poi che siamo abituati a leggere, falliscono.

Ogni uomo questo lo sa, eppure se lo dimentica quando si trova a rapportarsi con la sua dimensione sociale, che è divenuta troppo vasta, obesa.

E tale obesità del mondo, le troppe informazioni che prolificano senza essere mai partorienti di una possibile decisione, implica la sparizione del mondo, che avviene attraverso un numero sempre crescente di simulacri fugaci in correlazione in un caos informativo, l’infosfera.

Il cervello umano non sopporta tale accelerazione che squaderna ogni sistema valoriale di vecchia estrazione, e cerca appigli; mentre come animale sociale è soggetto a recepire e mutarsi in base ai grandi processi di evoluzione e alle loro essenze generative. Nel romanzo Le Benevole (Einaudi, 2007) c’è un passo (pag.602) in cui si spiega come la mentalità dello sterminio e dei campi di concentramento si diffondesse ben oltre i recinti del campo per impregnare la psiche.

Per l’uomo funziona così, spesso l’abitudine è il più forte dei sensi, e lo spirito d’adattamento consiste nel plasmarsi intorno ai fenomeni della storia.

Due le inerzie del contemporaneo, due le grandi correnti metafisiche che irrorano il mondo e ne plasmano il discorso interiore, di matrice tecnologica e monetaria: A) un sistema binario, bipolare, che sottomette ogni dibattito alla logica degli estremi, pro e contro, nessuna zona grigia, estrema semplificazione del reale, estrema simulazione verso il tutto indecidibile, estrema e violenta abolizione di qualsiasi forma di rappresentazione complessa; B) l’autogenerazione del valore, weltanschauung del capitale finanziario che in un processo di perpetua agamia vede le sue cellule in autoriproduzione e proliferazione senza limiti, annullando di conseguenza i referenziali (un momento preciso: l’abolizione del sistema aureo-monetario con gli accordi di Bretton-Woods del 1944 poi sostituiti a loro volta dal sistema fluttuante che eliminava la convertibilità del dollaro in oro).

Queste le più coriacee forze metastoriche, che per osmosi, influenzano il comportamento di massa e costituiscono lo spirito del tempo, traducibili in fenomeni molto pregnanti come il rifiuto dell’individuo per qualunque forma di complessità e senso di responsabilità dell’agire collettivo, e l’ipseità liberata, sottratta dopo secoli a qualsiasi logica del senso e dei valori, dei saperi e dei canoni storici che la tediava, obbligando la coscienza a scambiarsi con dei referenziali: la conseguenza di tale liberazione è la attitudine all’autogenerazione del sé, secondo il ventaglio di meccanismi e di modelli dominanti che partecipano al grande gioco del mondo simulato: in quest’ottica, funzione esemplare di strumento individuale di creazione, ornamento, costruzione e interpretazione di identità, la svolgono i social network, vere agenzie di stampa dell’io, luogo magico dove ciascun individuo può mettere in pratica tutte i propri rudimenti di marketing individuale e mettere in scena, più o meno consapevolmente in caso di utilizzo deteriore, caratteristiche come ipseità autarchica e arroganza epistemica.

Sono quindi aboliti gli immaginari e i discorsi collettivi, sostituiti da miriadi di discorsi individuali contraddistinti da asimmetrie cognitive incolmabili. Miriadi di profeti, crazy prophets, senza uditorio sotto le mura di Gerusalemme, come in Brian di Nazareth dei Monty Python.

In quest’ottica, nella capacità di descrivere il contemporaneo con un discorso razionale (finché possibile) e fornire una base teorica efficace, merita di certo attenzione il volume Mediocrazia (Neri Pozza, 2017) di Alain Deneault, canadese. Grande ed efficace sforzo di comprensione e razionalizzazione il suo: perché Deneault non accetta in toto la suddetta idea di un mondo simulato in cui l’uomo può solo (tranne che per alcune eccezioni) recitare il ruolo di macchina delle macchine e si deve rassegnare a riscoprirsi apparato irrimediabilmente assoggettato ai grandi apparati di organizzazione sociale da lui stesso creati, perché questo significherebbe arrendersi, rinunciare a ogni istanza di insurrezione, e partecipare da disillusi al gioco del non cambiamento.

Deneault si concentra, quindi, sul funzionamento delle grandi istituzioni elitarie che producono il pensiero comune nel mondo moderno, focalizzandosi sui meccanismi di funzionamento interno che trascendono i settori che probabilmente conosce meglio: ovvero A) il mondo accademico, B) le istituzioni economiche e C) l’alta cultura artistica. E tuttavia le conclusioni a cui giunge descrivono totem sociali che non si muovono secondo gli scopi originari e più virtuosi, ovvero incidere sull’organizzazione della società fornendo rispettivamente sapere a scopo migliorativo, modalità di governo delle risorse in vista del bene collettivo e rielaborazione delle forme (materiali o astratte, attraverso qualsiasi modalità espressiva) secondo un principio di scoperta o creazione di bellezza; ma rigenerandosi in piena autarchia secondo criteri autoreferenziali di autoconservazione nel tempo, di perpetuazione delle posizioni interne di privilegio e mantenimento dello status sociale ed economico, oltre che di cristallizzazione delle possibili energie innovative (se virtuose). Come? Fagocitando e introiettando lentamente le cospicue forze (la maggioranza) già predisposte a lasciarsi corrompere, perché aspiranti alla mimesi con i sistemi egemoni.

Viene da chiedersi: in cos’altro consiste, tutto ciò, se non una descrizione meno apocalittica e più riflessiva del concetto di mondo simulato?

A forgiare la mentalità della mediocrazia, secondo Deneault, interviene proprio lo spirito del denaro ormai incoronato dall’uomo (più o meno consapevolmente) al rango di metafisica, a istanza superiore: in tutte le proprie accezioni (privilegio del censo, smania di successo economico, sacralizzazione del concetto di mercato), tale metafisica si fa sempre più coscienza, attimo dopo attimo; si fa genetica, si fa biologia, e diviene universale egemonico e interclassista: ecco perché diviene un’impresa semplice e naturale, per le élite che partecipano al dibattito pubblico, interpretare il mondo secondo una scala di posizioni che evolvono dalla sinistra liberale alla destra, ponendo come supernova il mito del mercato, e senza tuttavia essere mai in grado di ridiscutere e affrontare criticamente tale zavorra liberal.

Scrive Deneault: “Da sinistra verso destra si può essere: libertari – liberal – liberali all’europea – neoliberali – ultraliberali – libertariani. I primi vedranno nella libertà la possibilità di un’emancipazione dalle strutture pubbliche ereditate dalla storia patriarcale borghese radicata in Occidente; così pure i secondi, ma in maniera integrata alle istituzioni ideologiche considerate indispensabili. I terzi nella lista concioneranno sulle virtù della libertà, in uno scrupolo d’idealismo che corre un rischio calcolato rispetto alle sfide pratiche dell’epoca. Quanto ai neo – e agli ultraliberali, non storceranno il naso nell’ammettere a vario titolo che la libertà concorre inevitabilmente allo sviluppo di forme di dominazione strutturale degli uni sugli altri, fenomeno che verrà considerato necessario”.

La mediocrazia è appunto l’azione umana regolata dal principio economico, d’opportunità, di conservazione. È il produttivismo finalizzato all’accumulazione, è l’abbandono delle proprie convinzioni nel nome del produttivismo, ed è quindi l’assenza di convinzioni proprie, ovvero l’irresponsabilità: “Se il cittadino comune, il pensatore e lo scienziato non trovano una ragione per ritenersi qualcosa di più del semplice ingranaggio di una gigantesca macchina, allora la macchina raggiunge un’aura trionfale grazie al recupero di tutta la forza lavoro che in tal modo viene messa a sua disposizione”.

È dialogare con pensiero passivo e acritico rispetto alle clamorose storture del sistema economico-finanziario (software che muovono enormi cifre e ondulazioni di mercato provocando ricadute sull’economia reale, credibilità della teoria del trickle-down ovvero dello sgocciolamento economico dall’alto verso il basso secondo cui l’accumulo dei più ricchi ricade sul resto della comunità, salvataggi pubblici di imprese private).

Mediocrazia è rifiutare, se non a livello di puro enunciato o slogan, l’idea di qualsiasi riorganizzazione sistemica che possa assecondare una reale politica di ridistribuzione delle risorse. Ed è, soprattutto, l’accettazione di un “tono” nel discorso pubblico, che prevede il costante e indispensabile riferimento ad alcuni concetti già collaudati: attenersi alle nozioni di sicurezza dello Stato o del contratto sociale così come sono state stabilite dalla tradizione, piuttosto che riprendere e fare proprie le considerazioni sulfuree di pensatori come Louise Michel o Herbert Marcuse.

Dunque, prendere in considerazione i problemi rispetto a ciò che il mondo dovrebbe preferibilmente essere (privilegiare pertanto le nozioni piuttosto astratte di norme, di giustizia e di etica della comunicazione), piuttosto che gettare le basi di una riflessione concettuale e circostanziata su ciò che il mondo sta diventando (oligarchia, plutocrazia o totalitarismo finanziario).

In generale dove trova megafono tale spirito del tempo che altrimenti non saprebbe dove collocarsi e dove autorappresentarsi? Neanche a dirlo, nei media.

Ormai non è contestabile: nella nuova conformazione del mondo occidentale capitalistico le concentrazioni economiche occupano l’intero orizzonte sociale rappresentato e quindi i mezzi per falsificare l’insieme della produzione e della percezione (lavoro, istruzione, formazione, politica, rappresentazione mediatica del mondo), secondo modalità lobbistiche divenute prassi comunemente accettate; i contrasti, quando esistono, sono contrasti tra gruppi alternativi; le commistioni sono perennemente mostrate e negate, perché queste sono le regole del gioco.

“Il gioco, termine decisamente eufemistico, rimanda in realtà a un sistema politico alternativo, mal strutturato, indicibile persino presso coloro che lo instaurano, arbitrario, imprevedibile e, beninteso, assolutamente antidemocratico.La democrazia consisterebbe nel poter comunemente riflettere sulle regole, sulla loro fondatezza, sul loro rigore… Il malvivente esperto, cioè il nostro modello, si colloca in un primo tempo in rapporto a un sistema legislativo psicotico, l’unico che conosce, quello dei rapporti di forza che è in grado di stabilire. Le regole formali (leggi, regolamenti, protocolli…) continuano a esistere, naturalmente, ma solo per essere beffate o strumentalizzate da lontano”.

Sono i media lo spazio fisico che il punto di vista dominante utilizza per essere immagine compatta del mondo, per erigersi a fenomeno fisico eternamente osservabile, a finestra privilegiata sulla realtà, a occhio meccanico che stabilisce giorno dopo giorno i focus del dibattito e le aree di attenzione su cui può e deve impegnare la mente l’uomo spettacolarizzato. Può sembrare strano che i media tradizionali e i suoi giullari occupino ancora, in questo quadro, il ruolo di megafono dotato di autorevolezza, ma la spiegazione semplice è che non è più l’autorevolezza la cifra di riferimento, ma la presenza, la fama, la visibilità. A quello si aspira, com’è logico, a farsi notare nella piazza affollata.

La mediocrazia inietta le sue radici sugose nello pseudo-ambiente teorizzato da Walter Lippmann quasi un secolo fa, poi evolutosi in società dello spettacolo poi evolutasi in spettacolo integrato e spettacolarizzato, dove ciascuno di noi è al contempo, in potenza, show e spettatore.

Sono i media il luogo in cui si manifesta il mondo realmente rovesciato. Un mondo a cui è ammesso solo chi vi aspira profondamente. “Per coloro che vi si sono sottomessi, per coloro che ci stanno, il gioco si riduce a lubrificare i loro rapporti con quelli che lo instaurano arbitrariamente.

Una volta entrati in un labirinto di costrizioni spesso sconcertante, cercano di prendere le distanze il meno possibile, per non esporsi alle sanzioni dei colleghi o di chi esercita l’autorità. Tutt’al più possono trarsi d’impaccio, conquistare il proprio posto in una congiuntura più grande di loro e restarci, conformandosi a quanto ci si aspetta dal loro ruolo: stare al gioco ma anche riprodurlo alla propria maniera, attribuendosene una parte, consolidare quelle che si ritengono essere le proprie regole e trovare altri da assoggettare o da eludere, per segnare punti e progredire.

I mediocri vi si prestano tranquillamente; il loro cruccio è soprattutto quello di evitare che li si faccia uscire dal gioco. E quelli che ritengono di averne compreso bene il meccanismo ne traggono profonda soddisfazione. Sono i caratteri forti, e il loro approccio strategico, talvolta bellicoso, mette chiaramente fuori gioco il pensiero disinteressato. La loro supremazia sta a indicare in maniera evidente la morte sociale del pensiero”.

La rappresentazione del mondo nel dibattito pubblico ufficiale, totalmente alienato dalla realtà e spostato nell’ologramma mediatico, in altre parole, deve coincidere sempre con un idea elementare in cui non esistono secondo fini, menzogne, interessi particolari, utilizzo strumentale delle macchine istituzionali; o per meglio dire, deve sempre oscillare tra questa immagine da manuale di educazione civica e la sua negazione parodistica e improbabile, che avviene di fatto attraverso un gioco di contrappesi: è così che si concretizza il reclutamento di alcune figure pagliaccesche, provocatorie, che hanno la funzione segreta di affermare e perpetuare alcuni punti cardinali dello spettacolare integrato: il falso indiscutibile e l’eterno presente.

L’Italia in questo ambito si può senza alcun dubbio considerare un vero e proprio laboratorio avanguardistico dello spettacolare integrato e dei suoi fenomeni in costante evoluzione. Basti pensare a figure apparentemente e sedicenti antisistemiche come Diego Fusaro, che citiamo non perché sia minimamente significativo come creatore di opinione pubblica (nessuno lo è più ormai in virtù della scomparsa dell’opinione pubblica cui segue l’esaurimento della sua funzione), ma perché è archetipico come “utile idiota”, come ingranaggio lubrificante della macchina simulazione.

Lo spettacolo integrato cerca sempre figure a cui far ricoprire la carca di “maledetti antisistema” purché il loro messaggio sia idiota, sia linfa del falso indiscutibile, sia depistante, affinché fingendo un ampio ventaglio di posizioni differenti sia simulata la varietà democratica.

Le tesi più estreme, complottiste e veteromarxiste riescono meglio di qualsiasi discorso a favore, nel compito di potenziare indirettamente la credibilità dello status quo con tutte le sue contraddizioni: “Passa dunque per normale – facendosi forza di quanto l’epiteto può avere di intimidatorio nelle sue insindacabili appartenenze – tutto quello che i poteri costituiti presentano come tale: il razzismo di Stato, la brutalità della polizia, la precarietà del lavoro, la sovranità plenipotenziaria delle banche, l’autonomia delle multinazionali attraverso le loro filiali, il disprezzo della cultura, la trivialità della politica, la dipendenza dal petrolio e dal nucleare, così come la coabitazione di istanze contrarie mascherate da «sintesi».

Per qualsiasi utile idiota, il premio arriva sottoforma di popolarità(?), di partecipazioni ai convegni, di nutrimento dell’ego, di gettoni di presenza, e talvolta (punto molto più grave se vogliamo essere romantici) con la cooptazione in centri nevralgici del sapere un tempo contraddistinti come diffusori di vera cultura e di vero pensiero critico; il tutto, nel nome, ancora una volta, di una goffa interpretazione dei principi di mercato (l’interscambio tra televisione ed editoria è ancora tra le fortezze di cartongesso della mediocrazia).

I depistaggi dalle questioni più sostanziali, così, trovano sempre terreno fertile: “L’asse politico destra-sinistra si trova talmente spostato verso la legge del più forte che per darsi un’aura di resistenza basta mostrarsi moderatamente liberale.

Tutt’al più si lotta per le pari opportunità, lasciando intatta la struttura del regime. I liberali-ma-di-sinistra non considerano dunque mai il divenire collettivo come una priorità: le politiche monetarie, il culto del denaro, il mito del successo personale, la frenesia consumistica e un beato patriottismo passano per il ritornello della vita politica, un ritornello che si continua a canticchiare aggiungendo qualche strofa sui diritti individuali. Contano soltanto le interazioni tra individui, rivestite e gestite da una simbologia dei privilegi che domina su tutto e su tutti, e soltanto quest’ultima diventa oggetto di critica.

Ci si preoccupa delle istituzioni politiche e sociali soltanto affinché integrino gli individui secondo i criteri intersezionali di età, razza, nazionalità, sesso, orientamento sessuale, e l’appartenenza a una di queste categorie sociali si sostituirà eventualmente agli antichi principi di legittimità”. Un esempio tra tutti, lo spazio crescente che i media riservano al femminismo d’accatto ( la rivendicazione delle donne sul ruolo della donna nella società e il discorso sulla violenza è diventata ormai una posa ambientale progressista alquanto efficace quanto immancabile nell’industria di produzione culturale), che lungi dall’indagare seriamente e con costrutto una questione che ha le propri radici nell’incapacità di crescita e miglioramento del divenire collettivo, nelle disuguaglianze sociali, nel tritacarne del fallimento economico, nell’arretratezza di ampie zone di sottosviluppo sociale e culturale, è trattato sempre come unicità separata dal contesto, come deus ex-machina: talvolta, incredibilmente, è posto in rapporto causa-effetto (è successo in interventi di sedicenti intellettuali della corte dei miracoli) a motivazioni di ordine biologico, lombrosianamente. Pieno medioevo.

E allo spettatore cittadino cosa resta? Politicamente, si è detto, l’individuo può partecipare al gioco simulato e avallare più o meno consapevolmente e maggiore o minore convinzione la macchina finzionale del centrismo liberal ma di sinistra dove la commistione stato-economia è più solida; può disinteressarsi completamente della vita pubblica; può riporre speranze in movimenti outsider organizzati dall’alto secondo istanze schizofreniche che intingono a piene mani nelle retoriche tipiche dei movimenti dal basso, totalmente incapaci anche soltanto di concepire l’idea di un divenire collettivo per manifesti limiti culturali, e con l’obiettivo massimo di accelerare un ricambio di uomini e lobby nella grande macchina della simulazione. Infine, si può aderire a qualche movimento di destra estrema che, in continuità con la tradizione, idealizzerà un idea di popolo racchiudendolo “in una rappresentazione sclerotizzata in cui possa specchiarsi, considerando questa immagine deforme e semplicistica come la propria essenza, e prendendo tutto ciò che la contraddice come un’avversità da scacciare dalla scena pubblica (nella storia l’ebreo, l’arabo, il nero, il gay o qualunque altra figura non corrispondente all’idea del oggetto unificato”).

A livello individuale, invece, come accennato più in alto, la soluzione più semplice è la costruzione di un’identità virtuale/reale da reiterare attraverso i social e nei contesti sociali di riferimento, assorbendo e reiterando tutti i comportamenti sociali percepiti come di successo.

L’ipseità e l’arroganza epistemica (la tendenza a sopravvalutare ciò che si sa rispetto a ciò che non si sa, e a costruirsi verità assolute su tali povere fondamenta), concetti ben espressi da Nassim Nicholas Taleb nel suo Il Cigno nero (ilSaggiatore, 2014), sono le assi portanti di questo rifugiarsi in apparenti identità forti e strutturate ma paradossalmente del tutto reticenti al pensiero critico autonomo.

La mediocrazia per l’appunto, la medietà, che Marshall McLuhan assimilava alla figura di Superman: “Superman segna l’abdicazione all’uso del pensiero. Sotto l’aspetto eroico, ne dà conto attraverso il suo carattere unilaterale, il suo ridurre la giustizia a una semplice questione di forza e la pretesa di possedere, senza istruzione né esperienza, una «comprensione perfetta di tutte le cose».

L’impazienza che dimostra «di fronte ai processi lunghi e tortuosi della vita civile» e la sua pronunciata inclinazione per le «soluzioni violente» sono anch’esse aspetti sintomatici della sua vanità. Sotto l’aspetto di borghese fallito, riflette «la sconfitta psicologica dell’uomo tecnologico».

E così si giunge all’eterno presente. Milioni di Superman dall’identità predefinita ma privi di pensiero autonomo, ogni giorno si lasciano condizionare pavlovianamente dall’agenda setting e dalle priorità tematiche prodotte dai dispositivi culturali ed ideologici sui temi sui quali bisogna esprimersi, con l’esito di perpetuare giorno dopo un giorno un mondo senza finalità e senza memoria. Come se si volesse disegnare sulla superficie dell’acqua, ogni immagine cancella immediatamente quella precedente.

A prova di questo, massima ironia dell’assenza di memoria, è il gioco combinatorio delle giornate mondiali della memoria, una al giorno, forse anche più di una, affinché nulla si salvi dalla fagocitazione simulatoria. L’habitat in technicolor dei milioni di Superman che non sanno nemmeno volare.

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