L’italiano cambia, ma questo è un bene

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


    Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

    image_pdfimage_print

    Pubblichiamo una sintesi della ricerca a cura di LaRiCA – Laboratorio di Ricerca sulla Comunicazione Avanzata, Università degli studi di Urbino Carlo Bo, presentata in occasione del Festival del giornalismo culturale 2021.

    Il team di ricerca è composto da Lella Mazzoli (Direttrice dell’Istituto per la Formazione al Giornalismo di Urbino e direttrice della ricerca), Stefania Antonioni (professoressa Associata Cinema, Fotografia e Televisione), Roberta Bartoletti (professoressa Ordinaria Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi), Giovanni Boccia Artieri (professore ordinario di Sociologia della comunicazione e dei media digitali), Gea Ducci (professoressa Associata Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi), Fabio Giglietto (professore associato presso il Dipartimento di Scienze della Comunicazione).

    Sette interviste in profondità a linguisti, semiologi e giornalisti: Giuseppe Antonelli (linguista), Silvia Bencivelli (divulgatrice scientifica), Valeria Della Valle (linguista), Vera Gheno (sociolinguista), Giacomo Giossi (coordinatore editoriale cheFare), Gianfranco Marrone (semiologo), Alessandro Zaccuri (giornalista).

    Tutti gli intervistati ritengono che non si possa parlare di «evoluzione», ma piuttosto di un continuo cambiamento della lingua in generale e di quella italiana in particolare. Naturalmente si parla degli ultimi sessant’anni, vale a dire da quando «siamo parlanti dell’italiano, a lungo rimasta lingua esclusivamente letteraria» (Gheno). Non c’è un vero e proprio impoverimento e arricchimento, perché la lingua deve essere vitale e aggiornarsi adattandosi alle esigenze dei suoi parlanti. 

    La vitalità della lingua italiana pertanto è un indice di buona salute. 

    Se questa emerge come visione generale e condivisa, alcuni intervistati aggiungono altri elementi di riflessione, fra cui: 

    • Non esiste un solo italiano, ne esistono molti, diversi in base allo spazio, argomento, situazione, scopo e mezzo di comunicazione (diversi registri) (Gheno e Zaccuri).
    • È indubbio che, se “i discorsi” prima passavano da scrittori, giornalisti, ecc. ora passano attraverso i media sociali e si tratta di nuovi modi di esprimersi, di una diversa creatività (Marrone)
    • È sicuramente necessario che la lingua viva di contraddizioni e di conflitti (momenti di impoverimento preludono ad un arricchimento), in modo che possa contenere anche il sentimento del tempo e resti non solo a testimonianza, ma entri nel corpo, nella vita delle persone (Giossi). Es.: La lingua deve rispecchiare , contenere il modo di vedere il mondo , il nostro pensiero. Es.: il dibattito molto forte sulle questioni di genere che da un certo punto di vista sta impoverendo la lingua (v. uso dell’ asterisco). Si tratta però di un passaggio necessario, serve a costruire una sensibilità che poi deve corrispondere realmente all’attualità o ai sentimenti attuali.
    • Durante la pandemia,  non solo c’è stato un arricchimento dal punto di vista lessicale nelle nostre vite, ma c’è stato anche un approfondimento di tante parole (provenienti dal mondo della scienza). Ci sono contaminazioni, anche le contaminazioni sono segno di vitalità (molte persone hanno scoperto che parole che in un ambito hanno un significato, ne possono avere un altro in un contesto differente. Es. esito negativo).

    Quali sono gli attori principali? 

    Secondo gli intervistati, da tempo gli scrittori inseguono e riproducono i modi del parlato, la lingua comune; oggi a guidare il processo sono i comunicatori (media). 

    «Tutte le volte che produciamo linguaggio, introduciamo, anche senza rendercene conto, nuovi stilemi, nuovi modi di dire. Sicuramente lo facciamo più al di fuori dell’ambito specialistico, quando andiamo in TV, o quando stiamo sui social network, che quando siamo al nostro congresso, in cui ci rivolgiamo alla nostra nicchia. Però io vengo dalla scienza, la scienza ha prodotto nuove parole e continuamente ne deve produrre» (Bencivelli).

    In questa visione generalmente positiva sui processi di cambiamento della lingua italiana, non mancano alcune osservazioni critiche di Zaccuri: 

    • «Quello che è accaduto forse negli ultimi 20 30 anni, è che nei parlanti, quindi nella società è venuta meno la consapevolezza che esistono i registri. 

    Vediamo un impoverimento nel fatto che il famoso lessico di base tende sempre di più a impoverirsi, con una rapida espulsione di molte parole che facevano parte di un bagaglio medio, e tende a poggiare su neologismi e scorciatoie. «Siamo sull’orlo di una trasformazione, di una evoluzione linguistica che lede una certa competenza e consapevolezza linguistica» (Zaccuri). 

    E’ venuta meno, da parte dei media, la capacità di mediazione. Si preferisce adeguarsi a un registro fintamente famigliare, non convenzionale, proprio dei media sociali, anziché compiere un’azione di «governo della lingua», da intendersi come gestione della lingua, che non deve essere conservativa. I media si stanno molto adattando a questo registro basso, anticonvenzionale e molte volte è un anticonvenzionale compiaciuto (es.: uso di parole in modo scorretto, non tenendo conto del loro vero significato). 

    «Vi è una sorta di impigrimento, di mancanza di intraprendenza da parte di comunicatori, scrittori, da cui può discendere l’intraprendenza dei parlanti (dei soldati semplici della parola che poi sono quelli che vincono le battaglie)» (Zaccuri)

    Abbiamo chiesto agli esperti di esprimere il loro punto di vista sul ruolo che attualmente svolge la scuola nel processo di cambiamento della lingua italiana (tra impoverimento/arricchimento e conservazione/innovazione).

    Tutti riconoscono il ruolo cruciale che la scuola riveste per quanto riguarda l’apprendimento della lingua italiana. 

    In tal senso la scuola è, e deve continuare ad essere, «conservatrice». Ma è proprio l’equilibrio tra conservazione (lo studio della grammatica) e innovazione (l’attenzione non solo ai testi letterari, ma a tutti i vari tipi di linguaggi) che garantisce la possibilità della diffusione di un buon italiano, scritto e parlato, nella scuola (Della Valle). 

    La scuola è stata la custode e la struttura che ha trasmesso la conoscenza della lingua e ha vigilato sulla sua correttezza e ha svolto molto bene il suo compito (Zaccuri).

    La scuola cerca di fare quello che può ma d’altra parte non dovrebbe essere caricata di eccessivi compiti. Da un lato dovrebbe essere un argine, in quanto Istituzione, capace di dare una base di quello che può essere la lingua, quindi gli elementi di apprendimento più elementari; è sicuramente questo il suo ruolo primario e non è una cosa banale oggi. La capacità di innovarsi della lingua sta molte volte fuori dalla scuola e questo non vuol dire che la scuola faccia un brutto lavoro (Giossi). 

    Non si può pretendere troppa innovazione avanguardistica dalla scuola, perché è intrinsecamente conservativa, in quanto per gli insegnanti è difficile intercettare i bisogni cognitivi delle generazioni successive alla propria (Gheno).  

    ASPETTI MIGLIORABILI 

    Ciò detto, alcuni intervistati fanno presente alcuni aspetti che potrebbero essere potenziati nella scuola, fra cui: 

    • Si deve insistere di più sul lessico e sulla formazione delle parole. L’insegnamento dell’inglese è importante, ma non deve avvenire a scapito dell’italiano (Della Valle)
    • La questione più urgente riguarda la scarsa capacità di organizzare, o anche solo decodificare, adeguatamente un testo. Ovvero di argomentare il proprio pensiero e di interpretare, comprendendone il senso e lo scopo, quello degli altri. Ecco perché diventa sempre più importante insegnare la grammatica finalizzandola alla produzione di testi. La scrittura dei messaggini sulle chat sta abituando i ragazzi a una testualità spezzettata, incompleta, insufficiente. E allora si potrebbe partire dal confronto tra questi testi e quelli tradizionali, per far capire come si costruisce un testo compiuto ed efficace: che abbia un inizio, uno svolgimento e una fine (Antonelli).

    Gli inserti culturali rappresentano uno strumento importantissimo per l’aggiornamento, soprattutto lessicale, della lingua italiana.

    • La funzione informativa svolta dai giornali e dalle riviste assegna loro il ruolo di “camera di compensazione” nell’ampio processo di rinnovamento lessicale, sia per i termini che provengono dai settori specialistici e rifluiscono nel lessico d’uso comune, sia per le parole straniere che tendono a diffondersi in ambito internazionale e a impiantarsi più o meno stabilmente nel nostro lessico. (Della Valle)
    • Le pagine culturali dei giornali rappresentano un modello di italiano colto e al tempo stesso attuale che meriterebbe di essere letto di più; il problema è piuttosto la loro scarsa diffusione, soprattutto presso il pubblico più giovane (Antonelli)

    ASPETTI NEGATIVI

    Sappiamo bene che gli inserti culturali, e in generale le pagine culturali di giornali, radio e altri media, mirano sempre più a usare giornalisti e sempre meno docenti universitari, intellettuali, artisti ed esperti di vario genere. Giocando molto sulla retorica dell’“adeguazione” ai gusti del pubblico. E abbassando mediamente il livello della comunicazione culturale in nome di un dinamismo comunicativo assai dubbio (Zaccuri).

    “Sono cose che riguardano un pubblico molto di nicchia, quindi non so se abbiano così tanta possibilità di incidere. Ho visto comunque delle cose innovative, come l’attenzione alla grafica de La Lettura e di Robinson e all’infografica de La Lettura. Questo credo sia un tentativo di innovare anche il nostro modo di leggere gli inserti culturali. Per il resto sono un po’ vecchiotti” (Bencivelli)

    L’INNOVAZIONE VIENE DAL MONDO DIGITALE

    Si evidenzia come c’è una forma di innovazione che viene più dal mondo digitale, dalle riviste online ed è una funzione che in parte i quotidiani hanno perso (Giossi).

    Online c’è una capacità di estrapolare delle competenze anche accademiche utili alla divulgazione e questo è un elemento che innova la lingua. Sui quotidiani assistiamo ad una forma più conservativa, c’è una differenza di pubblico e di età ma il rischio sistemico e generale è che siamo sempre di fronte a due elementi molto fragili: i giornali vendono sempre meno e tutto quello che è il digitale, in Italia, ha come riferimento un bacino troppo ristretto e non paragonabile a quello di altri paesi. E’ un settore che andrebbe tutelato (Giossi).

    È cambiato il linguaggio, il modo di scrivere online, qualcosa che prima era ascrivibile ad una comunità ristretta, adesso è quasi un discorso comune. I giovani (anche i trentenni) hanno modalità di fruizione che dovremmo imparare a conoscere. A noi manca un po’ capire cos’è la cultura oggi, e come si diffonde (Bencivelli)

    Gli intervistati concordano sull’utilità dei linguaggi specialistici e sul loro ampliamento. Alcuni sono forse più dinamici di altri (ambito tecnologico/digitale, scientifico, umanistico vs linguaggio giuridico o burocratico).

    I giornalisti possono svolgere il ruolo di mediatori in questo senso, cercando di «tradurre» i linguaggi specialistici, rendendo più popolari termini specialistici o inventando termini nuovi (ruolo di onomaturghi ricordato da Della Valle).

    Il rischio è che utilizzando i linguaggi specialistici si tenda a rinchiudersi in nicchie e che si costruiscano delle barriere tra ambiti – accademici e non solo – diversi. E che quindi venga meno il confronto.

    Quando ad essere divulgatori sono i giornalisti, il rischio è quello di scadere in una eccessiva superficialità; i giornalisti infatti rischiano di essere considerati dei tuttologi, di occuparsi di tutto passando da un argomento all’altro, quando invece non è così. Qualcuno sottolinea anche l’utilizzo strategico che a volte si può fare dei tecnicismi per dare l’impressione di essere esperti, convincenti, affascinanti (Antonelli).

    Da un lato alcuni intervistati sottolineano con favore il ritorno alla scrittura, seppur in forma breve, da parte di persone che ormai non la utilizzavano più. Si tratta evidentemente di un tipo di scrittura che si avvicina comunque all’oralità, che implica l’istantaneità e l’immediatezza ma anche l’utilizzo di linguaggi diversi, come ad esempio quelli visivi. 

    I rischi sono quelli connessi alla «povertà» dei riferimenti e degli ambiti di conoscenza; necessità di una dieta mediale varia (Gheno). Altro rischio è che i media digitali facciano perdere quella che è la cornice, il contesto, elemento fondamentale nella comunicazione pragmatica, e quindi che possano sorgere fraintendimenti. Un altro rischio è quello di interpretare non adeguatamente il proprio ruolo comunicativo (Giossi e Zaccuri).

    Altro problema segnalato da qualche intervistato è quello dell’analfabetismo di ritorno, che non ha tanto a che fare con la scrittura, quanto con la comprensione. In sostanza, però, nessuno degli intervistati demonizza i social media o li considera responsabili di un impoverimento della lingua italiana

    Gli intervistati sono concordi nel sostenere che l’hate speech sia un fenomeno sempre esistito, ma che oggi forse si è ampliato perché l’accesso ai social media è generalizzato. È sicuramente un fenomeno pericoloso e violento, perché, ricorda uno degli intervistati «le parole sono come pietre, anche nei social media», mentre qualcun altro ammette di essere stato oggetto di hate speech.

    Anche in questo caso come in precedenza, viene ricondotto alla mancanza di un contesto della comunicazione, ma anche alla sicurezza che proviene dall’appartenere al gruppo che quindi infonde maggiore confidenza nel caso in cui ci si esprima in maniera violenta. Qualcuno degli intervistati riconduce questo fenomeno anche alla non conoscenza del mezzo, per cui sarebbero più le fasce adulte/anziane a utilizzare un linguaggio violento (Bencivelli). Quella che viene meno è la distinzione tra «una comunicazione formale e una comunicazione familiare» (Zaccuri) che fa bollare la formalità come ipocrisia e formalismo mentre è parte dell’evoluzione della società.

    Necessità di «una nuova educazione alla parola» (Antonelli) e al riconoscimento della propria responsabilità (Gheno)

     

    Note