Kurt Vonnegut e la fine dell’età dell’innocenza nella Silicon Valley

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Nella fabbrica automatizzata le macchine gestiscono quasi tutte le funzioni sotto il controllo di un’élite di tecnici che vive nelle vicine zone residenziali. Sull’altra sponda del fiume chi è rimasto senza lavoro, espulso dal processo produttivo, svolge compiti modesti, a volte fa lavori socialmente utili, spesso passa la giornata nei bar o in altri ritrovi. Un visitatore indiano di riguardo, una specie di marajà, vedendo questi ex operai piuttosto depressi, li paragona a schiavi. Il suo accompagnatore sorride, poi spiega: «Ma no, sono cittadini assunti dal governo. Hanno gli stessi diritti degli altri. Prima lavoravano in fabbrica al controllo dei macchinari, ma oggi i macchinari si controllano molto meglio da soli: meno sprechi, prodotti migliori e più economici. Chi non è in grado di mantenersi, facendo il suo lavoro meglio di una macchina, viene arruolato dal governo: può scegliere tra l’esercito e il Corpo di Bonifica e Ricostruzione».

Intanto sull’altra riva, quella delle fabbriche e della parte più ricca e attiva della società, il direttore dello stabilimento Ilium prepara un discorso sulle meraviglie della seconda rivoluzione industriale che non solo ha ridotto i costi, ma ha eliminato le debolezze del fattore umano: operai che producevano di meno o sbagliavano di più, creando molti scarti, soprattutto nei periodi delle feste, dopo Natale e Capodanno, o quando avevano problemi familiari o di rapporti col capo- reparto. La sua assistente gli chiede, ammirata, se pensa che sia in arrivo anche una terza rivoluzione industriale. «Credo che questa terza rivoluzione», risponde il direttore, «sia già in atto da qualche tempo, se è alle macchine pensanti che alludi. Questa sì che sarebbe la terza rivoluzione: macchine che dequalificano tutto il lavoro di concetto. Certi grandi calcolatori già fanno questo, in alcuni settori specifici».

«Uhm», riflette l’assistente, improvvisamente assorta e preoccupata, «prima il lavoro muscolare, poi il lavoro concettuale di routine, poi magari il lavoro di concetto vero e proprio».

Rileggi le pagine di Piano meccanico di Kurt Vonnegut e rimani a bocca aperta: sembrano le discussioni dei giorni nostri sull’impatto dell’automazione nel mondo del lavoro. I mestieri che scompaiono, le nuove professioni, la gente che vede più rischi o più opportunità a seconda del suo grado di fiducia nella tecnologia. L’avanzata di un’intelligenza artificiale che prima o poi assorbirà anche le mansioni cognitive che oggi non possono ancora essere svolte dai robot.

Vonnegut queste profetiche pagine di fantascienza le ha pubblicate nel 1952 osservando l’America industriale del dopoguerra, nella preistoria dell’era dei computer. I primi IBM grossi come cattedrali avrebbero cominciato a sfornare i loro calcoli matematici per i programmi spaziali NASA solo negli anni Sessanta. In questo suo primo romanzo, scritto almeno quarant’anni prima dell’inizio dell’era di Internet, il febbrile scrittore di Indianapolis che aveva studiato biochimica e antropologia, prevede anche i meccanismi psicologici e le tecniche di selezione del personale che emergeranno nell’era dell’automazione. Macchine imparziali e inflessibili che decidono le assunzioni e assegnano mansioni sulla base di schede personali nelle quali vengono registrati, oltre ai titoli di studio e ai risultati scolastici, anche i dati sui test di creatività, il quoziente d’intelligenza, le informazioni sui comportamenti sociali, la disciplina, eventuali reati.

Leggi e pensi alle nevrosi delle famiglie americane di oggi, preoccupate di far seguire ai figli fin dall’asilo il percorso giusto per costruire il curriculum perfetto: voti eccellenti, attività creative extrascolastiche, volontariato nei mesi estivi, studi nelle università di rango. Vivendo sempre nel terrore che le immagini di una festa studentesca che trascende o di una sbronza collettiva messe su Facebook o su Instagram possano distruggere in un attimo il lavoro di anni.

Su un punto, però, Vonnegut ha sbagliato completamente le sue previsioni.

In Piano meccanico l’umanità che rimane ai margini del ciclo produttivo è alienata e depressa, ma non in miseria: riceve comunque uno stipendio o una pensione e ha accesso ai servizi sociali gratuiti, dalla sanità alla scuola.

«Comunismo!», grida il visitatore indiano, informato di tutto ciò. «Macché», replica l’accompagnatore, irritato. «Le risorse per tutto questo vengono dalle tasse sulle macchine e da quelle sul reddito delle persone fisiche. Le macchine non sono del governo. Si tassa e poi si redistribuisce solo quella parte del reddito industriale che un tempo si spendeva in manodopera.

L’industria è in mano ai privati. È diretta e coordinata da un comitato di leader delle imprese, senza interferenze politiche, per evitare gli sprechi della concorrenza. Eliminando gli errori umani con le macchine e l’inutile concorrenza con l’organizzazione, abbiamo elevato immensamente il tenore di vita dell’uomo medio».

Fast forward: uno sguardo al mondo d’oggi, all’America dei giganti digitali. Della redistribuzione del reddito immaginata da Vonnegut non c’è traccia: i grandi gruppi della Internet economy, da Google a Facebook, hanno accumulato ricchezze enormi che non sanno come spendere, ma il reddito medio dei cittadini ha smesso di crescere da decenni. Il lavoro, spesso introvabile in Europa, negli Usa c’è ma è sempre più proletarizzato.

Fino a ieri si è data la colpa di tutto ciò alla globalizzazione: Donald Trump è diventato presidente e Bernie Sanders ha quasi battuto Hillary Clinton alle primarie democratiche promettendo di smantellarla. E, in fondo, è il male minore anche per il mondo delle imprese, di certo allarmate dai tentativi della Casa Bianca di limitare il free trade ma che, con lo scontro politico concentrato sul libero scambio anziché su diseguaglianze e automazione, possono dirottare le critiche per i crescenti squilibri fuori dagli Stati Uniti, soprattutto verso la Cina.

La realtà che sta emergendo con sempre maggiore evidenza è diversa: buona parte del malessere economico che si è diffuso nell’Occidente industrializzato deriva dal modo in cui vengono gestiti i processi di automazione e di smaterializzazione dell’economia. Un esempio per tutti: Facebook, che nel momento in cui scrivo vale in Borsa circa 520 miliardi di dollari, dà lavoro a 21 mila dipendenti (dati dell’estate 2017). General Electric, IBM, Ford e AT&T, giganti di energia, servizi informatici, auto e telecomunicazioni che, tutte insieme, valgono poco più della società di Zuckerberg (550 miliardi circa), pagano mensilmente lo stipendio a più di 1 milione e 100 mila addetti. […]

L’impatto strutturale della tecnologia che non solo «mangia» lavoro ma accentua la divaricazione nella distribuzione dei redditi è talmente evidente che sono gli stessi campioni della Internet economy a sollecitare interventi. Bill Gates propone una tassa sui robot mentre Elon Musk prevede un futuro simile a quello descritto da Vonnegut sessantasei anni fa: un reddito di sussistenza erogato dallo Stato ai lavoratori lasciati indietro dalla rivoluzione tecnologica. Mark Zuckerberg lo contesta ma poi, con uno dei suoi tipici ripensamenti (ne abbiamo visti di clamorosi, soprattutto sulle fake news transitate su Facebook), di ritorno da un viaggio in Alaska elogia il reddito minimo di cittadinanza erogato da quello Stato a tutti i cittadini utilizzando una parte dei proventi dell’estrazione di petrolio e gas e propone di applicare quel modello a tutti gli Stati Uniti.

Ma ci sono anche organismi privati della Silicon Valley (come l’acceleratore tecnologico Y Combinator, l’avanguardia del venture capital) che, stanchi di aspettare, provano a scavalcare i governi finanziando esperimenti-pilota di universal basic income in piccole comunità della baia di San Francisco per studiare il comportamento dei cittadini che ricevono un sussidio. […]

Intanto, però, bisogna fare i conti con una realtà che è già tra noi, fin qui poco notata da un’umanità affascinata dalle infinite possibilità offerte da Internet, dai motori di ricerca, da smartphone sempre più versatili, dalla comodità dell’e- commerce e dallo sviluppo delle reti sociali: quella della rapida crescita di una nuova economia digitale non meno concentrata e segnata da un capitalismo aspro di quella dei grandi «padroni del vapore» di un secolo fa: i Rockefeller, i Carnegie, i Vanderbilt. […]

Certamente non sarà il comitato di imprenditori immaginato da Vonnegut a dirigere l’economia e la sua idea di abolire l’«inutile concorrenza che produce solo sprechi» può sembrare una bestemmia nell’America liberista. Eppure è proprio questa la tesi sostenuta da Peter Thiel, cofondatore di PayPal e padrone del gigante informatico Palantir, l’unico leader della Silicon Valley schierato fin dall’inizio con Donald Trump: secondo lui la concorrenza produce, almeno nella tecnologia, un inutile logoramento, mentre il massimo dell’efficienza economica si raggiunge attraverso monopoli gestiti in modo intelligente.

A parole le sue tesi vengono ampiamente contestate, ma nella realtà economica, ormai, il mondo delle tecnologie digitali è dominato da cinque gruppi – Google, Amazon, Face- book, Microsoft e Apple – dietro i quali un numero crescente di voci denuncia la diffusione di pratiche oligopolistiche o, addirittura, la formazione di monopoli di fatto. Jonathan Taplin, il critico più duro, nel suo recente libro-denuncia (Move Fast and Break Things) esclude il quinto gigante, Apple, perché nella vendita di iPhone, iPad e altro si confronta con la concorrenza di Samsung e di altri produttori asiatici e americani. […]

Davanti a tutti questi complessi fenomeni, le reazioni politiche fin qui sono state quasi solo europee. La politica, fin qui incapace di governare un’era di maggiore produzione di ricchezza e di ridotto fabbisogno di lavoro, non può certo giustificarsi affermando di essere stata colta di sorpresa. A parte le visioni profetiche di Vonnegut, l’aspettativa di un futuro di accresciuto benessere e minor impegno di manodopera grazie all’aiuto delle macchine era diffusa da decenni. [..]

La prospettiva è quella della nascita di un homo premium, non solo molto ricco, ma potenziato anche sul piano fisico e intellettuale rispetto a chi rimane indietro. Gruppi sociali svantaggiati che già oggi non solo conducono una vita più modesta, ma vivono anche mediamente di meno, come conseguenza di una serie di fattori sanitari, sociali, alimentari e legati all’istruzione, diversamente combinati nelle varie aree del mondo.

Partiamo, quindi, da qui: dalla fine dell’età dell’innocenza della Silicon Valley.


Pubblichiamo un estratto da Homo Premium (Laterza) di Massimo Gaggi

Immagine di copertina: ph. Elijah O’Donell da Unsplash

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