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15 Marzo 2018

Spazi, lavoro e cultura. La ricerca di cheFare e Fondazione Feltrinelli sugli spazi della cultura a Milano.

La città culturale. Una necessità politica

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Quando con cheFare abbiamo iniziato a indagare le nuove forme di produzione culturale sono emerse in modo molto chiaro alcune grandi direttrici lungo le quali si stavano trasformando i modi di fare cultura in Italia. Dagli oltre 1800 progetti raccolti ed analizzati nelle diverse edizioni del bando e dalle centinaia di incontri fatti in tutta Italia è arrivato un segnale fortissimo: un numero crescente di associazioni, movimenti sociali, imprese, fondazioni, università stava ripensando radicalmente le forme e i modi degli spazi culturali. Oggi, nel 2018, quel segnale è divenuto visibile anche negli ambiti più conservatori della cultura: siamo di fronte alla nascita di una nuova ondata di centri culturali “dal basso” che si muovono in modo spesso indipendente rispetto a quelli consolidatisi nel corso del Ventesimo secolo, secondo logiche proprie, mettendo al lavoro professionalità inedite e generando pratiche culturali diverse da quelle alle quali eravamo abituati.


Spazi, lavoro e cultura. La ricerca di cheFare e Fondazione Feltrinelli sugli spazi della cultura a Milano. Pubblichiamo la postfazione di Bertram Niessen all’ebook di Ilaria Giuliani che verrà presentato oggi pomeriggio alle 18.00 presso la Fondazione Feltrinelli a Milano.

Scarica qui l’ebook


Spesso le teorie e le pratiche, le analisi e le soluzioni che emergono a tal proposito divergono in modo sostanziale tra loro: ad un’estremo dello spettro del dibattito c’è chi saluta in modo entusiastico – e sostanzialmente acritico – la nascita di ogni nuovo co-working e centro polifunzionale; all’altro estremo c’è chi vede i nuovi esperimenti come fumo negli occhi destinato ad occultare una realtà che, tra immobilità politica e mancanza di mezzi, è destinata inesorabilmente allo sfacelo. In mezzo si articola una pluralità di posizioni, talvolta inconciliabili e troppo spesso non supportate da dati ed evidenze empiriche. La realtà delle cose è, inevitabilmente, molto più complessa.

Per coglierla è necessario riflettere su almeno due macro-tendenze che danno forma al quadro che stiamo considerando.

Da un lato c’è la necessità da parte degli ecosistemi urbani di riconvertire i grandi spazi industriali in disuso che hanno iniziato a proliferare nelle città durante gli anni ’80 e che oggi rappresentano allo stesso tempo fratture urbanistiche costosissime da sanare e nuove terre promesse per il mercato immobiliare: è la chiusura di un cerchio – a tratti ironica, a tratti amara – che ha visto l’occupazione di questi spazi come elemento cardine dei movimenti sociali degli anni ’90 e 2000 proprio nell’ottica della valorizzazione culturale.

 

Dall’altra, è chiaro che i nuovi centri culturali sono un indicatore visibilissimo del tentativo di adeguare le economie urbane italiane con quelle di altri paesi occidentali, incentrate su ricerca e sviluppo, sulla dimensione esperienziale e su un forte valore culturale aggiunto. La proliferazione di co-working, centri culturali e spazi ibridi è il segno chiaro della necessità (che spesso emerge dal basso e cerca interlocutori nelle pubbliche amministrazioni) di trovare soluzioni tangibili e concrete alle nuove sfide economiche, sociali e culturali della contemporaneità in termini di mercato del lavoro, governance territoriale, innovazione del settore culturale.

In molti centri grandi e piccoli si sta sperimentando la costruzione di nuove forme – talvolta armoniche, talvolta conflittuali – di partnership tra pubblico e privato più o meno sociale che costruiscono nuovi spazi per la cultura e la socialità sbloccando un’immobilità decennale da parte delle pubbliche amministrazioni. I nuovi spazi culturali nati in Italia a partire dalla crisi economica del 2007 sono moltissimi ed è chiaro che quello milanese è il territorio in cui si concentrano con una densità di gran lunga superiore rispetto ad ogni altro. Ogni giorno migliaia di persone in città li vivono come luoghi ibridi di lavoro, ricerca, attivismo, relazione. Sono uno dei nodi nevralgici del consumo culturale urbano e, allo stesso tempo, piattaforme abilitanti per nuove pratiche sociali.

Il quadro che ci troviamo di fronte continua ad essere caratterizzato da molti punti oscuri.

Rimangono grandi incognite sul piano della sostenibilità economica di medio e lungo periodo: i costi di ristrutturazione, messa a norma e mantenimento possono essere enormi; non è ancora chiaro in che misura i pubblici che si stanno addensando attorno ai nuovi spazi saranno capaci di garantire le risorse necessarie una volta terminati i finanziamenti, ammesso che i finanziamenti ci siano, dal settore pubblico o da quello filantropico.

Allo stesso tempo, resta da capire quanto e come i nuovi centri culturali potranno essere in grado di trovare le risorse – non solo economiche – per essere produttori ed esportatori di cultura oltre che importatori di contenuti culturali generati all’estero, in contesti dove il pubblico è più presente ed il privato è meno pavido. Questo implicherà inevitabilmente la riorganizzazione dei pesi tra quelli che sono stati i protagonisti di questi ultimi anni (manager culturali, fundrasier e specialisti gestionali in grado di cogliere le sfumature della cultura) e le versioni innovative delle figure più tradizionali delle industrie culturali (editor, curatori e ricercatori capaci di confrontarsi con le complessità pratiche e teoriche del contemporaneo). A monte, ovviamente, c’è la necessità di una presa di responsabilità individuale, istituzionale e collettiva della sostenibilità economica della produzione culturale tout-court. Perché se la gestione dei contenuti generati dagli utenti è un elemento chiave del mondo in cui viviamo, non ci possiamo certo limitare a quello.

Troppo spesso, infine, mancano i dispositivi giuridici ed amministrativi necessari a dare piena cittadinanza a quelle che sono, a tutti gli effetti, nuove istituzioni. Le minacce sono molteplici e multiformi: vincoli architettonici, urbanistici, normative sugli eventi dal vivo e sui diritti d’autore, mancanza di riconoscimento dei beni comuni culturali. Se Milano ha saputo in questi anni trovare l’intelligenza e la flessibilità necessarie per permettere il proliferare di alcune sperimentazioni, risposte pienamente efficaci possono essere date solo sul terreno di una riforma sul piano nazionale.

È evidente che questi tre ordini di criticità possono – devono – essere affrontati prima di tutto su un piano strettamente politico. E che non ci possiamo permettere di perdere altro tempo.


Immagine di copertina: di Ricardo Gomez Angel da Unsplash

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