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6 Aprile 2018

La logica illogica del pensiero creativo da Asimov al benzene

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Isaac Asimov è stato uno scrittore di fantascienza. Forse uno dei più noti, soprattutto per le sue tre leggi della robotica che condizionano il comportamento di ogni automa, immaginario o reale. È stato anche uno scienziato biochimico, che ha anticipato con notevole acume molti aspetti della cibernetica.

Alla fine degli anni cinquanta fu coinvolto in un progetto del Pentagono per studiare gli effetti delle armi nucleari e le possibilità di difesa antimissilistica con modalità «non convenzionali». L’obiettivo dichiarato di Glipar (Guide Line Identification Program for Antimissile Research) era quello di individuare soluzioni alternative a quelle in uso, dato che la tecnologia di allora non era in grado di garantire i risultati sperati.

Si trattava, in sostanza, di stimolare menti creative, come la sua, a suggerire proposte originali su cui lavorare.

Asimov rinunciò al progetto, principalmente per non dover accedere a dati sensibili coperti da segreto militare, preferendo non esserne condizionato. Ma di quella esperienza ha lasciato un breve saggio sulla creatività, rimasto inedito e divulgato ora da Arthur Obermayer, un chimico suo amico, fondatore e presidente della Moleculon Research Corporation.

In questo testo, rimasto nascosto per oltre mezzo secolo, Asimov sostiene che la creatività sia una questione individuale, resa possibile dal principio della relazionalità di dati esistenti: solo chi ha la competenza necessaria e l’occasione di osservarli può trarne conclusioni originali. Cita il caso di Charles Darwin e Alfred Russel Wallace, entrambi pervenuti alla scoperta dell’evoluzione delle specie per selezione naturale in seguito all’esperienza di analisi e osservazione in diversi paesi del mondo: Wallace in Amazzonia e nel Borneo; Darwin in Australia e alle Galápagos, unitamente alla lettura del Saggio sul principio di popolazione (1798) di Thomas Malthus.

Contrariamente a quanto ci si sarebbe potuti aspettare – dato il carattere collettivo del progetto a cui era stato invitato a partecipare – Asimov afferma anche che la creatività, diversamente da quanto si pensa comunemente – collaborazione tra esperti, team di cervelli, specialisti che lavorano gomito a gomito – è un atto solitario.

Dunque niente brainstorming – la «tempesta creativa» proposta da Alex F. Osborn nel 1957 per superare la sterilità delle riunioni classiche – ma un’approfondita riflessione sui diversi aspetti, in apparenza senza alcuna connessione tra loro, che solo l’intelligenza e la casualità rendono produttivi di nuove idee. In particolare, i princìpi che regolano la nascita delle idee originali, grazie al pensiero divergente (Joy Paul Guilford) o laterale (Edward De Bono), si possono sintetizzare nella compresenza di tre condizioni:

1) competenza/esperienza in un campo specifico;

2) conoscenza di dati/ricerche pregresse in campi collaterali;

3) capacità/occasione di mettere in relazione le due cose.

Che i processi creativi prendessero le mosse da conoscenze esistenti e le mettessero in relazione tra loro era risaputo da tempo. Oltre che casuale, la creatività è sempre stata considerata un prodotto combinato di conoscenza e intuizione, anche di elementi lontani fra loro. Se adoperata in maniera assolutamente arbitraria, può dar luogo a risultati imprevedibili, come nel marchingegno inventato dal filosofo medievale Raimondo Lullo per produrre nuove idee: una serie di cerchi concentrici sui cui bordi sono iscritte parole.  Facendo ruotare i cerchi si ottengono combinazioni a loro modo insolite e persino illuminanti.

Casualità e inconsapevolezza sono legate tra loro, tanto che su questi aspetti si basa gran parte della creazione artistica, il cui processo produttivo avviene spesso inconsciamente, lasciando libero l’autore di esprimere ampiamente la sua sensibilità attraverso una tecnica espressiva.

A confermare che l’intuizione può essere frutto della casualità o addirittura dell’immaginazione, Asimov ricorda il caso di Friedrich August Kekulé von Stradonitz, scopritore della formula del benzene, che si dice abbia sognato un serpente che si mordeva la coda, da cui prese forma la struttura ciclica esagonale del cloruro di benzene. Si tratta invece di una casualità solo apparente: Asimov non poteva saperlo, ma nel 1984 si è scoperto che Kekulé aveva desunto l’idea della formula a struttura esagonale del benzene da un libro del chimico francese Auguste Laurent; libro che Kekulé aveva letto dodici anni prima e depositato nella sua memoria.

Il verbo «creare» contiene già in sé un’impronta di hybris. Esprime la possibilità di far nascere qualcosa che non esiste in precedenza (ex nihilo): un potere immenso, che deriva dalla capacità, squisitamente umana, di pensare, immaginare, progettare, realizzare.

Non si tratta solo di una trasformazione di ciò che esiste già in natura, ma della costruzione di un oggetto o di una pratica che prevede, in origine, un lavoro intellettuale. Non basta il saper fare, la manualità esperta; ci vuole un’intuizione, un pensiero articolato che ispiri la mano, metta in relazione le nozioni e formuli un’idea finalizzata allo scopo che si vuole ottenere.

Dal primo uomo che pensò di ottenere un utensile per la caccia lavorando la selce, al microchip di silicio usato per la memoria del computer, l’evoluzione della specie umana è il prodotto di un’infinità di atti creativi che si sono succeduti nel tempo senza soluzione di continuità. Creare è strettamente legato a conoscere, ne rappresenta il lato operativo e funzionale, poiché senza la creatività la conoscenza resterebbe una qualità sterile.

La creatività è la dimostrazione della qualità superiore del pensiero; va ben al di là della facoltà stessa di pensare, provare emozioni, sentire e sentirsi. Persino oltre la coscienza individuale, la percezione di sé come individuo.

Il «cogito» cartesiano, di fronte alla creatività, è un motore in folle che consuma energia e provvede al semplice sostentamento del sistema.

L’uomo, questo Theios aner, questo semidio che pretende, in primo luogo, di dominare il territorio che lo circonda, poi il mondo e infine l’intero universo, di comprenderlo e modificarlo, non si è accontentato di «essere» e di «pensare», ma ha impresso al suo pensiero un’accelerazione costante oltre i limiti fisici delle sue potenzialità.

Non solo un essere vivente che è e pensa, ma che immagina e crea. Forse la forma più raffinata di hybris, che dev’essere sfuggita a Omero nel riflettere sull’operazione che stava compiendo ma anche agli illuministi, che hanno visto nella ragione la perfezione dell’umano, sottovalutando la facoltà di immaginare. Che non è solo quella d’inventare storie, ma anche di elaborare concetti innovativi, formulare soluzioni impreviste, assegnare una forma ipotetica a desideri, aspettative e modalità di realizzazione di ciò che si è intuito.

Progettare, dare consistenza visibile e poi tangibile a ciò che si è concepito nella mente, con la fantasia. Frutto di un ragionamento logico, ma anche illogico, ipotizzato, contraddittorio, surreale: tutto ciò può concorrere nella creazione; un risultato inatteso che è maggiore della somma degli elementi che lo compongono. Questo «surplus», questo plusvalore prodotto dal lavoro intellettuale è la quota di hybris che spinge l’uomo oltre la materialità dell’esistenza. Il suo indelebile segno distintivo.


Pubblichiamo un estratto da Il paradosso di Icaro. Ovvero la necessità della disobbedienza (Il saggiatore) di Carlo Bordoni in uscita in questi giorni.

Immagine di copertina: ph. Steve Johnson da Unsplash

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