Leggi della fisica che mutano nel tempo, indeterminatezza quantistica e molto altro: il caso potrebbe dominare le nostre vite più del previsto. Ma è possibile un caso ancor più casuale?

La musica del caso. Il caso funziona a caso?

Non è necessario ricordare che siamo attimi nel tempo e briciole nello spazio, frammenti di un pianeta che corteggia una stella cento volte più grande, nata settanta milioni di anni prima, né la più piccola né la più grande tra le mille miliardi di miliardi dell’universo visibile. Non serve nemmeno rammentare che vecchiaia e grandezza (tempo e spazio) sono criteri la cui importanza è legata – erroneamente, se fuori scala come nel caso sopracitato – alle forme mentali che abbiamo ereditato in millenni di cultura e centinaia di migliaia di anni di genetica. Insomma, non ci si deve impegnare per realizzare che i mezzi dell’uomo sono limitati.

Anche la conoscenza, la corona con cui ci siamo auto-investiti poco dopo aver inventato parole e investiture, ha i suoi confini invalicabili. Le imperfezioni dei sensi, dei loro potenziamenti (dai telescopi agli acceleratori di particelle), come anche le limitazioni congenite alla medesima forma del pensiero, quali il sentimento, la logica, persino l’intuizione: qualunque terreno può dimostrarsi friabile. E sotto ci attende il vuoto.

D’altra parte però, non c’è motivo per cui l’impossibilità di una conoscenza certa debba impedire la sua ricerca, così come l’incapacità nel riprodurre la luce solare non rende inutile la scoperta del fuoco, dell’elettricità o dell’energia nucleare. Il terribile dubbio scettico: «Se vivessimo un inganno a tal punto crudele da non poter nemmeno immaginare, se non sbagliando, cosa si cela al di sotto?» non deve spaventare troppo. Anzitutto perché il più irrisolvibile dei quesiti si presenta comunque in un linguaggio, ed è dunque rivolto a chi è capace di coglierlo. La sua conseguenza naturale sarebbe collassare su se stesso, diventare un buco nero e annichilire ogni parola. Se è tutto un inganno, infatti, perché non dovrebbe esserlo anche il processo mentale che ci porta a dubitare? Il quesito è condannato a uno stallo, perché così come è possibile che “sia tutto un inganno” lo è anche “che sia un inganno che tutto sia ingannevole” e via dicendo… dubitare è legittimo quanto dubitare del dubbio.

Sebbene la fiducia nei nostri mezzi sia spesso sopravvalutata, dunque, e l’arroganza (o l’ottimismo) ci porti talvolta a confondere l’aver imparato a volare con la “conquista dello spazio”, anche la sfiducia nichilista presenta delle piaghe incurabili, sotto forma di una regressione all’infinito e alla tendenza ad auto-fagocitarsi. Qualunque indagine, qualunque argomento, dimostrazione e fatto; tutto posa, a ben vedere, su una “magia”: il fatto che, in un modo o nell’altro, determinate sensazioni, parole, visioni, sentimenti, ci persuadono che le cose stanno in un modo e non in un altro. Per limitati che siano, dunque, questi sono i nostri strumenti e ci si può sentir liberi di usarli.

In varie fasi della storia passata, quando la creazione di un portentoso giocattolo (dal mulino a vento all’aeroplano) ha generato una diffusa fiducia nelle capacità degli artefici, si era arrivati a credere in un universo deterministico, tale che un osservatore, previa la conoscenza completa delle condizioni iniziali, avrebbe avuto la capacità di conoscere qualunque stato, passato e futuro. Con una buona dose di informazioni su tutte le particelle elementari dell’universo e la loro storia, più l’ausilio di qualche calcolo (tutti processi irraggiungibili, beninteso) si potrebbe prevedere cosa leggerete tra qualche istante, quando smetterete di farlo, cosa vedrete, sentirete e penserete tra un secondo o tra un anno… in breve ogni dettaglio della vostra e altrui esistenza, fino alla fine del mondo. In questa visione, che acquista un certo ottimismo a spese del libero arbitrio, non esiste il caso. Anzi, si potrebbe dire che per chi sostiene questa teoria la casualità coincide con l’ignoranza.

In una recente pubblicazione, Che cos’è il reale? La scomparsa di Majorana (Neri Pozza), Giorgio Agamben si avventura in una sorta di rilettura allegorica della sparizione del celebre fisico italiano Ettore Majorana, accaduta nella primavera del 1938. A differenza di Sciascia, che nel saggio/romanzo La scomparsa di Majorana, interpreta l’accaduto come la conseguenza di un dramma personale legato anche all’intuizione dei terribili esiti bellici della scienza, Agamben legge la scomparsa dello scienziato come una conseguenza quasi necessaria dell’introduzione dell’indeterminismo a seguito delle scoperte della fisica quantistica.

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