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2 novembre 2017

La rigenerazione urbana come processo politico

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Ormai da qualche anno l’innovazione sociale è entrata con forza nel lessico della rigenerazione urbana. Assistiamo ad un proliferare di Spazi fuori dal Comune in cui forme di autorganizzazione, istituzioni intelligenti, imprese sociali, terzo settore, singole professionalità non ancora “codificate” si mettono in gioco attivando spazi di opportunità in quartieri in stato di bisogno.

Case di Quartiere a Torino e il Patrimonio Cittadino di Uso e Gestione Comunitaria a Barcellona. I Laboratori di Quartiere a Bologna e Mercato Lorenteggio a Milano. Asilo Filangieri a Napoli, Via Baltea3 a Torino e Piazza Gasparotto a Padova. Spazi fortemente autoimprenditivi che cercano un giusto rapporto tra autonomia economica e sostegno pubblico, luoghi che tessono legami con il quartiere dove esistono, contenitori di progettualità, servizi, competenze. Ne tratterò nel libro tra poco in uscita per FrancoAngeli, “Spazi fuori dal Comune. Rigenerare, Includere, Innovare”.

È indubbio che le esperienze di rigenerazione urbana e innovazione sociale stanno dimostrando oggi il tentativo di affermare un sistema di tutela, organizzazione e soddisfazione di interessi collettivi in una società fortemente dinamica e plurale. Nella città contemporanea forme sempre più differenziate di azione pubblica vengono agite anche in assenza di una committenza. È in questo processo complesso che l’insieme delle pratiche che popolano i territori italiani, dalle città fino alle aree interne, stanno contribuendo ad un diverso modo di interpretare e affrontare i problemi in assenza di una razionalità tecnica-istituzionale. Ci troviamo in una fase particolare in cui alcune istituzioni stanno sperimentando metodi di funzionamento e organizzazione differente e con specificità locali molto marcate.

Un processo che ha esternalità positive e negative. Da un lato l’innovazione sociale facilita una devoluzione di potere ai governi locali, il potenziamento del ruolo del terzo settore e il protagonismo degli utenti dei servizi; dall’altro però dove il capitale sociale e l’investimento dello Stato sono limitati, la devoluzione avrebbe già prodotto servizi locali meno efficaci e inclusivi (Bifulco, Vitale 2006 citati da Martinelli, 2012; Ostanel, 2017).

È in questa chiave che l’apprendimento istituzionale diventa una condizione imprescindibile per pensare a processi di rigenerazione urbana sostenibili.

Citando Donolo l’apprendimento istituzionale è la capacità delle istituzioni di accogliere il cambiamento, renderlo visibile, quindi pubblico e di tradurlo in un percorso normato che possa garantire l’universalismo delle possibilità ai cittadini. Le città di Bologna e Torino sono due casi in cui possiamo leggere forme di apprendimento peculiari, laboratori di sperimentazione importanti che meritano di essere analizzati nel lungo periodo per gli impatti che saranno capaci di generare (dal Regolamento dei Beni Comuni ai Laboratori di Quartiere, ai Piani di Accompagnamento Sociale passando per Rete di Case di Quartiere).

Ma i processi che stiamo osservando sembrano ridefinire il ruolo e il funzionamento delle istituzioni non per forza secondo un processo razionale e regolativo, ma per prove ed errori (razionalità limitata) dove a cambiare non sono solamente l’insieme di regole, procedure, istituzioni e modalità di divisione del lavoro che si trovano in una determinata organizzazione, ma anche il sistema di potere di fatto, quelle relazioni di interessi in conflitto che animano l’organizzazione istituzionale.

È così che rigenerazione urbana e innovazione sociale, quando associate, possono sostenere un profondo processo di capacitazione politica dentro e fuori le istituzioni. Pensiamo al caso emblematico di Barcellona: una città che diventa uno spazio di azione e sperimentazione politica dove co-produrre (tra istituzioni e pratiche sociali) politiche pubbliche che sappiano dare risposta ai problemi concreti delle persone. Una politica che si territorializza nei quartieri, attiva e sostiene avamposti sociali, idea e definisce risposte. Un governo locale agito dai movimenti e allo stesso tempo pratiche di autorganizzazione che vengono riconosciute come avamposti istituzionali.

A Barcellona osserviamo simultaneamente cambiamenti nell’agire sia dei soggetti sociali sia delle istituzioni. Anche se non vincolate da un rapporto di collaborazione, pratiche dal basso contribuiscono a modificare il funzionamento delle istituzioni ma, allo stesso tempo, il confronto con la macchina amministrativa porta i movimenti sociali a cambiare al loro interno.

In Italia possiamo riprendere il caso dell’Asilo Filangieri a Napoli: un collettivo di lavoratori dell’arte della cultura e dello spettacolo che, dopo l’esperienza del Teatro Valle, si trova a decidere di intraprendere un percorso di interlocuzione con l’amministrazione comunale al fine di far riconoscere l’uso civico di uno spazio culturale occupato, l’Ex Asilo Filangieri. In questo processo, cambia da un lato l’istituzione attraverso l’approvazione di alcune delibere di giunta e di consiglio; dall’altro, cambia anche il movimento che occupa l’Asilo, che si mette alla prova definendo un regolamento di uso collettivo dello spazio e sforzandosi di elaborare un progetto di riuso fruibile ad una comunità più ampia ed eterogenea rispetto al gruppo che l’ha attivato.

Troppo spesso le pratiche di rigenerazione urbana, anche quando di innovazione sociale, sono lette e analizzate come sperimentazioni “tecniche” quindi a-conflittuali. Quello che invece mi sembra interessante è la loro capacità di mettere in campo forme di rivendicazione inedite, dove agisce sicuramente una componente “esperta” ma che si attiva a partire da richieste di riconoscimento fortemente politiche. Sono azioni che di fatto nascono, come abbiamo già detto, non su commessa ma a partire da processi sociali e politici più complessi. Rigenerare un territorio può allora voler dire agire all’interno di un processo sociale e politico che mira a potenziare la capacità di soggetti più ai margini di avere una voce.

Il caso di Barcellona fa emergere un dato importante: proprio nei casi in cui i movimenti per la casa sono riusciti a connettersi alle classi più popolari e nei quartieri più bisognosi, quei momenti sono stati potenziali attivatori di innovazione sociale (Blanco, Leon, 2016; De Weerdt, Garcia, 2015) capaci di inserire i processi di rigenerazione urbana in una prospettiva di giustizia. Perché un processo di rigenerazione urbana è pubblico se promuove l’accessibilità di pubblici diversi, se le sperimentazioni (spaziali e sociali) si aprono ad usi e fruibilità esterne e non della sola comunità che le ha prodotte. Ancora, un processo di rigenerazione urbana è pubblico se è capace di produrre beni e servizi anche per chi non ha direttamente attivato tale sperimentazione. Torna al centro la relazione tra rigenerazione urbana e inclusione sociale perché l’innovazione sociale non è una bacchetta magica, ma uno strumento di lavoro contestuale che può essere usato per rigenerare territori in un’ottica inclusiva.


Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-RISE Marcello Balbo, Adriano Cancellieri, Ezio Micelli e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School), Paolo Venturi (AICCON) e Flaviano Zandonai (Euricse) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.

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