Il teorema della ‘casa-mondo’ dimostra che la quarantena non è uguale per tutti

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Genesi della reclusione domestica

Tutto è iniziato con #iorestoacasa, il decreto anti-contagio lanciato in forma di slogan ma sbagliato nella comunicazione, come apparve presto dal confronto con la campagna di sensibilizzazione inglese – stay home save lives – nella quale il messaggio era esortativo, più chiaro nelle sue ragioni e quindi efficace.

La versione italiana suonava come la dichiarazione del cittadino “secchione”, con quel pronome personale messo ad incipit, dal tono un po’ fastidioso – #restiamoacasa sarebbe stato già meglio – che disegnava implicitamente una soluzione del problema tutta fondata sulla responsabilità individuale. Va detto che quel richiamo ha funzionato ed è stato seguito in massa, anzi, ha persino fomentato la caccia ai disobbedienti con gli avvistamenti dalla finestra da parte dei cittadini vigilantes, ma col tempo è apparso anche molto mistificatorio.

In questo mondo alla rovescia generato da impreparazione e decisioni sbagliate chi ci doveva salvare si è ritrovato suo malgrado ad essere vittima e vettore del problema

La curva dei contagi scendeva assai meno di quanto promesso e non si capiva come il virus continuasse a propagarsi se la stragrande maggioranza rispettava i divieti: il motivo l’abbiamo capito dopo, almeno qui in Lombardia, il decisore pubblico può fare assai più danni del cittadino comune, il comportamento virtuoso individuale è poca cosa se intanto si sbagliano strategie, dotazioni e investimenti. La prova paradossale della mistificazione è stata il fatto che si ammalavano e morivano proprio quelli che non potevano uscire da mesi o da anni, come gli anziani lungodegenti in RSA, i pazienti in ospedale, i detenuti nella carceri.

In questo mondo alla rovescia generato da impreparazione e decisioni sbagliate chi ci doveva salvare – i medici e il personale sanitario – si è ritrovato suo malgrado ad essere vittima e vettore del problema, mentre l’ospedale diventava il luogo più temuto dai cittadini.

Se #iorestoacasa ha prodotto benefici minori del previsto, quale costo ha avuto? L’economia ha mostrato subito il conto giocandosi la sua carta di sempre ovvero le cifre della crisi – crollo della borsa, caduta del PIL, impennata dello spread – ma per una volta si è scontrato con numeri più importanti e spaventosi, la conta dei morti, e si è così trovata a dipendere nelle sue decisioni produttive da altri.

La filosofia politica e morale e più in generale il pensiero critico sul presente hanno sottolineato il regime di perdita della libertà individuale in cui eravamo piombati, senza protestare, mentre la psicologia ha contribuito a smascherare la retorica del “tempo ritrovato” – il tepore degli affetti famigliari, l’occasione straordinaria per coltivare la propria formazione – perché la cattività domestica può esasperare i conflitti, bruciare le relazioni e generare una sensazione di stallo che non si traduce nella voglia di leggere romanzi. Ma non è tutto.

Il teorema della casa ‘mondo’

Lo slogan dell’autoreclusione domestica si basa sul principio che tutto sia convertibile in attività casalinga. Molti ce l’hanno fatta, e così la casa è diventata l’ufficio della mamma, l’officina del papà, l’aula scolastica, la palestra di yoga, la biblioteca di famiglia, la sala giochi dei più piccoli, il laboratorio di cucina, l’atelier di pittura, la sala prove dei ragazzi, il cinema domestico, e così via: bene, bella la creatività, straordinario lo spirito di sopravvivenza, ora chiediamoci chi non può giocare alla casa ‘mondo’, cosa non si può piegare a quel teorema.

Se il teatro si fa a teatro, la lezione in classe, il cinema in sala non è un capriccio o un incidente della storia, quei luoghi nascono da una tradizione e sono allestiti per produrre determinate condizioni. Il buio assoluto in sala, il suono avvolgente, lo schermo gigante che ti sovrasta servono al cinema a riportarci ad una condizione onirica e fetale, che è il presupposto per staccarci dal presente e immergerci in una storia, se quel film lo guardi sul telefonino cambia tutto.

Ora è vero che Netflix aveva già privatizzato il cinema facendone consumo domestico e individuale, o certe lezioni in classe somigliavano già a monologhi senza particolari interazioni con i presenti, ma l’idea che la cultura possa diventare l’ennesima consegna a domicilio o, peggio, sia lo svago e la distrazione per allentare le preoccupazioni del presente lascia perplessi, sa di tradimento della cultura come relazione fra le persone, di abdicazione della sua funzione critica sul mondo.

Liberi tutti di sopravvivere come si riesce, ma sarebbe più onesto dire cosa NON si può fare piuttosto che stipare la casa ‘mondo’ di offerta a consumo: l’opera lirica non la guardi al computer, il museo virtuale non è la visita a quel museo, a casa fai ginnastica non uno sport, per la scuola primaria non esiste una didattica a distanza, la scuola secondaria si trasforma in somministrazione individuale di nozioni, “educazione a distanza” è un ossimoro, e così via.

La casa ‘mondo’ presuppone una casa e quindi esclude i senza dimora, i minori in comunità, i richiedenti asilo, i detenuti

Prima della pandemia avevamo dibattuto a lungo sullo spazio pubblico, perché avevamo capito che la democrazia si gioca lì, non a domicilio dove la ricchezza mostra i suoi muscoli: quando corriamo in un parco, facciamo una gita al fiume, cantiamo ad un concerto, nuotiamo in mezzo al mare o ci sediamo su una panchina in piazza siamo tutti più o meno uguali, più o meno partecipi, mentre le case, le automobili, le barche riproducono la scala sociale, sono gli elementi distintivi del potere e del denaro accumulato. Non è un caso che i più interessati alle relazioni paritarie – i bambini e i ragazzi in primis – siano da sempre i grandi utilizzatori dello spazio pubblico, e quindi i grandi esclusi di oggi, mentre gli adulti che tengono alla disparità sociale perché sono arrivati in cima alla scala già professano il distanziamento sociale, non li vedrai mai sui mezzi pubblici, popolati di studenti, anziani e immigrati.

La casa ‘mondo’ presuppone una casa, che non tutti hanno, e quindi esclude i senza dimora, i minori in comunità, i richiedenti asilo, i detenuti e tutte quelle situazioni in cui sarebbe improprio parlare di casa per definire la situazione abitativa. Ma la casa ‘mondo’ include anche l’ambulatorio, l’hanno capito decine di migliaia di ammalati che si sono ritrovati a doversi arrangiare da soli e a vivere una quarantena che non ha nulla a che fare con la fantasia e la creatività, perché somiglia assai più agli arresti domiciliari, o all’abbandono sanitario. Anche quando ci sono tutte le cure amorevoli del mondo – penso a chi ha un figlio disabile, un genitore non autosufficiente o più di un figlio piccolo da accudire – restare a casa senza tregua diventa un incubo, avevamo inventato servizi di sollievo e di alternanza nelle cure per questo, chiudere a chiave le famiglie nel loro habitat è stata una crudeltà.

Ecco, quel teorema è soprattutto la negazione dello spazio pubblico a vantaggio di uno spazio privato onnivoro: di fatto taglia fuori i servizi pubblici ed esclude le relazioni paritarie e la coesione sociale che si danno solo all’aperto, spesso nel luogo più democratico di tutti che è la natura. Negare l’outdoor non è tanto sospendere l’allenamento degli sportivi e il gioco dei bambini, è regredire come società ad una condizione primordiale di potere, di ricchezza personale, di primato del privato, fuori dal contratto sociale: lo sanno bene gli insegnanti, che in questi mesi hanno visto come non mai le differenze sociali fra i loro studenti entrando nelle case – o non riuscendo nemmeno a varcare la soglia – dalla porta delle videolezioni; lo sanno bene gli adolescenti, regrediti in poche settimane da un’autonomia appena sperimentata all’assedio dei genitori onnipresenti con gli inevitabili ‘fai questo, fai quello’; lo sanno bene i bambini deprivati del libero movimento e del gioco coi pari; lo sanno bene le donne vittime di violenza famigliare, che hanno smesso di chiamare e chiedere aiuto perché senza scampo nella reclusione domestica. In altre parole, la democrazia e la cittadinanza non si imparano e non si esercitano a casa propria, avevamo inventato la città per questo.

Nel momento in cui la società allungava le distanze fra condizioni di vantaggio e di svantaggio

E poi ci sono le singole case, la loro possibilità di farsi mondo: chi ha il terrazzo, il giardino privato, la sala studio, l’angolo palestra, una stanza per figlio, la banda larga, le consegne a domicilio vive una condizione radicalmente diversa da chi condivide gli spazi, non ha privacy, non ha il wifi, patisce tensioni e accesi conflitti famigliari. L’esercizio creativo di incorporazione domestica di attività varie in molti casi non lo puoi proprio praticare, non c’è modo: ogni scuola ha perso una certa quota di alunni nella didattica a distanza – a volte classi intere quando in difficoltà erano i docenti – gli sportelli sociali e i servizi educativi non residenziali hanno perso contatto con diverse persone e certamente non ne hanno agganciate di nuove, proprio nel momento in cui la società allungava le distanze fra condizioni di vantaggio e di svantaggio.

Mentre le famiglie in equilibrio ritrovano i loro affetti nel maggior tempo condiviso fra genitori e figli, le più fragili vanno alla deriva: la ritirata dallo spazio pubblico è anche questo, l’abbandono della specie alla sua catena alimentare. Non dimentichiamoci che vige una sorta di principio di selezione avversa del libero accesso ai servizi, se non vai incontro agli utenti saranno i più abili a usufruire di quanto messo a disposizione, aspettare un’email o una telefonata perché si faccia vivo chi è in difficoltà rischia di vedere gli accessi disporsi in modo inversamente proporzionale al bisogno.

Precari e innamorati

Fuori dalla retorica dello smart working dobbiamo dirci che stare a casa è un lusso, esaspera le differenze contrattuali e marca le diverse possibilità dei singoli profili professionali: se è chiaro che il barista non lo fai da casa, meno noto è che ci sono educatrici dei nidi con contratti garantiti anche a nidi chiusi e altre che il lavoro l’hanno perso, fabbriche che hanno continuato come nulla fosse e altre che non riapriranno più, liberi professionisti che lavorano in video come prima facevano dal vivo e baby sitter, colf o altri lavoratori magari in nero che non hanno più entrate e non accedono alle misure del governo perché non hanno un conto corrente. Il privilegio lo misuri con facilità, c’è chi guadagna il proprio reddito senza nemmeno muoversi e chi ha bisogno di uscire di casa per campare, gli esclusi sono fra i secondi.

Spesso la precarietà coincide con la giovane età, le tutele sono privilegio – non più diritto, ahimè – di chi nel mercato del lavoro è entrato tempo fa, è probabile che il lavoro perduto si concentri proprio fra chi vi si era appena affacciato, in condizioni contrattuali e di reddito penalizzate. Ancora una volta, dopo la crisi del 2009, è probabile che il costo sociale sia distribuito in modo ineguale per età e a pagarne siano anche a questo giro i più giovani fra i lavoratori.

Quando penso alla perdita dello spazio pubblico per l’imperativo domiciliare credo che le vittime più silenziose e per me struggenti siano gli innamorati

Ma quando penso alla perdita dello spazio pubblico per l’imperativo domiciliare credo che le vittime più silenziose e per me struggenti siano gli innamorati, lacerati dalla distanza ed esclusi dalle autocertificazioni. Penso agli amori appena sbocciati e magari non ancora confessati da adolescenti, agli amanti clandestini e appassionati o alle intese di sguardi appena sorte in un tragitto abituale per strada: tutto questo ce lo stiamo perdendo, stare a casa vuol dire anche atrofizzare il flusso dell’amore nascente. Perché spesso gli innamorati non hanno casa, si vedono quando possono, si incrociano per caso, si trovano a metà strada, e fanno casa nel parco, in un’automobile, in una stanza neutra, nell’abbraccio o nella mano nella mano per strada.

La reclusione domestica e il distanziamento sociale sono stati per l’amicizia fra ragazzi ma ancor più per gli innamorati di ogni età un colpo durissimo, una vera ingiustizia, perché gli innamorati sono l’umano che non siamo più, sono votati a fare esattamente il contrario di quello a cui tutti oggi siamo assuefatti: non portano il mondo in casa ma fanno casa nel mondo, reinventano lo spazio pubblico, esercitano la loro creatività ovunque, affermano il primato del contatto fisico e dei corpi, scrivono dichiarazioni d’amore sui muri, vanno al cinema e a teatro per incontrarsi e per baciarsi, e non farebbero mai cambio col consumo individuale e domiciliare. “Prego, prima gli innamorati”, dovremo dire in coda quando sarà pronto il vaccino.

Note