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11 aprile 2017

L’Asilo Filangieri di Napoli è un ambiente culturale assolutamente fertile e produttivo. Un luogo dove artisti e compagnie hanno capito che cooperare e collaborare in modo non competitivo è più utile per tutti. La seconda parte dell'inchiesta di Anna Lucia Cagnazzi

L’ex Asilo Filangieri di Napoli è un corpo in movimento

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Di Napoli si racconta spesso l’aspetto più triviale. Che pure c’è. Quella criticità diventa qui, però, alchimisticamente terra fertile. Quello stesso terreno che trasuda sangue, nel farlo lo rigetta, lo sputa, lo urla fuori da sé. Non lo trattiene né lo nasconde. Lo affronta. Ci vuole coraggio, ostinazione. Ci vuole uno sguardo lucido, non addormentato, non addolcito, non mediato.

Seconda parte dell’inchiesta sull’ex Asilo Filangieri di Napoli

È in questo contesto che si forgia una vera irrequietezza; una certa irriverenza verso tutto ciò che è socialmente accettato e ossequiato; una tale dedizione – o semplicemente accettazione empatica (non passiva) – a ciò che è sistematicamente estromesso, ingiuriato. Nel discorso sugli Usi Civici – già iniziato in un articolo che precede e introduce questo – anche questo sguardo sulla città è importante, affinché non si sleghi il discorso giuridico da quello delle pratiche in atto.


Ma il pubblico, signori…Che diremo del pubblico?
Del pubblico, dirò meglio, del popolo,
che non vuole più essere pubblico in teatro,
parleremo un altro giorno.
Solo anticiperemo – soggiungeva Mairena –
che è stato lui a salvare molti valori essenziali nel teatro,
quasi tutti quelli che sono giunti fino a noi.

A. Machado, Juan De Mairena. Sentenze, arguzie, appunti e ricordi di un professore apocrifo


Il Carnevale Sociale, per cominciare, è una delle facce di Napoli, dei suoi spazi comunitari, delle sue individualità condivise. Da Scampia a Materdei, dai Decumani del centro antico alla periferia estrema di Bagnoli, in tutte le aree urbane dove sono presenti spazi collettivi si è movimentata una massa ardente e schietta di bambini e anziani, donne e uomini, Occidente e Oriente. Un melting pot festante e coordinato che ha interessato anche L’Asilo, di cui qui si parla più nello specifico e che ci illustra queste relazioni:

la novità è che tutti questi spazi stanno lavorando insieme su tutt’una serie di cose con gruppi coordinati in comunicazione tra loro per progetti collettivi.

Dietro via San Gregorio Armeno è collocato l’Asilo, appunto. Da un punto di vista sociale questo quartiere è una totale anomalia: una periferia nel pieno centro antico, cuore pulsante della città. Turisti e vajasse, negozi di souvenir e bassi (o vasci, per intendere i tipici locali abitativi a livello strada). Tra scooter scattanti e ben poco eleganti, ciuffi alla moda su corpi pronti alla vita vera da sempre, tra storie durissime, degli squarci di luce si aprono. Sono squarci e anche qui si vuole sottolineare la durezza di certe conquiste.

Spesso dai media bollati semplicisticamente come autori di “atti vandalici” con il disprezzo e con il tipico autistico atteggiamento di chi si sente “per bene”, “legale” e “corretto”.

Gli “atti vandalici” subiti dall’Asilo in alcuni periodi precisi volevano dire moltissimo. E moltissime sono infatti le domande che l’Asilo si è posto. Fino a vedere questi ciuffi-alla-moda-su-corpi-pronti-alla-vita-vera entrare, affacciarsi, lasciarsi incuriosire e partecipare al primo laboratorio teatrale (di Salvatore Cantalupo se la memoria non m’inganna); questi centauri dalle storie durissime accettare l’invito a mettere musica in un dj set accanto a maestri della musica digitale.

Come gioco, sia chiaro. Gioco. Come nascono molte cose serie.

E così, tra qualche vetro rotto in meno, qualche portafogli lasciato nelle borsette in più, nasce la squadra di calcio Real San Gaetano. Nel cortile di quell’edifico in vico Maffei n 4.

Poco tempo fa abbiamo ospitato “i ragazzi” per una discussione sulla Paranza dei bambini (l’ultimo romanzo di Saviano), su cosa significhi per loro, su come si sentono rappresentati e autorappresentati. È un rapporto difficile, ambivalente e sensibile fatto di osmosi e fratture.

Nella rete di spazi in città, un altro progetto che funziona bene è quello del Doposcuola Popolare.

Abbiamo strutturato nel tempo un tavolo sociale, fra gli altri tavoli di lavoro, che si occupa del rapporto con il quartiere. Per lo stesso motivo abbiamo anche uno sportello di psicologhe aperto al quartiere e abbiamo organizzato la scuola di italiano per migranti. Con Davide Iodice è nata la Scuola Elementare del Teatro, progetto laboratoriale riservato a ragazzi in condizioni di disagio (fisico, sociale, mentale, economico). Le iniziative ci sono ma Napoli è una città fatta di strati sociali che coesistono a volte in modo anche drammatico. Si potrebbe fare molto di più e meglio ma bisognerebbe attivare progetti di più ampio respiro che prevedono anche finanziamenti ma insomma possiamo dire che i rapporti sono andati migliorando negli anni e questa è una cosa positiva.

Abbiamo anche molto regolato le nostre attività in base alle esigenze del quartiere. Quando c’è un problema, per esempio, gli abitanti del quartiere vengono in assemblea e li espongono. Questa osmosi è molto sviluppata da noi.

Gli Usi Civici permettono una penetrazione e ramificazione assai profonda e ragionata nel territorio, quello umano e quello politico. Necessitano di tempi dilatati e rischi legati alla convivenza. Prevedono smagliature, sbavature e continui riassestamenti. Per questo è uno scardinamento, un avanzamento. Non è un oggetto giuridico dato. Proprio uno dei temi più discussi dagli inizi e ancora sostanzialmente irrisolto è quello delle economie.

Nella delibera (n. 893/2015) più completa di questo percorso articolato viene riconosciuta, oltre alla Dichiarazione di Uso Civico, anche il concetto economico di “redditività civica”. L’uso degli spazi genera ricchezza alla città anche se si “perde” il reddito patrimoniale che sarebbe derivato dalla riscossione di un fitto per l’uso dei locali. Il vero reddito è quello generato dall’uso collettivo.

Pertanto, la comunità dell’Asilo può procedere autonomamente a organizzare varie forme di autofinanziamento che vanno dalle sottoscrizioni libere a forme di crowdfunding, partecipazione ai bandi, etc. Tuttavia la discussione intorno a questi temi è ancora aperta, molto accesa e problematica.

Un piano è quello di partecipazione ai bandi. Si è usata la formula del Comitato di Scopo per il bando cheFare 2 con un comitato di interspazio tra l’Asilo, Macao e Sale Docks, oppure si usano le associazioni, gli enti, che attraversano l’assemblea di gestione e che meglio si prestano allo scopo del bando. Questi ultimi partecipano rendendosi capofila e dichiarando che le attività verrebbero svolte all’interno dell’Asilo aderendo alle regole della Dichiarazione di Uso Civico.

Ci saranno altri casi in cui ci dovremo inventare un’altra soluzione, e poi ancora un’altra. È un terreno sperimentale e anche più affascinante.

A questo si aggiunge un piano interno, più problematico e scivoloso, che prevede la riscrittura di regole economiche e interrogativi sostanziali: come si redistribuiscono in forma mutualistica le entrate? Come si finanziano i laboratori? Come si autofinanzia una produzione? Come si autosostengono i lavoratori che consentono e assicurano le attività nello spazio? Come metodo e principio estendibile, s’intende, non come soluzione occasionale e arbitraria.

Stiamo riscrivendo le regole interne. Per dire che siamo in fase sperimentalissima sempre nell’ottica che tutti questi sono strumenti per permettere alle comunità di poter lavorare e produrre con una logica cooperativa e non competitiva.

Un importante lavoro è stato fatto sul linguaggio, sulla riappropriazione del significato delle parole in opposizione a una certa cultura che riduce la produzione culturale a una mera questione economica e mercantile.

A questo si lega il discorso sulle politiche culturali e sulle produzioni artistiche. (consiglio un approfondimento su “La pratica dell’uso civico come scelta estetica etica e politica per il sensibile comune”)

Rispetto alle economie necessarie per la produzione artistica e culturale, gli Usi Civici sono luoghi e pratiche mirati al soddisfacimento di bisogni che possono riguardare l’accesso allo spazio e ai mezzi di produzione artistica e culturale.

L’Uso Civico questa esigenza la risolve abbastanza bene anzi forse la risolve meglio di altri, perché se noi guardiamo oggi al panorama della produzione culturale teatrale, per esempio, moltissimi bandi sono creati per fare delle residenze di creazione, dove la messa a disposizione di uno spazio di tecnica viene considerata un aiuto alla produzione. Molti di questi bandi, però, non prevedono un compenso per gli artisti e spesso c’è il vincolo della prima messa in scena, quindi di un prodotto finale.

L’Uso Civico interviene molto bene su questo punto perché ha una grandissima flessibilità, è molto più democratico, riesce a intercettare molto meglio quelle che sono le spinte creative e autentiche che vengono dal territorio, è molto più veloce. Quando gli spazi sono disponibili, sono accessibili. Sono accessibili anche dando valore al non-finito, alla ricerca pura non finalizzata alla produzione, ovvero a tutte quelle attività fondamentali per avere un ambiente culturalmente vivace e autentico. Quindi l’uso civico è perfetto per questo. Non riesce, invece, ancora a risolvere la questione delle economie per la produzione.

Ovvero, l’Asilo ha maturato nel tempo la capacità di sostenere le produzioni per quanto riguarda i mezzi, la tecnica, gli spazi, ma non riesce – non ancora almeno, verrebbe da dire – a sostenere, nella misura adeguata, le spese di produzione che riguardano i lavoratori.  Il discorso sulle economie è importante e ci porta su un piano più ampio che riguarda perlopiù i circuiti ufficiali e istituzionali, rispetto ai quali

non è che le risorse sono scarse ma è vero che queste ci sono e che con il nuovo FUS sono distribuite e accentrate in sette punti focali, cioè i sette stabili nazionali. La riforma ministeriale del 2015 ha creato una devastazione perché tutti le piccole realtà sono scomparse per accentrare perlopiù su sette realtà nazionali. Il decreto fa questo sulla base di algoritmi che riducono l’attività a numeri (quante alzate di sipario, per esempio). I tecnici hanno usato l’algoritmo per dare una parvenza di imparzialità che mira ad azzerare meccanismi clientelari. Ma la cultura non si può calcolare su un algoritmo. Rimane per noi aperta la questione rispetto alla produzione culturale, rispetto al lavoro. Stiamo ragionando molto su questo.

Invece, da un lato puramente creativo e artistico, l’Asilo dimostra in cinque anni di attività e pratiche che è un modello assolutamente virtuoso. La quantità e qualità di progetti realizzati in termini di residenze, prove, laboratori, spettacoli presentati, incontri e dibattiti, è ormai quasi impossibile da elencare e narrare. La non-competitività e la redditività sociale hanno condotto anche a un’apertura libera e comunque indipendente di relazioni con spazi ufficiali del teatro e della cultura che hanno intersecato la loro programmazione con la rete dell’Asilo.

Sulla città l’Asilo – ma non solo l’Asilo, bensì tutta la rete di spazi collettivi – sono diventati un polmone di ossigeno per tutto l’ambiente di produzione culturale e artistica informale, fuori dai circuiti ufficiali, che prima non riusciva a respirare e a produrre. Lo fa con una capacità di intercettare l’esistente e le necessità ed emergenze del territorio.

L’Asilo è un ambiente culturale assolutamente fertile e produttivo non solo nel numero ma anche nella qualità dei linguaggi che vengono presentati. È il luogo dove artisti e compagnie hanno capito che cooperare e collaborare in modo non competitivo è più utile per tutti.

D’altronde qui si è fatto dell’interdipendenza un metodo politico prima che giuridico. Lo spazio fisico unitario, la prossimità dei vari tavoli di lavoro che si incrociano in assemblea, rendono possibile la magmaticità dei contenuti e delle forme. Qui si sfida un certo conformismo culturale che prevede partizioni tra linguaggi, si sfida un discorso sulla formazione accademica in ambito culturale, su quella forma di professionalizzazione per la quale è possibile accedere a determinate opportunità se si ha alle spalle una formazione ordinaria e ufficiale o altre esperienze che centrano tutto su un merito certificato dall’istituzione accademica.

Poi c’è una difficoltà. A volte noi stessi cadiamo in una trappola valutativa rispetto alla produzione artistica. Una trappola valutativa che ci fa dire “stasera vieni all’Asilo perché c’è questa compagnia che è tra le più importanti del panorama”. Ma per noi il valore dell’Asilo sta proprio nel fatto di accogliere e dare spazio a quelle realtà che sono fuori dai circuiti ma che hanno parimenti valore artistico. Nel momento in cui si mette attenzione su un nome si rischia di togliere luce e ossigeno agli altri.

Quando Chiara Guidi è venuta all’Asilo ha posto molto l‘accento sul valore di questo aspetto. Per esempio la Socìetas Raffaello Sanzio agli esordi e nel contesto in cui iniziava a operare e creare, aveva la possibilità di fare, di sperimentare. Quei primi discutibili esperimenti sono stati i mattoni perché la Raffaello Sanzio diventasse ciò che è stata ed è oggi. Il teatro ha bisogno di piccoli gruppi, gruppi di confronto. Ha bisogno di continuare a creare, a scambiare e l’Asilo, gli Usi Civici sono ambienti che permettono questo.

Questo discorso riguarda anche gli istituti di ricerca e di cultura: il sistema dominante riconosce solo i grandi nomi o nomi legati ai grandi nomi. È una logica di marketing. La difficoltà è che per essere visibile devi chiamare il grande nome ma il grande nome si mangia tutta l’esperienza e l’altissima qualità del sommerso. Tutto questo è drammatico per la politica culturale del paese.  Ci vuole molto coraggio per fare questo passo che però è essenziale in questo momento.

Quando penso all’Asilo, lo immagino visto dall’alto. Da qui solo mi sembra di riuscire a coglierne in un unico sguardo la complessità che contiene e che è. Poi, dopo, mi addentro nelle sue mura seicentesche. Così, dall’alto.

Il terzo – nonché ultimo – piano è quello che oggi accoglie il teatro. Questo è forse, tra tutti, lo spazio che mostra – orgogliosamente – più rughe. Da stanzone vuoto e luogo privilegiato dei primi incontri, a teatro costruito a pezzetti piccoli, mattoncini, aghi e fili. Poi luogo della crisi che ha subìto i sigilli della Magistratura (gennaio 2013) e simbolo della rivalsa ragionata quando si è riusciti a farli togliere. Da quel momento e da quei sigilli tolti è iniziata una faticosa, contrastata ma nuova fase.

Ogni volta che torno a l’Asilo trovo un contenitore migliorato esteticamente e avanzato tecnicamente. Vivo e tracciato. Se l’Asilo fosse un corpo, mi piace pensare che il suo teatro ne sarebbe l’epidermide.

Nell’articolo precedente – prologo di questo – ho aperto dicendo che questo luogo e questo processo non esisterebbero senza un inizio e un nutrimento che giungono da una rete più estesa. Ed è vero. Verissimo.

In chiusura vorrei, però, suggerire anche un’altra chiave di lettura su questo spazio liberato, che gioca tutto sulla mancanza di un identitarismo rigido, sull’assecondamento di bisogni e urgenze condivise, sull’accoglienza di una eterogeneità e trasversalità dei pensieri. Questi aspetti hanno consentito l’avvio di un circolo virtuoso che ha coinvolto figure estremamente diverse tra loro. I giuristi, gli artisti, gli autori, gli studiosi e gli studenti hanno condotto e stanno conducendo un grande lavoro di cesellamento e rivoluzione dei linguaggi, oltre che delle pratiche.

Le singolarità hanno un ruolo totale nel mantenimento di un piano umano tra i mille avvicendamenti di contrasto che nella pratica quotidiana emergono. Personalmente credo sia fondamentale mantenere questa elasticità che ci alieni dal macro-sistema e ci riconduca ai micro-desideri affinché dal micro-desiderio ci possiamo sentire parte di un nuovo, rinato, abile, ragionato, condiviso macro-sistema.


Immagine di copertina: ph Luigi Spera / Contact Improvisation – jam session aperta

 

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