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1 Ottobre 2019

Come si usano 4 km quadrati di spazio inutile in una delle città più grandi d’Europa?

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Io non sono mai atterrato a Tempelhof.

Anche ora che non ci vivo più da anni lo dico con una punta di imbarazzo, o forse di senso di inadeguatezza, perché quando vivevo a Berlino l’essere atterrati a Tempelhof era una specie di certificato di autenticità, una distinzione gerarchica in una comunità di espatriati in perenne flusso.

Si andava fieri della propria anzianità, quasi costituisse un diritto di prelazione sulla città rispetto alle ondate di italiani e americani che arrivavano ogni estate, spandendosi nei rivoli dei subaffitti a Wedding e Neukölln e poi infrangendosi contro il primo inverno o la scadenza del visto turistico.

E per distinguersi da loro si sbandierava un contratto d’affitto denominato in marchi, o un ricordo delle occupazioni, o un biglietto aereo con arrivo a Thf. […]

berlino, Tempelhof, latronico

Estratto dal reportage di Vincenzo Latronico uscito su The Passenger dedicato a Berlino

Il campo di volo abbandonato è stato convertito in parco nel 2010, e l’anno seguente la forza centrifuga del rincaro immobiliare mi ha fatto trasferire a un isolato dall’ingresso laterale. […]

Negli anni sono spuntati dei giardini condivisi e una zona barbecue, dei bagni attrezzati e persino un’area riservata all’accoppiamento di certe specie di uccelli. Eppure qualunque frazionamento non fa che scalfirne i lembi, sfrangiarlo appena, così che le zone delimitate da una ragione specifica non fanno che rendere più illogico, per contrasto, il centro abbandonato alle piste d’atterraggio e al maggese.

La questione di cosa fare di quattro chilometri quadrati di spazio inutile in una delle città più grandi d’Europa può sembrare paradossale. Può anche sembrare immorale, considerando che la crescita della popolazione, l’esplosione degli affitti brevi turistici e l’afflusso massiccio di capitali speculativi hanno reso la situazione abitativa berlinese catastrofica.

Questo problema non tocca solo gli artisti spiantati, gli studenti, gli expat sfaccendati, i freak, gli emarginati e gli scappati di casa che negli ultimi due o tre decenni hanno determinato l’identità della capitale, ma anche – in modo molto più grave – una fascia sempre più vasta di famiglie e di lavoratori. […]

Per questa ragione, nel 2014 l’amministrazione cittadina ha indetto un referendum per valutare la possibilità di ridestinare a edilizia abitativa circa un quinto del parco, costruendo cinquemila appartamenti di cui una parte in edilizia sociale.

La città ha votato no.

Sono state fatte molte analisi, e discordanti, sui risultati di quel referendum. Forse gli abitanti non avevano fiducia nell’efficacia della parte sociale del progetto, considerando la tolleranza mostrata negli anni precedenti dalle istituzioni nei confronti delle speculazioni private. […]

Fatto sta che lo spazio vuoto è ancora lì, e viene usato per fare giochi di ruolo dal vivo – decine o centinaia di persone che si danno appuntamento un mattino innevato per vestirsi da crociati e menarsi con spade di plastica – e per grigliare, per correre, per meditare e per dormire e per guardare il tramonto su quello che è quasi un mare. Ci sono stati organizzati concerti e conferenze. C’è stato allestito il campo per rifugiati più grande d’Europa.

La logica con cui un monumento viene eletto a simbolo della città in cui sorge ha sempre qualcosa di insoddisfacente e superficiale.[…]

Da questo punto di vista la porta di Brandeburgo ha a proprio favore un doppio valore storico molto profondo. Eretta per rappresentare la pace nel Settecento, è divenuta quasi tre secoli dopo il centro simbolico della riunificazione della città lacerata dalla Guerra fredda, e in quanto tale rappresenta il punto d’inizio di ciò che è Berlino oggi.

Ma quello che la città è stata da allora si rispecchia meglio, nella mia mente, in un luogo accogliente e disorganizzato, troppo caotico per poter imporre regole a chi sceglie di stabilircisi per un’ora o un mese o un decennio, una riserva di spazio tanto vasta da intralciare chiunque provi a imporle una destinazione precisa, e quindi destinata a rimanere così, aperta e illogica, quattro chilometri quadrati di potenziale puro.

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