Almanacco > Inediti
21 Marzo 2017

Il DDL sul lavoro autonomo, un'analisi. Flessibili in un mondo rigido, spesso i lavoratori a partita Iva sono i più lesti a reinventarsi e a fluire da un settore economico a un altro, da un territorio a un altro. Ma sono anche i più fragili in ogni contrattempo legato alla vita e al lavoro.

Lavoro autonomo, l’orizzonte che non c’è

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

In questo ultimo anno il DDL sul Lavoro Autonomo è stato seguito con molta attenzione dal mondo delle professioni e delle partite iva, perchè per la prima volta nella storia della Repubblica un complesso disegno di legge si concentra unicamente su di loro. Se il testo ad oggi licenziato sarà definitivamente approvato, ciò che il libero professionista vorrà sapere è: cosa cambierà concretamente nella mia vita?

Vengono aumentate alcune tutele in tema di maternità e malattia per gli iscritti alla Gestione Separata Inps; diventano abusive le clausole contrattuali che prevedono pagamenti oltre i 60 giorni; diventano interamente deducibili le spese fino a 10.000 euro per formazione; si aprono le gare di appalto e i bandi alle partite iva, equiparandole alle pmi.

Tutte queste misure sono in sé positive, e per certi versi rivoluzionarie; la vita della partita iva ne può realmente trarre un beneficio concreto. Tuttavia, visto da un altro punto di vista, ciò che è in luce diventa in ombra: le modalità di accesso a diritti come la tutela della maternità e della malattia non viene reso universale, e neanche legato alla condizione di lavoratore, ma dipende dalla cassa di previdenza di appartenenza; il diritto alla certezza del pagamento non passerà neanche stavolta per il cosiddetto rito del lavoro, che avrebbe implicato tempi rapidi e costi bassissimi, ma attraverso procedure legali ordinarie dai costi certamente alti e dai tempi indefinitamente lunghi: ostacoli che rendono le fatture inferiori ai 5000-7000 euro di fatto inesigibili; le spese di formazione fino a 10.000 euro erano già deducibili qualche anno fa, e il tetto era stato abbassato di recente; l’equiparazione tra partite iva e pmi è frutto anche dell’adeguamento alla normativa europea.

Il testo esce dal parlamento segnato da tante piccole cicatrici, tracce di cancellazioni e interpolazioni apparentemente incoerenti. Segni che rivelano quanto questo provvedimento sia stato terreno di lotta fra rappresentanti di interessi divergenti. Indizi che inducono a pensare che il baricentro incerto di questo provvedimento può ancora essere spostato verso di noi nei prossimi mesi, se siamo bravi a farci sentire.

Un po’ di lotta e un po’ di consapevolezza

Il vero punto debole del lavoro autonomo è tutto dentro il suo mondo: è la mancanza di una rappresentanza realmente rappresentativa e, per le professioni ordinistiche, di regole certe che, pur nel rispetto delle autonomie, vadano a stabilire i requisiti minimi di funzionamento delle loro principali istituzioni preposte al welfare: le casse di Previdenza.

Un esempio.
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali istituisce con questa legge un tavolo permanente di monitoraggio del lavoro autonomo. In un certo senso, questa legge affida a noi il diritto e il dovere di autoregolarci e di migliorarci la vita lavorativa. Sarà una sede di elaborazione e controllo che non dobbiamo sottovalutare, e che stavolta non dobbiamo lasciare solo alle associazioni tradizionalmente accreditate. Associazioni i cui rappresentanti probabilmente non abbiamo mai visto né eletto.
Come quando si parla di “apposita contribuzione” per aiutarci nella malattia o nel calo del reddito. A quanto ammonti questa ipotetica contribuzione e a chi di noi spettino le nuove tutele, lo decideranno i nostri Delegati nelle rispettive casse private. Delegati che possiamo essere noi, che comunque eleggiamo noi. Persone che dovrebbero renderci conto di quello che fanno per noi. Ma di fatto i regolamenti interni delle casse private, pur sottoposti all’approvazione dei Ministeri, non rispondono a criteri unici di trasparenza e rappresentatività. Cosa fa realmente il nostro Delegato una volta votato, è lasciato alla buona volontà di comunicarlo del Delegato stesso o all’autonomia della Cassa di pubblicare o meno i verbali di riunione dei propri organi decisionali. Basti pensare che, pur essendo riconosciute quali pubbliche amministrazioni e gestendo patrimoni di diversi miliardi di euro, le Casse previdenziali in questi mesi hanno aderito solo parzialmente agli obblighi previsti dalla legge Cantone sulla trasparenza.

Certo nulla di serio si ottiene senza superare il concetto di lobby corporativa. Anche perché la realtà corre molto più veloce dei provvedimenti normativi, e molti di noi incarnano già in sé una realtà complessa: consulenti al mattino, coworker nel pomeriggio, volontari della cultura nei weekend. Non si sa più quale cassa sia la nostra cassa. E magari ci ritroviamo a fare i baristi la sera, perché con tutto il resto del lavoro non siamo sicuri di pagare le bollette.
Il lavoro libero professionale tramandato dalle generazioni precedenti è in buona parte sorpassato dagli eventi e dalla realtà economica, ed è bene che ci facciamo delle domande, e che anche le leggi si adeguino.

Chi vive in prima persona la realtà del lavoro autonomo, infatti, ha una gamma di problemi in cui è lasciato quasi a sé stesso, problemi collettivi vissuti individualmente nel chiuso degli studi. Problemi che negli ultimi anni hanno solo cominciato a essere raccontati e che solo in minima parte vengono affrontati in questo DDL.

Alcuni di questi problemi collettivi infatti vengono menzionati solo per demandarne la soluzione a enti terzi, quali gli ordini professionali e le assicurazioni private. Possibilmente a costo zero per lo Stato.

Ancora sulla certezza del pagamento, per esempio: tutto sulle spalle del lavoratore autonomo l’onere di dimostrare di aver svolto un lavoro, di aver tentanto di rispettare la procedura di incarico, di aver lavorato correttamente e di non essere stati pagati quanto pattuito. Nella legge si ipotizza solo uno strumento assicurativo (e quindi privato) per attutire il danno da mancati pagamenti, ed è un vero peccato che non si sia capito quanto la fluidità del meccanismo lavoro-compenso sia di pubblico interesse. E ci si è dimenticati anche che stiamo parlando di un diritto costituzionale tutto da garantire.

L’orizzonte che non c’è

Da questo e da tanti altri dettagli traspare un’incomprensione della realtà degli autonomi. Come se non si fosse ancora capito quanto i meccanismi particolari del mondo degli autonomi riflettano, anticipino e infine amplifichino gli irrisolti e le potenzialità di un’intera società e di un’economia.

Flessibili in un mondo rigido, individui in cui un’intera piccola filiera produttiva si concentra, formati abbastanza da avere acquisito una propensione culturale a mettersi in discussione, sono spesso i lavoratori a partita Iva i più lesti a reinventarsi e a fluire da un settore economico a un altro, da un territorio a un altro. Ma sono anche i più fragili in ogni contrattempo legato alla vita e al lavoro.

Si rinuncia ancora a capire e a indirizzare i meccanismi sociali più macroscopici, si lascia che ogni ordine e ogni cassa privata si regolino ancora una volta da sé senza curarsi dell’effetto che fa sugli individui coinvolti, si sorvola sul rispetto dei diritti costituzionali.

Si chiamano enti terzi a coprire gratuitamente funzioni pubbliche – come nell’articolo che istituisce centri per l’impiego per autonomi – e con ciò li si invita implicitamente a estrarre da questa supplenza valore e sussistenza: ma il dovuto rispetto verso una realtà complessa, verso le specifiche professionalità, non è una scusante per sottomettere l’interesse generale collettivo agli interessi particolari e corporativi.

E in un’idea progettuale di paese non dovrebbe mancare l’analisi di come la qualità del lavoro autonomo si integri a quella dell’intero sistema economico.

Al governo tocca adesso legiferare per dodici mesi sui dettagli che, quelli sì, potranno avere un fortissimo riflesso sulle nostre vite professionali e personali. L’alternativa è rinunciare ancora una volta a incidere e a dirigere un fenomeno, un pezzo importante di società.

A noi tocca il compito di sorvegliare sui decreti in uscita, di rifarci carico dei nostri destini e della qualità delle nostre vite.

Dobbiamo pretendere di influire su tutti i provvedimenti che ci riguardano, anche quelli emessi dalle casse private. E allearci di nuovo fra professionisti, fra persone che lavorano.

Ognuno si confronti coi suoi colleghi, coi suoi coetanei e familiari per riflettere su come il lavoro ci condiziona l’esistenza, tutti con la consapevolezza che è questo il momento di elaborare e sostenere proposte giuste, di essere esigenti coi nostri delegati di cassa, di entrare di nuovo nel dibattito pubblico sostenuti magari da una nuova etica del lavoro.

Pretenderemo rispetto dalle persone per cui lavoriamo e tutela dallo Stato. Pretenderemo di esercitare dignitosamente professioni delicate, indispensabili alla società, che creano valore per la collettività oltre che per i nostri committenti. O continueremo ad essere esclusi da una vera cittadinanza.

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Potrebbero interessarti anche questi articoli

‘Database for Human Training’ ci riporta alle origini della ricerca sul riconoscimento facciale

22 Novembre 2019
Cagnazzi, Chiaramonte, neurosostenibilità

La neurosostenibilità si ottiene ritrovando il corpo e lasciando libera la mente

12 Luglio 2019

Sette domande sull’apocalisse del lavoro culturale: Tiziano Bonini e Maria Elena Colombo

7 Maggio 2019