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19 Giugno 2019

‘Braccia, non persone’: la storia dell’emigrazione italiana in Svizzera racconta lo scontro xenofobo di oggi

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‘Per cercare lavoro‘ è un titolo, quello del libro di Paolo Barcella, piuttosto riduttivo rispetto alla portata dell’analisi e delle tematiche che affronta. D’altro canto è pur vero che la tematica centrale è quella del lavoro e che, intorno ad essa, ruotano tutte le altre, dalle strategie familiari alle catene migratorie, alle scelte di insediamento, all’integrazione nel nuovo contesto e all’identità.

Ancora prima di entrare nel merito è necessaria qualche specificazione a partire dal sottotitolo Donne e uomini dell’emigrazione italiana in Svizzera. Non credo che il giusto ordine alfabetico rifletta un omaggio al politically correct ma certamente riflette una particolarità dell’emigrazione italiana in Svizzera, cioè un ruolo autonomo delle donne nella esperienza migratoria a livello di massa.

Stephan Castles e Mark Miller nel loro celebre testo ‘The age of migration’ considerano la elevata presenza femminile come una delle principali novità delle migrazioni di oggi, – cioè di quelle dell’ultimo mezzo secolo. E per converso l’altro classico sulle migrazioni internazionali dovute alla ricerca di lavoro – quello di Wolf Boehning (International labor migrations) concentrato sulle grandi migrazioni dei ‘trent’anni gloriosi’ – sostiene l’esistenza di una serie di stadi dove a partire per primo è sempre “il giovane maschio adulto” seguito poi, eventualmente, dal resto della famiglia. Non è proprio così nella emigrazione svizzera del dopoguerra, dove le donne hanno avuto un ruolo autonomo soprattutto all’inizio. E il protagonismo femminile emerge dai diversi capitoli del libro sia per il loro ruolo di lavoratrici, sia ovviamente come congiunte non solo al seguito, ma come interlocutrici nella costruzione del progetto migratorio.

C’è da citare ancora in premessa una ulteriore peculiarità dell’esperienza migratoria verso la Svizzera. Già alla fine della guerra questa rappresenta una significativa destinazione praticata dagli italiani in maniera legale o illegale. E ciò perché, contrariamente alle altre importanti destinazioni – quali il Belgio e, in seguito, la Germania – l’emigrazione italiana verso la Svizzera è fortemente collegata a quella del periodo pre-bellico, in particolare a quella del fascismo, grazie al ruolo delle Colonie libere. Per incidens va detto che una certa continuità nel Novecento ci fu anche anche nel caso della emigrazione verso la Francia. Ma la guerra e relative ritorsioni determinarono comunque un periodo di interruzione delle relazioni.

Infine c’è un dato importante che riguarda fin dall’inizio il grande afflusso del dopoguerra ma che ha origini ancora più antiche.

Si tratta di alcuni sorprendenti aspetti ‘quantitativi’, per così dire, del fenomeno, ricchi di implicazioni sociali e politiche: ancora negli anni ’60 c’erano ben 600 mila immigrati, per la gran parte italiani, controllati dalla polizia elvetica. Non a caso a ciò è dedicato l’incipit del libro. D’altronde questo numero davvero sorprendente riflette la portata della immigrazione italiana e la sua incidenza sul totale della popolazione lavoratrice svizzera, per cui Barcella sostiene che in alcuni momenti si poteva dire che gli italiani costituissero in sostanza il proletariato svizzero. Comunque – come è chiarito nel libro – le forme di disciplinamento poliziesco, in forma davvero pervasiva, degli immigrati non erano che il riflesso del modo in cui operava il sistema statale di controllo su tutti i lavoratori (stranieri e non) assolutamente a vantaggio delle imprese e con esse coordinato. In nessun altro caso della emigrazione italiana si è verificato un tipo di controllo così chiaro e di massa.

La temporaneità come principio base della politica svizzera di immigrazione: braccia non persone

Nelle storiche migrazioni alpine stagionalità e temporaneità rappresentavano un vantaggio reciproco per i datori di lavoro e per i lavoratori interessati al periodico ritorno a casa per l’eventuale lavoro in azienda. Ma questo viene meno quando la provenienza e la residenza della famiglia sono più lontane e, a volte, la provenienza sociale non è più rurale. Per i datori di lavoro, con la diffusione dell’industria, gli ovvi vantaggi della temporaneità si riducono, ma restano significativi, poiché si mantiene la possibilità di potersi liberare di forze di lavoro eccedenti nelle fasi di difficoltà.

Ma è soprattutto una sorta di path dependency a livello istituzionale che spinge a mantenere in vita un modello di gestione e una pratica politica volta a contrastare la possibilità di trasferimento definitivo di stranieri. Per lo Stato e per la società svizzera la disponibilità ad affrontare il problema dell’integrazione di stranieri – tanto più con le loro famiglie – per molto tempo è stata scarsissima. E la legislazione in materia era andata costruendo vincoli al trasferimento degli immigrati, se non in casi eccezionali.

Insomma quando già l’immigrazione di massa era diventa un aspetto strutturale, la Svizzera continuava ad essere paese restio ad accettare una politica migratoria che contemplasse il trasferimento e che – ricordando la massima di Max Frisch – avrebbe implicato non solo immigrazione di braccia, ma anche di persone. Fatto sta che non c’è nessun altro caso nelle migrazioni intraeuropee del dopoguerra in cui si registri un così articolato sistema di limitazioni della durata della permanenza ammessa quale quella svizzera con le canoniche figure di frontaliero, stagionale, annuale, stabile.

E il modello della immigrazione temporanea funzionale agli interessi politici del paese e al suo modello sociale – che rappresenterà uno dei modelli di base di incorporazione sistematicamente precaria degli immigrati – sarà sempre oggetto di scontro, perché incompatibile per chi proviene da lontano e intende vivere una vita familiare normale, magari in una prospettiva di stabilizzazione, anche se – è bene ricordare – per un significativo numero di questi, dopo molteplici difficoltà, questa arriva.

Lavoro e (lenta) stabilizzazione: il ruolo delle associazioni

Entrando nel merito del libro, il quadro iniziale è veramente di grande durezza, tale che solo una terribile miseria permetteva di accettare le condizioni deplorevoli alle quali sono stati sottoposti molti lavoratori italiani. Particolarmente gravose erano quelle di chi veniva occupato in agricoltura, fenomeno di rilievo soprattutto nei primi anni ed eredità di una tradizione antica in un contesto che già andava mutando. E di fatti l’occupazione agricola finirà per perdere totalmente rilevanza nel corso del tempo.

Il processo che porterà al miglioramento sarà lungo e riguarderà ovviamente sia le condizioni del cercar lavoro, sia le condizioni del lavoro stesso. All’inizio di questo ciclo migratorio gli emigranti italiani non godono di molti appoggi sui quali poter contare. Siamo nell’epoca degli accordi tra l’Italia e paesi ricettori di manodopera che mostravano, da parte italiana, la mancanza di capacità o di volontà di assistere i lavoratori anche se l’emigrazione che passava attraverso il canale istituzionale in questo periodo era definita emigrazione assistita. Gli accordi erano molto sfavorevoli per l’Italia – cioè per i lavoratori italiani – anche in rapporto alla più forte capacità contrattuale della Svizzera. A parte le reti informali familiari e comunitarie una sostanziale forma di appoggio protezione è data dalle associazioni, in primo luogo le organizzazioni cristiane, soprattutto cattoliche, che uniscono all’attività pastorale anche una certa attività di patronato. Ciò senza considerare l’attività istituzionale di patronato che avranno sempre le Acli. C’è poi l’attività delle organizzazioni legate al movimento operaio e in particolare le Colonie libere e l’Inca Cgil.

Ma mentre per le Acli e le altre organizzazioni cattoliche non c’è una discriminazione o una sua persecuzione da parte delle imprese tramite gli organi di polizia, la situazione è completamente diversa per chi in qualche modo è legato all’area di sinistra. E c’è di più: le organizzazioni cattoliche moderate godono della fiducia delle imprese e dei datori di lavoro in generale riuscendo così anche ad aiutare gli immigrati della ricerca e nella collocazione lavorativa. Ciò per quel che riguarda la fase iniziale.

Con il passare del tempo, gli accordi bilaterali perdono di rilevanza e sono un ricordo del passato. Le imprese praticano il reclutamento diretto dall’estero, con un orientamento benevolo da parte dagli organi dello Stato, permettendo ai lavoratori un ingresso già regolare grazie all’esistenza di un rapporto di lavoro stipulato in Italia. Ma, anche nel caso di ingresso clandestino, la regolarizzazione potrà avvenire attraverso un contratto stipulato in seguito con un datore di lavoro.

Una sofferenza spesso taciuta: la memoria del conflitto

Un fatto che desta sorpresa riguarda il modo in cui nei racconti sono rappresentate le difficoltà, la percezione delle discriminazioni e i conflitti che ne derivavano. Il titolo del paragrafo che affronta specificamente la tematica incuriosisce: “La memoria del conflitto”.

È noto come ci siano stati dei momenti significativi di conflitto e tensione nella società svizzera sulla questione dell’immigrazione e in particolare sui rischi di ‘inforestieramento’: termine con il quale si definisce la presunta forte, anzi eccessiva, presenza di stranieri nel Paese. Le limitazioni proposte riguardavano il numero e l’incidenza dei lavoratori stranieri sul totale dei dipendenti delle aziende ma anche la percentuale di stranieri sulla popolazione. Non casualmente le tensioni su questo tema avvennero in seguito agli accordi del 1964 che allargavano le maglie dei ricongiungimenti familiari. Il che implica che le reazioni xenofobe e le relative tensioni hanno luogo in momento di miglioramento delle condizioni e delle prospettive dei lavoratori italiani.

L’iniziativa più celebre è quella del referendum legato al nome di Schwarzenbach del 1970. Le battaglie su questo tema furono molto dure e le associazioni degli italiani giocarono un ruolo di rilievo. Tra i tanti esponenti dell’associazionismo più impegnato è d’obbligo ricordare la figura di Leonardo Zanier alla quale Barcella ha dedicato più di uno studio.

Eppure Barcella nota che: “Solo una parte delle narrazioni di cui si dispone ha confermato l’esistenza di tensioni tra la popolazione locale e quella immigrata”. La maggioranza degli scriventi e delle persone intervistate ha raccontato in termini vaghi e ambigui l’esistenza di contrasti, che riconduceva a ragioni generali, di carattere culturale o linguistico. E una minoranza importante ha del tutto ignorato il problema mentre un limitato ma significativo numero di persone ha addirittura tracciato un quadro idilliaco dei rapporti tra gli stranieri e la cittadinanza elvetica”.

Questo suggerisce una riflessione sul valore e il significato di questo tipo di interviste. Esse possono riflettere un dato reale, cioè l’esistenza o meno di conflitti, oppure la maggiore o minore attenzione dedicata al problema, o ancora l’esserne stati più o meno coinvolti direttamente, oppure la loro percezione all’epoca ed infine la memoria con tutti i processi di selezione che essa comporta.

Comunque, quali che ne siano i motivi, un dato certo è che la versione prevalente è quella ottimistica. D’altro canto questa è l’impressione che si ricava anche dal capitolo finale. L’orientamento che emerge dai discorsi non è univoco, ma il grado di estraneità rispetto al contesto locale sembra ridursi con il passare del tempo, anche se ancora quale intervistata afferma di non essere mai riuscita a integrarsi e di non sentirsi mai accettata.

L’emigrazione di ieri e l’emigrazione di oggi: ancora per cercar lavoro

Un ulteriore commento riguarda l’epoca alla quale si riferisce la ricerca svolta, per quel che riguarda il lavoro di campo, nel decennio passato. Essa – va ribadito – copre l’intero ciclo migratorio post-bellico dall’inizio fino al declino e alla stasi.

Conseguentemente non c’è, e non poteva esserci, riferimento alla significativa ripresa della emigrazione italiana in Svizzera, con altre donne e altri uomini diversi dagli emigranti studiati da Barcella per condizione sociale, livello di istruzione, cultura ed esperienze di vita: emigranti tendenzialmente giovani che arrivano fuori dalle catene migratorie che avevano guidato l’emigrazione dei protagonisti del libro. Sono cambiati loro ed è cambiato anche il contesto generale nel quale il nuovo movimento – la nuova emigrazione italiana – si inscrive.

Da questo punto di vista l’immigrazione in Svizzera al giorno d’oggi mostra di aver perduto molte delle sue specificità: le sue connotazioni sono molto simili a quelle degli altri principali paesi verso cui si dirige la nuova emigrazione. Innazitutto la componente femminile con progetto migratorio autonomo è ormai una caratteristica comune a tutti i paesi della emigrazione italiana. Ma la novità principale, che non riguarda solo la Svizzera, è la diversa composizione sociale. La grande emigrazione intraeuropea era un’emigrazione sostanzialmente proletaria con una presenza irrisoria delle persone di condizione sociale più alta. Ora le persone, di provenienza sociale o attuale condizione borghese, hanno un peso importante, considerando che circa un terzo degli emigranti sono altamente scolarizzati.

I rapporti tra i protagonisti dei due cicli migratori, quello storico del dopoguerra e quello di oggi, sono modesti per i motivi più vari. Innanzitutto la lunga interruzione, o comunque stasi, del flusso ha determinato una distanza culturale dei nuovi non solo nei confronti degli anziani ma anche nei confronti dei giovani di seconda o terza generazione loro coetanei. In questo quadro, manca la mediazione operata dalle associazioni che in passato hanno avuto un ruolo importante che ora sono in declino. Esse sono poco frequentate dai giovani di origine italiana e ancor meno dai nuovi arrivati che hanno forme autonome e nuove di associazione su tematiche specifiche, secondo quello che si definisce come associazionismo in rete.

Infine, per quel che riguarda il lavoro, i nuovi immigrati soffrono di una situazione di precarietà che gli immigrati del ciclo precedente erano riusciti a superare nel corso del tempo. E questa precarietà è frutto dei processi di trasformazione del mercato del lavoro e dell’occupazione in tutta l’Europa. Ora non sono più tanto o più solo i criteri di attribuzione dei permessi di soggiorno a rendere difficile la stabilizzazione, ma è la natura stessa dei lavori e dei rapporti di lavoro.

Il sovranismo non ha frontiere e colpisce anche chi se ne fa portatore.

Questo rende molto più problematiche le prospettive future. I nuovi immigrati affrontano l’esperienza migratoria più forti e attrezzati rispetto a quelli del ciclo precedente, ma paradossalmente con minori garanzie di miglioramento e consolidamento.

Tornando al libro si può dire che è una vera e propria miniera di materiale prezioso per comprendere l’esperienza migratoria nelle sue diversità, ma anche le tendenze dominanti nelle diverse fasi del grande ciclo migratorio del dopoguerra. I capitoli dedicati alle diverse tematiche sono ben inquadrati da una introduzione e da un capitoletto conclusivo essenziale che rispettivamente guidano il lettore nell’analisi e ne evidenziano i punti salienti. Ne emerge una storia dura al termine della quale chi era venuto a cercar lavoro raggiunge faticosamente anche una collocazione nella società, grazie anche alla capacità di adattamento e al senso di appartenenza alla società svizzera.

I nuovi rigurgiti xenofobi, riconoscibili nelle ultime iniziative referendarie proposte in Confederazione e nel clima che le ha accompagnate, riportano indietro a tempi e a situazioni che parevano superate. Ma, di nuovo, questa non è una specificità svizzera, bensì l’espressione della diffusione dell’ideologia sovranista e del primato nazionale. In Italia, “prima gli italiani” significa discriminazione degli altri, degli immigrati dal sud del Mondo. In Svizzera “prima gli svizzeri” significa anche discriminazione contro gli Italiani, magari frontalieri. Il sovranismo non ha frontiere e colpisce anche chi se ne fa portatore.

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