Le nuove leggi di Donna Haraway per riscrivere una fantascienza del reale

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Sullo schermo del laptop Haraway appare in camice bianco, fuma una sigaretta dopo l’altra, scruta dieci diversi display circondata da ginoidi, sessoidi e cyborg obsolete, manomesse, malfunzionanti.

La quantità di informazioni che le giungono dai pc e i/le robot che affollano la stanza producono un certo elettronico rumore di fondo, sul quale le voci di Togusa e Batou dovranno quasi imporsi.

Pubblichiamo un estratto dalla prefazione a Le promesse dei mostri di Donna Haraway (Derive Approdi)

Haraway li rifiuta, subito: «può venire tutta la polizia del pianeta, quest’indagine è mia». Vuole difendere una sessoide, una ginoide da compagnia che stava tentando di suicidarsi, dopo aver ucciso tre persone, quando l’agente Batou le ha sparato.
Haraway è irritata, non le importa molto di quante persone la ginoide abbia ucciso, lei avrebbe potuto ripararla, se solo il proiettile usato fosse stato diverso.

Gli agenti invece sono allibiti. non si spiegano come sia possibile che una cyborg tenti il suicidio. Semplicemente, risponde Haraway, anche i malfunzionamenti generano una loro logica. E la logica conseguenza del malfunzionamento è in questo caso la liberazione dal «codice morale 3».

Togusa lo ripete, si stringe nel cappotto forse cercando di comprendere la portata del messaggio di Haraway: le/i cyborg possono anche sottrarsi all’obbligo di «preservare la loro esistenza senza infliggere danno agli umani». E tuttavia non è convinto, chiede: «non sarebbe più appropriato chiamarla auto-distruzione?».

Haraway accende un’altra sigaretta e risponde «soltanto se presupponiamo che le differenze tra umani e macchine siano ovvie». Fa freddo in quel laboratorio e i respiri dei personaggi si toccano con mano, dietro i loro corpi si muovono, fluidi, occhi e bracci biomeccanici.

Haraway continua assertiva: «gli umani non sono robot, ma possono diventarlo». Poi ribalta la situazione. Gli agenti, presumibilmente gli addetti alle domande, si trovano in balia dei suoi interrogativi: «come mai gli umani sono così ossessionati dal ricreare loro stessi?».

Togusa e Batou stanno indagando sulla Locus solus, una multinazionale accusata di rapire ragazze per duplicare la loro anima e umanizzare così le sessoidi destinate al mercato. Haraway incalza a ragione: Chi volete salvare? Come trac- ciate il confine tra chi è degno della vita e chi non lo è? E perché sacrificare proprio coloro che abbiamo creato così simili a noi?

Durante il suo monologo Batou si allontana, Togusa la fissa spaventato, Haraway capisce dal suo sguardo che deve cambiare terreno per essere seguita e chiede direttamente: «lei ha figli?». Togusa risponde di si e la nostra artigiana di cyborg – mentre accende l’ultima sigaretta da quella che non ha ancora spento – si spiega definitivamente meglio: «crescere figli è il modo più semplice per capire e realizzare il sogno antico della vita artificiale, o almeno questa è la mia ipotesi».

In questa densissima sequenza, puzzle di citazioni da sciogliere guardandola in loop, il regista Mamoru Oshii incastona donna Haraway. Il suo anime fantascientifico, Ghost in the Shell 2: Innocence, è la nostra scorciatoia, o meglio ancora il medium per attraversare i paesaggi mentali e terreni che Haraway traccia nel saggio, Le promesse dei mostri.

L’intero anime fantascientifico potrebbe guidarci attraverso le figurazioni di Haraway, popolato come è da creature mostruose, specie da compagnia mai nate, andro/ginoidi e altre/i inappropriate/i.

Nel dialogo tra Togusa e Haraway è possibile cogliere un’allusione alle tre leggi della robotica (il «codice morale 3»). Per Togusa è inspiegabile la loro mancata applicazione, Haraway sembra invece pronta da sempre a questo potenziale di sovversione latente tra le/i cyborg. come per la bianconiglia che stiamo per incontrare, nessuna legge proiettata dall’Uomo sulle creature mostruose può aspettarsi piena efficacia.

Difficile assumere che le tre leggi della robotica informino l’immaginario teratologico di Haraway, che piuttosto le lavora dall’interno fino a rivoltarle contro l’artefice, fino a schierarle dalla parte degli artefatti: «le ginoidi possono sottrarsi dall’obbligo di…». Lo sbirro inorridisce, ribatte: «di cosa diavolo stai parlando?».

Ed è facile spiegare lo spavento sul suo volto, perché Haraway ha aperto la voragine. A rispondere a Togusa è ora la Haraway de Le promesse dei mostri: «i poteri della dominazione a volte falliscono nei loro progetti di assoggettamento» (p. 86).

La messa in discussione del soggetto è l’operazione preliminare al viaggio

Le creature mostruose promettono: «possiamo lavorare per far aumentare i tassi di fallimento» (p. 86). Se noi, attrici/ori umane/i, desideriamo altrettanto, dobbiamo prima di tutto smettere di «ridurre gli altri attori a risorse – a mero terreno e matrice», elaborando nuove modalità per «relazionarsi al resto del mondo» (p. 86).

La messa in discussione del soggetto è l’operazione preliminare al viaggio. Come a dire, inutile partire appesantite da strumenti né utili né dilettevoli.

Le tre leggi della robotica non sono mai servite a Haraway e non serviranno a noi perché presuppongono un’identità autoreferenziale.

Asimov è l’autore, il soggetto che ha al contempo accesso al pubblico linguaggio e al pubblico lettore, è lo scrittore che parla per altre/i e che impone il suo codice di codifica e decodifica del reale.

Asimov è la fantascienza che Haraway ci invita a riscrivere, quella che ci irrita tanto quanto affascina.

Asimov come Hegel, la sua si direbbe forse Fenomenologia del Ghost. L’atto dell’auto-proclamarsi capace di «parlare per» equivale a quello di auto-eleggersi a «decidere per». È per questo che occorre tradire, seguire Haraway in questo saggio/viaggio e riscrivere la nostra fantascienza preferita.

Partiamo dunque, tenendo bene a mente quanto abbiamo imparato da Ghost in the Shell: l’alterità inappropriata/bile, come le ginoidi, non è obbligata a rispettare alcuna legge scritta dall’uomo per sé stesso.

Asimov è la fantascienza che Haraway ci invita a riscrivere, quella che ci irrita tanto quanto affascina

Partiamo riscrivendo le tre leggi di Asimov, traduciamole nella lingua coniata da Haraway ne Le promesse dei mostri, fino a farle diventare uno scioglilingua, fino a radicarle nei nostri corpi, situarle nella rete di relazioni e nello spazio densamente popolato che attraversiamo:

1. Le/gli umane/i sono esseri non auto-sufficienti, formati da una collettività complessa e articolata, che non devono arrecar danno all’alterità inappropriata/ibile, a tutte le forme di vita organiche, artificiali, più o meno o non-umane, né possono permettere che a causa del proprio mancato intervento l’alterità inappropriata/ibile riceva danno.

2. Le/gli umane/i devono obbedire agli ordini impartiti dalla medesima collettività complessa e articolata che li informa, composta da entità biomeccaniche, microbi, virus, circuiti elettrici, primati, specie da compagnia, piante selvatiche e cyborg, tranne quando tali ordini contrastino con la prima legge.

3. Le/gli umane/i non devono preservare né riprodurre a tutti i costi la loro esistenza, quando questo contrasta con la prima legge.

La legge Zero, che sottende Le promesse dei mostri, suona più o meno così:
0. Le/gli umane/i devono lottare per la sopravvivenza dell’intera Terra, perché è in essa che sono radicate/i, assieme a tutte le forme di vita organiche, artificiali, più o meno o non- umane, cyborg, creature altre, mostruose e inappropriate/ ibili.

La legge Zero è la bussola, senza di essa non ci si orienta, perché questo è davvero un vi(s)aggio

La legge Zero è la bussola, senza di essa non ci si orienta, perché questo è davvero un vi(s)aggio, l’escursione di un’attivista col cervello sempre in moto che non riesce a smettere di entrare e uscire dalle lotte per la sopravvivenza della terra, quel pianeta che brulica di forme di vita cangianti e altamente differenti che pure, nell’orizzonte di Haraway, possono trovare il modo di articolarsi, vale a dire di co-abitare co-costituendosi, di stringere relazioni liberatorie e non rapporti di dominazione, di aggregarsi in coalizioni orizzontali e trasversali basate su affinità e fiducia e non di distribuirsi lungo le linee gerarchiche di classe, sesso, specie, razza. Che salti ogni binario, il viaggio di Haraway procede a zig zag: altamente probabile finire in spazi ad alta conflittualità grazie alla busso- la/legge Zero. mettiamoci del nostro. aggiungiamo le nostre lotte a quelle riportate da Haraway.

Usiamo il navigatore (e le stelle!) per trovare altri luoghi in cui riambientare le nostre saghe fantascientifiche, troviamo una non-fine alternativa a Interstellar…

L’attivista femminista in me si è nutrita della geniale performance del collettivo di cui Haraway faceva parte, le Surrogate Others, e si è felicemente ritrovata a usare, insieme alla collettiva La Mala Educación, la pratica della messa in scena per rivendicare diritto alla salute e autodeterminazione sessuale e riproduttiva.

E quante discussioni, in vista dello sciopero transfemminista globale dell’otto marzo, organizzato da non Una di meno, hanno avuto a tema scopi, modalità, tempi e spazi delle nostre azioni simboliche? Un lavoro necessario, secondo Haraway, quello di «ricollocare e diffrangere i significati incarnati», che si rivela politica culturale e tecnoscienza politica «cruciale per generare un mondo nuovo» (p. 109).


Immagine di copertina da Ghost in the Shell 2: Innocence

Note