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12 settembre 2017

Il cantiere dell’innovazione in Italia

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Innovazione sociale e culturale sono termini diventati familiari. Un’ampia letteratura, ma anche i social, contribuiscono, con approcci anche molto diversi, a diffondere analisi, informazioni, dati, esperienze dell’Italia e non solo (citazione di merito va al lavoro fatto da cheFare).

Si moltiplicano le esperienze di “accompagnamento” come quelle, ad esempio, di Avanzi e Base a Milano. Per ragioni professionali, oltre che per curiosità intellettuale, ho attraversato numerose esperienze classificate, valutate, definite di innovazione sociale e culturale. E tuttavia faccio ancora fatica ad orientarmi. A volte mi sembra che sia tutto chiaro ma a volte no.

Mi chiedo che cosa si intenda per innovazione sociale, culturale e perché così spesso al termine innovazione, in questo ambito, si accompagnano sempre, o quasi, entrambi gli aggettivi. Vuol forse dire che solo richiamando entrambi gli aggettivi si può definire l’innovazione? E quali sono gli ambiti in cui, senza questa associazione dei due termini, potrebbe non emergere con chiarezza il profilo dell’innovazione? Analizzando i processi che si sviluppano in un dato contesto è possibile individuare quelli a carattere culturale e quelli a carattere sociale? E quando si fa riferimento al welfare culturale è perché si include anche la dimensione sociale? Se la connessione è così forte, quali politiche pubbliche sono necessarie ed efficaci? Vale la pena, ha senso, porsi queste ed altre domande? Oppure è un esercizio inutile? Difficile per me trovare risposte compiute a queste domande.

Ragiono da operatore, da osservatore. Può essere utile partire da qualche elemento di carattere generale. Con specifico riferimento all’innovazione sociale mi sembra interessante la definizione contenuta nel Libro bianco scritto da Robin Murray, Julie Caulier Grice e Geoff Mulgan: “Definiamo innovazioni sociali le nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che soddisfano dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e che allo stesso tempo creano nuove relazioni e nuove collaborazioni. In altre parole, innovazioni che sono buone per la società e che accrescono le possibilità di azione per la società stessa.”

Un principio generale che, per quanto mi riguarda, è anche un interessante punto di partenza. A proposito di innovazione culturale, sul suo significato restano molti dubbi. Ad esempio Michele Dantini si domanda se quando parliamo di “innovazione culturale”, parliamo di “innovazione sociale in ambito culturale” o di innovazione culturale nel senso dell’“innovazione cognitiva”.

Nell’uno come nell’altro caso è evidente che c’è ancora un lavoro da fare per avere elementi utili che consentano di individuare esperienze e progetti riconducibili a una o a entrambe le categorie.

Vediamo se qualche caso concreto ci può aiutare, almeno in parte. Prenderò a riferimento esperienze con cui mi sono confrontato di recente. Occupandomi della selezione dei progetti di paesaggio presentati da associazioni, fondazioni, privati e istituzioni pubbliche in occasione della quarta e quinta edizione del Premio del Paesaggio del Consiglio d’Europa, promosso dal Mibact, ho potuto conoscere molte esperienze realizzate in diverse parti del nostro Paese. Ne citerò due.

Parco agricolo dei Paduli, in provincia di Lecce. Qui un gruppo di animazione locale ha saputo promuovere il riscatto di uno straordinario paesaggio di uliveti secolari, che versava da tempo in condizioni di abbandono e di degrado, per la crisi dell’olio “lampante”. Attivando in autopromozione il Laboratorio Urbano Aperto, si è dato avvio a un efficace processo di partecipazione “dal basso” che ha coinvolto progressivamente dieci Comuni salentini, la popolazione locale, gli agricoltori ed esperti provenienti da tutta Italia. Ne è scaturita l’idea di realizzare un Parco agricolo multifunzionale come occasione di sviluppo locale sostenibile.

Insieme alla riconversione produttiva a favore di beni agroalimentari tipici, si sono recuperate antiche tradizioni gastronomiche, realizzate nuove forme di ospitalità diffusa, itinerari di mobilità alternativa, esperimenti di “land art” e altre attività creative ad opera soprattutto delle fasce giovanili.

Un processo che ha generato un modello innovativo di partecipazione delle comunità, una maggiore collaborazione fra le istituzioni e nuove relazioni fra soggetti del territorio e di altri ambiti territoriali. Si può parlare di una esperienza di innovazione sociale, perché sono nate“nuove idee (prodotti, servizi e modelli) che hanno soddisfatto dei bisogni sociali (in modo più efficace delle alternative esistenti) e allo stesso tempo hanno creato nuove relazioni e nuove collaborazioni”(op.cit).

In questo caso non vedo tracce significative di innovazione culturale: non sono state realizzate nuove produzioni culturali o, se si preferisce, la cultura nelle sue diverse espressioni, non ha giocato un ruolo nei processi di coesione e inclusione sociale, non ha contribuito in qualche modo allo sviluppo locale e così via.

Secondo esempio. L’Associazione Tu quoque di Vernazza, nel Parco delle Cinque Terre, si è impegnata a coinvolgere attivamente ragazzi e docenti universitari italiani e stranieri nell’antica arte della ricostruzione dei muretti a secco. Si sono dati cinque obiettivi: fermare l’abbandono dei terreni, mantenendoli con i loro vigneti tradizionali; ripristinare le porzioni di muri lesionati con il coinvolgimento dei giovani; accorpare le proprietà per superare la parcellizzazione; organizzare eventi per la sensibilizzazione delle comunità sul tema dell’abbandono e del dissesto; coinvolgere i turisti nella cura del territorio.

Il progetto si è avvalso della cooperazione di realtà come, per esempio, Forma di Chiavari, IBO Italia, UNESCO Volunteers, ITLA, e il Comune di Vernazza. I territori in cui sono stati realizzati gli interventi dell’Associazione, sottratti all’abbandono, hanno visto crescere un turismo sensibile alla qualità di un contesto rurale preservato nel tempo.

I volontari, per la gran parte con meno di 25 anni, sono stati i principali protagonisti del successo dell’iniziativa. Il lavoro manuale e l’uso di nuove tecnologie ha consentito loro di apprendere le difficili tecniche che consentono la ricostruzione dei muri a secco per offrire l’ambiente temperato necessario alla produzione vitivinicola. Il lavoro generoso di tanti giovani volontari ha contribuito anche a cambiare l’atteggiamento dei coltivatori e dei cittadini; da un iniziale sfiducia a un’apertura verso il possibile recupero dei terrazzamenti.

Anche in questo caso mi sembra che ci siano i tratti propri di un progetto di innovazione sociale. La situazione si complica con altri due casi di cui mi sono occupato. La Fondazione con il Sud, vero e proprio motore e promotore di innovazione sociale, nel 2014 ha pubblicato un bando rivolto alle istituzioni locali e ai privati per individuare beni culturali chiusi, o parzialmente utilizzati, per i quali, con successivo bando rivolto ai soggetti del Terzo Settore, sarebbe stato possibile presentare progetti sostenibili per la loro restituzione alla pubblica fruizione.

Ho lavorato alla selezione dei beni candidati visitando molti luoghi del Mezzogiorno e ho successivamente seguito alcune delle iniziative che sono nate con il secondo bando. Fra queste c’è il progetto ITINERA a Montoro, un centro a metà strada fra Avellino e Salerno, a poca distanza dal campus universitario di Salerno.

Il progetto è collocato all’interno di Palazzo Macchiarelli, dimora storica restaurata e mai utilizzata. Obiettivi del progetto: realizzare un incubatore e acceleratore di impresa per il sostegno concreto a nuove idee imprenditoriali nei settori legati alla produzione artistico-culturale, all’impresa sociale, alla filiera agro-alimentare; valorizzare le tradizioni enogastronomiche locali con eventi promozionali e degustativi, laboratori didattici, campagne di sensibilizzazione, turismo sostenibile; realizzare i “Cantieri sociali” con un’attività di inclusione sociale e di supporto alla conciliazione dei tempi di vita e lavoro per le famiglie del territorio; promuovere“azioni di sviluppo culturale” con l’attivazione di uno spazio culturale integrato per mostre, eventi, laboratori e l’allestimento di uno spazio espressivo (factory) e mediateca permanente.

Un progetto innovativo che ha realizzato una infrastruttura sociale e culturale in un territorio piuttosto povero,con molte caratteristiche riconducibili sia all’innovazione sociale (i Cantieri sociali sono una risposta innovativa a bisogni del territorio e uno strumento per sviluppare la coesione e l’integrazione sociale), sia all’innovazione culturale (valorizza i giovani talenti creativi attraverso l’incubatore e l’allestimento di una factory per artisti, recupera un bene culturale che diventa una opportunità per lo sviluppo locale).

L’ampio partenariato che ha promosso il progetto ITINERA vede la presenza di cooperative e associazioni locali che operano nell’ambito dei servizi alle persone, nella produzione e nei servizi culturali, nella rappresentanza dei produttori agricoli locali fino a Make a Cube di Milano che ha realizzato il Macchiarelli WORKLAB per selezionare e accompagnare lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali. Già la composizione del partenariato contiene una sfida e rappresenta un esempio di “innovazione culturale”, se pensiamo che il progetto intende sperimentare “forme di collaborazione, rete e mutualismo, finalizzate a produrre un cambiamento nel sistema di condivisione di contenuti di vario genere”.

In questo caso è quindi piuttosto evidente che l’innovazione culturale non si esaurisce nella innovatività dei servizi culturali (che pure resta un ambito di notevole interesse) quanto piuttosto nei processi di produzione, valorizzazione e partecipazione. Il secondo caso. L’Associazione 999Contemporary ha realizzato il progetto Big City Life a Tor Marancia a Roma. Progetto di arte pubblica per la riqualificazione urbana, sociale e culturale di un quartiere storico e degradato della Capitale. Qui 20 artisti di diverse parti del mondo hanno realizzato altrettante opere sulle facciate di alcuni palazzi di edilizia popolare attraverso un dibattito ed un confronto con i residenti.

Oggi è visitato da migliaia di persone accompagnati nella visita dai membri di una associazione nata fra 20 giovani del quartiere.È diventato un set cinematografico, sono stati riqualificati le aree a verde, sono nate forme di autogestione degli spazi condominiali, è stata restituita una reputazione ad un quartiere degradato. In questo caso l’arte ha trasformato un quartiere, ha contribuito a creare una dimensione comunitaria, ha generato identità ed orgoglio, ha promosso nuove opportunità di lavoro.

Un altro esempio in cui è possibile trovare tracce significative di innovazione sia sociale che culturale. I casi in questione sono rappresentativi di un ampio spettro di esperienze diffuse in tutto il Paese, senza distinzione fra grandi e piccoli centri urbani, Nord e Sud. L’innovazione, anche quella sociale e culturale, non ha luoghi elettivi, anche se i contesti più dinamici favoriscono il suo sviluppo. In ogni caso le innovazioni sociali e quelle culturali a me appaiono come fenomeni separati e al tempo stesso connessi. La loro relazione è molto spesso di tipo circolare e genera una economia che si può definire sociale e culturale.

L’innovazione culturale è verosimilmente influenzata dall’evoluzione delle dinamiche sociali e l’innovazione sociale fonda a sua volta almeno una parte dei propri percorsi su nuovi bisogni e nuovi attori. Se è questo un quadro verosimile allora forse servono due avvertenze.

La metamorfosi continua dei processi di innovazione sociale e culturale rendono complesso il sistema di valutazione degli impatti. Un po’ di prudenza potrebbe essere utile.

L’innovazione sociale, l’innovazione culturale sono per lo più fenomeni che nascono dal basso. Una politica pubblica che volesse sostenerne lo sviluppo, dovrebbe evitare di gestire, ingessare questi fenomeni entro schemi generali e generici per concentrarsi su strumenti che favoriscono l’emersione e la crescita di queste esperienze e che liberano energie e risorse, mantenendo distinti i due ambiti “sociale e culturale” e seguendo con attenzione le modalità con cui interagiranno in futuro.

Per questo credo sia utile procedere nell’analisi empirica delle relazioni reciproche, esaminando con cura le esperienze concrete per cogliere i modi in cui l’una può risultare legata all’altra. Insomma il cantiere è tutt’altro che chiuso.


Per ulteriori approfondimenti suggerisco di consultare, fra gli altri, i lavori di Stefano Consiglio e Agostino Reitano (Sud Innovation, Franco Angeli editore 2015) e di Vittorio Cogliati Dezza (Alla scoperta della green society, Edizioni Ambiente 2017).

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