Almanacco > Inediti
3 Novembre 2016

Pur continuando a credere che il museo debba diventare il luogo della collettività, allo stesso modo, inseguendo solo approcci estremamente facilitanti ancorché facili, manteniamo salde le cornici di uno sfaldamento culturale che pure esiste fra visitatori esperti e non

La lentezza al museo come responsabilità sociale

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

Per facilitare la frequentazione al museo di persone considerate distanti occorrerà lavorare anche sulle loro percezioni. La lentezza, il silenzio, la fatica sono alcuni dei temi che, per paura di essere fraintesi, stiamo tralasciando: sarà forse troppo ambizioso, al contrario, pensare di contribuire a nuovi immaginari e competenze associati non solo al museo ma anche a questi aspetti?
 L’ipotesi è che la condivisione di strumenti per l’osservazione di contenuti progressivamente sempre più complessi sia doverosa ai fini di un museo dall’agire etico, di supporto nella promozione del cambiamento sociale.

Al museo cammina piano e fai silenzio. Perché se fosse mai la “necropoli meditativa” di cui scriveva Merleau-Ponty o davvero il mausoleo descritto da Adorno, il passo da tenersi dovrà essere lento e lieve. 

Nell’ambito di una museologia (che ci auguriamo) in progressivo cambiamento tendiamo ad opporre resistenza alle immagini che ce ne restituiscono un possibile stereotipo. Nella migliore delle sue accezioni, infatti, intendiamo il museo quale luogo di coinvolgimento attivo e indagine critica, spazio di agio e di stimolo.

Rifuggendo dalla prospettiva di un museo immobile perché attenti alla pratica inclusiva, insistiamo per la definizione di nuove strategie affinché i visitatori giovani e adulti, pure nelle loro evidenti differenziazioni, siano costantemente sollecitati nel rintracciare un interesse.

 La complessità delle riflessioni legate al museo, di fatto, vive spesso di immaginari contrastanti.

Ognuno da ricalibrarsi, ovviamente, sulla specificità delle diverse tipologie: dal museo di arte contemporanea a quello archeologico, da quello etnografico a quello scientifico, i modelli di riferimento, gli approcci e i destinatari non potranno che essere distinti. 
A prescindere dalle specificità, resta però il profilo di un’istituzione in perenne lotta per il proprio riconoscimento, a partire persino dalla cronaca di quelle notizie che lo associano a luogo di punizione per il bullismo di certi studenti.

“Cosa rappresenta per te il museo?” potrebbe essere la domanda centrale di una ricerca necessaria a restituire percezioni estremamente diverse che si contrappongono, seppure con minore scarto, anche all’interno dello stesso settore, estremizzate tra tendenze ancorate alla tradizione e altrettante spinte che insistono verso la sua più ampia apertura. È la contrapposizione, non da tutti ammessa e certamente molto sfumata, fra museo-tempio e museo-forum che guida anche i discorsi dell’attualità.

Nella banalizzazione di questo antagonismo viene però spontaneo domandarsi quali possano esserne i punti di contatto, funzionali alla definizione di finalità positive e sovrapposte. E se l’evoluzione di una museologia dialogante insiste su riflessioni qui considerate corrette, ugualmente pare necessario metterle parzialmente in dubbio.

museo

ph. Thomas Struth

Perché il rischio, in un’epoca nella quale il pensiero si propaga veloce, è quello di accettare (chissà, ingenuamente) molte delle conseguenze dei nostri sillogismi: ad intendere, per esempio, che un museo che insista nell’offrirsi anche quale spazio contemplativo, di fatica cognitiva per tutti i pubblici, debba necessariamente rappresentare un luogo conservatore, nella più rigida delle sue accezioni.

L’urgenza di una simile riflessione (che pure pare contraddire le precedenti riportate su queste pagine) è un pensiero che vuole anteporre a qualsiasi facile associazione la complessità di un’istituzione, esplicitando alcune domande tabù: la validazione teorica di alcuni approcci tradizionali può essere ostacolata dal nostro pregiudizio? Quanto l’intrattenimento, seppure mai di per sé deprecabile, rischia di rimanere fine a se stesso? E inoltre, è corretto giustificare la spinta alla diffusione di strategie di puro svago nei termini di un’urgenza di tipo culturale? Quanto la tendenza verso la definizione di nuovi modelli destinati a nuovi pubblici rischia di spingere per un’articolazione sempre meno approfondita della complessità? E infine, maggiore partecipazione equivale sempre a migliore partecipazione?

Lo scollamento fra lo stato attuale del sistema e la vivace discussione teorica che interroga le aperture indirizzate a una maggiore accessibilità resta comunque la premessa a una discussione impari: il confronto, infatti, permane quello con un impianto spesso rigido.

Perché nella cornice di una ricerca spesso assimilata ai temi dell’innovazione culturale, che pare voler prendere il più possibile le distanze dall’attuale per spingerlo oltre, stiamo forse correndo il rischio di un’accelerazione innaturale che muove dall’esasperazione di alcune prassi e di alcune parole.

E se pure la partecipazione e l’interazione e il benessere restano temi imprescindibili, ugualmente, nella loro continua ripetizione pare vadano indebolendo il proprio significato; nella sovrapposizione di stimoli che, anche attraverso tracce metodologiche sommarie, insistono soprattutto in orizzontale e non secondo assi di approfondimento, delle competenze come dei saperi.

Chiavi dunque che sperimentino, certamente a tratti progressivi, la fatica. Per assurdo, sono gli stessi tentativi di chi opera con la disabilità cognitiva occupandosi anche di inserimento al lavoro: accontentarsi delle soluzioni più semplici non potrà essere la risposta più ovvia per quanto meno complessa.

Non testare, gradualmente, le potenziali competenze delle persone alle quali ci riferiamo equivale, qualora ci fossero, a non valorizzarle affatto. 

La riflessione sul tempo trascorso in un museo d’arte offre, in questo senso, una traccia esemplificativa. Le generalizzazioni sono sempre estremamente scivolose, ma pretendono qui di offrirsi quale promemoria, fortemente interrogativo, rispetto ai rischi di quella che pare essere un processo di progressiva semplificazione.

È evidente che, in una cornice macroscopica, la gratificazione a breve termine si oppone a esperienze che sono concepite quali investimento di costosa valutazione cognitivo-motivazionale e talvolta anche economica; scelte, quest’ultime, addirittura rivolte alla realizzazione di un progetto personale di vita, frutto di consapevolezza.

La distinzione fra cultura alta e cultura bassa, inoltre, è stata scardinata a partire dagli anni Settanta, chiaramente. Eppure la rigidità con cui spesso distinguiamo fra proposte colte per un pubblico colto e proposte divertenti per un pubblico non abituale merita forse maggiore attenzione.

Tornando agli esempi, la capacità di resistere senza annoiarsi ad un tempo non necessariamente sovrastimolato, è soprattutto una competenza (e, nella cornice del tempo libero, anche un privilegio) da intendersi fra i possibili strumenti di potere culturale che pure qualificano chi continua a tenere in mano le redini di questa istituzione: il mancato tentativo di condividerne il valore inficerà forse anche il rigore di una prospettiva di tipo etico.

Una scelta, anche questa, da collocarsi inevitabilmente anche in un discorso di tipo politico; perché pur continuando a credere che il museo debba diventare il luogo della collettività, allo stesso modo, inseguendo solo approcci estremamente facilitanti ancorché facili, manteniamo salde le cornici di uno sfaldamento culturale che pure esiste fra visitatori esperti e non.

Riportare la riflessione sulla centralità del tempo, uno degli aspetti che assieme al silenzio pare retaggio di un sapere esclusivo, diventa quindi, ad esempio, una delle opportunità attraverso la quale riconsiderare le variabilità delle condizioni di una spinta democratica, nel tentativo di riconciliare le istanze di moderni, per quanto ipotetici, apocalittici e integrati.

 Se la continuità di un discorso che si appella al tempo di osservazione di un’opera d’arte si colloca certamente anche in una cornice teorica di tipo estetico, la premessa condivisa definisce come quello trascorso al museo non abbia di per sé alcun valore assoluto: una visita lunga non sarà per forza più qualificante di una breve per quanto il dato di un tempo maggiore trascorso nelle sale, a fronte di molte variabili, risulti concomitante ad una maggiore possibilità di apprendimento (Serrell, 1998).

museo

ph. THomas Struth



Jessica Roberts, docente di storia dell’arte ad Harvard, propone ai suoi studenti di osservare un’opera per addirittura tre ore consecutive, durante le quali appuntarsi, minuto per minuto, le ininterrotte osservazioni che emergono in una progressione sempre più lenta. Per la Roberts, l’esasperazione del tempo è una traccia utile ai fini di una riflessione sullo sguardo analitico e la pazienza strategica (ovviamente indirizzata a futuri professionisti) ma anche una conferma di quello che già scriveva George Hein (1996) per il quale al museo, dalla sola sintesi di una osservazione difficilmente potremo ricavare delle reali epifanie, salvo lunghi periodi di preparazione.

La traccia di una tendenza opposta, la stessa che sembra guidare alcuni dei processi cui qui ci si riferisce, è invece emersa recentemente nel corso di un confronto fra professionisti nel quale si insisteva sulla necessità di restituire ai visitatori informazioni rispondenti in via pressoché esclusiva ai tre minuti della soglia di attenzione ritenuta media. 
Una considerazione che definisce l’esigenza di uno scorrere del tempo breve, sempre denso ed esperienziali. A considerare, da un lato anche giustamente, l’inutilità della già citata altrove fatica museale ma escludendo in modo categorico, al contempo, la possibilità di approcci multilivello.

È evidente che non possiamo dimenticare la esigenze del visitatore. Come scrivono Csikszentmihalyi e Hermanson in un testo ancora considerato chiave (Intrinsic Motivation in Museums: Why Does One Want to Learn?, 1999) l’esperienza di flusso (flow experience) è quell’esperienza ottimale che consente al visitatore di sentirsi completamente coinvolto nel percorso di visita.

Fra gli aspetti necessari all’attivazione del flusso andranno considerati obiettivi chiari e regole definite, immediati feedback non ambigui, un corrispondenza fra competenze dell’individuo e le azioni richieste, uno stato mentale positivo, il senso della scoperta e della sfida, la motivazione intrinseca.

Nella sommarietà del discorso finora tratteggiato per quanto complesso, viene così da focalizzare l’attenzione sulla corrispondenza fra le competenze e le azioni, in un processo che quelle competenze forse deve, di volta in volta, innalzare, accompagnandole.

Senza mai dare per scontato che non possano essere apprezzate. Con un rigore sulla correttezza delle prassi che non si assuma il diritto di negare le opportunità che possono offrire soluzioni ibride; tenendo saldo, dunque, non necessariamente il valore delle strategie tradizionali (come la visita guidata o l’audioguida) quanto le loro finalità, indirizzandole anche a visitatori che, nella fragilità dei non detti, continuiamo a considerare non abbastanza capaci.

Il declinarsi di questo processo, del resto, non potrà certo attuarsi nella completa autonomia di pubblici non abituati (già non accade nel presente) anche se una sedia a tracolla, offerta a tutti e non solo a persone con specifiche esigenze, potrebbe valere l’implicito invito a considerare nuovi approcci.

museo

ph. Thomas Struth

Esperienze più complesse ne forniscono ulteriori spunti. Alla Wellcome Collection di Londra, ad esempio, nel 2014 è stata progettata Mindcraft, una storia digitale ambientata al museo, dove il tempo ha una dimensione rallentata e di approfondimento del museo: sul Guardian un articolo successivo pare metterne in luce l’eccezionalità dei suoi fini.

A Parigi, la mostra Carambolage al Grand Palais ha fatto molto discutere: all’interno di un impianto fortemente prescrittivo era richiesto al visitatore di intuire autonomamente il nesso tematico fra le opere esposte. Tralasciando altri aspetti d’interesse, una precisa traccia strumentale dettava l’obbligatorietà del tempo di visita.

Ovviamente, anche in questo caso, non si tratta tanto di cedere a nuove mode (il movimento slow dei musei ha anche una sua giornata dedicata: lo Slow Art Day) quanto, piuttosto, concepire in modo critico le modalità con cui orientiamo i processi di fruizione in relazione ai pubblici possibili e agli impatti.

Se lo sono chiesti in modo puntuale anche al Jane Addams Hull-House Museum, realtà nota per il proprio attivismo storico, nonché vincitrice nel 2014 del premio statunitense Innovation Lab for Museums. La loro riflessione trasversale, promossa nella pratica sui temi della lentezza, si è sviluppata proprio a partire dal paradosso di alcune domande: la lentezza è significativa quando rappresenta un mandato istituzionale o, al contrario, diventa oppressiva? Come il filtro delle questioni di classe, etnicità e genere determina la comprensione della lentezza? Quale relazione intercorre fra lentezza e soddisfazione? E fra soddisfazione e controllo? La lentezza corre il rischio di trasformarsi in un pensiero dogmatico? Possiamo perdere qualcosa nel promuoverla?

Le domande essenziali, scomode perfino, sono le stesse che dovrebbero guidare la totalità delle nostre azioni. Al museo resta così, fra le altre, l’esigenza di promuovere un immaginario positivo di sé ma, allo stesso tempo, la necessità di svincolarsi dalle facili associazioni d’idee; dalla retorica del nuovo che, in certi casi, rischia di farci smarrire anche quando parliamo di innovazione culturale.


Immagine di copertina di Thomas Struth

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Sette domande sull’apocalisse del lavoro culturale: Tiziano Bonini e Maria Elena Colombo

7 Maggio 2019
silicon valley rivolta ciccarelli tensorflow cheFare

La rivolta nella Silicon Valley: quando i tech worker hanno compreso di essere lavoratori e cittadini del mondo

29 Aprile 2019
lavoro sociale

Le contraddizioni del lavoro sociale secondo Kazuo Ishiguro

13 Giugno 2018