Almanacco > Inediti
13 ottobre 2017

“Le masse - che oggi vengono chiamate il popolo, per nobilitare un po' la cosa - per essere guidate hanno bisogno di ragionamenti molto semplici e di frasi ripetibili e ripetute molte volte. Lo comprese bene Hitler” Walter Siti

Leonardo Bianchi e tutta questa bella “gente”

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo come pdf è necessario essere iscritti alla newsletter di cheFare.
Inserisci i dati richiesti, anche se sei già iscritto in modo che il sistema possa verificare.
Riceverai via mail il link per scaricare il PDF.

Letta l'informativa*, dichiaro di averne compreso il contenuto e acconsento al trattamento dei miei dati per le finalità e secondo le modalità ivi indicate.

Si parla di “Gente” con la maiuscola, quasi fosse il nome proprio di un neonato, l’ultimo arrivato nella grande famiglia dei nemici politici sfuggenti e ubiqui. Ma cos’è la gente? Meglio: chi è la gente. Mica facile. La Gente, nome completo Gggente con tre “G”, è la “pancia del paese”. Lo so, è la classica definizione a dizionario dove ci si limita a stabilire un’uguaglianza con un suo sinonimo. Ma ci stiamo avvicinando. “Pancia” sta metaforicamente per risentimento, istintività, irrazionalità, paura e altre emozioni colleriche. Opposta alla pancia è la testa, che è invece la sede della mente (è sbagliato, ma vabbé) e di conseguenza anche del raziocinio. La gente è il primo fattore di un aut aut del tipo: “Pancia Vs Testa”.

I bravi direbbero che questo gioco di definizioni, nonostante sia ampiamente diffuso, è così fallace da tendere all’inutilità. I bravissimi direbbero lo stesso, e forse proporrebbero una metafora più efficace per rendere conto di questo supposto binarismo che vede il raziocinio opporsi all’istintività. Al posto di “pancia” opposta a “testa”, potremmo dire emisfero sinistro opposto a quello destro. Il primo infatti, sede del linguaggio, è convenzionalmente definito emisfero razionale, il secondo invece sede delle passioni. Eccola qui la definizione con una metafora un filo più precisa: la Gente è l’emisfero destro col suo intorno di istinti e irrefrenabili cortocircuiti emotivi, quello sinistro invece, speculare e dissimile solo per orientamento, è il popolo.

gente

Nonostante le difficoltà di definizione la gente è un agglomerato sociopolitico che, per quanto sfuggente, è bene considerare analiticamente, spacchettare e osservare al microscopio. Lo fa Leonardo Bianchi, giornalista di Vice Italia, in un saggio appena pubblicato da Minimum Fax. Il titolo ovviamente è “La gente”. Un viaggio dentro l’eterogeneità dell’accozzaglia gentista steso con un tocco di Carrèrismo: un reportage pragmatico tra rancore, razzismo, forcaiolismo e tonnellate di rabbia mal indirizzata. Una “spremuta di umanità” la chiamerebbe qualcuno.

Però, ecco, già su chi sia il protagonista del libro c’è confusione. E nemmeno poca visto che oltre al problema della tracciabilità dei confini dell’oggetto c’è anche una certa ricorsività etimologica. Questo uso del termine “gente” verrebbe da “populismo”, lemma che, venendo da “popolo”, crea qualche grattacapo visto che il popolo sarebbe una sorta di versione positiva della gente. O magari solo un fratello fortunato, un suo migliorativo, una specie di suo vestito buono della domenica.

La confusione semantica tra Gente e Popolo è avvenuta col passaggio dal populismo berlusconiano (la rivoluzione liberale, l’anti-comunismo, “abbasso le tasse” e così via), al populismo di stampo opposto: quello giustizialista. Insomma, da Berlusconi a Grillo passando per l’ormai dimenticata IdV del meno dimenticato Antonio di Pietro. Le antenne delle cosiddette masse popolari si sono spostate dal centro-destra a una “destra di sinistra” (l’Idv, appunto) per riaffiorare definitivamente a destra (se con “destra” intendiamo il qualunquismo grillino, il giustizialismo e giù fino all’ultimo gruppo di tristi esagitati di Forza Nuova). Verrebbe da dire che son cose diverse, che bisognerebbe scindere, che le masse razionali non lo sono state mai, e invece il punto di congiunzione c’è ed’è il socialista Pertini…

Chi ha appena letto la frase precedente ha rabbrividito, lo so perché la coscienza mi imponeva di eliminarla per onor di verità storica. Eppure le verità storiche non sono sempre le verità percepite. Ed è questo il punto. Oggi Pertini non è il Presidente partigiano, ma quello di “Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre”. Frase che non è di Pertini, proprio per niente. O meglio, non è del Pertini storico, quello realmente esistito, bensì del Pertini invenzione gentista, idolo memetico-popolare della rivolta ignorante, luddista, qualunquista e reazionaria (come lo era il Che per i giovani che furono). Il Pertini percepito è quello svuotato del personaggio politico, impagliato in formato jpg col pugno sinistro alzato e minaccioso, gli occhiali spessi e l’aria fiera: il suo monito è indirizzabile un po’ verso chiunque, basta utilizzare l’immagine sui social come fosse una carta da gioco particolarmente potente.

Nel libro di Bianchi c’è tutta la galassia colpevole di questo svuotamento dei significati. Una galassia fatta di identità più o meno improponibili e incompatibili tra loro unite sotto il potere denotativo di una manciata di caratteristiche distintive: il risentimento, l’istintività, il pregiudizio e l’insofferenza (o intolleranza). Potrei non averle inserite tutte, ma a occhio è all’ombra di questo poker che si riparano i forconi e i proto-grillini, poi complottisti, forzanovisti, fascioleghisti, “sovranisti” anti-euro, e così fino ai cowboy del nordest, i ProVita, gli anti-vax e i comitati di quartiere anti-immigrati infiltrati dall’ultra-nazionalismo. Mancano giusto i due liocorni, lo so, ma forse parliamo di un panorama così frastagliato che magari si trovano anche quelli.

Il tono di Bianchi è quello di chi sta trattenendo contemporaneamente le risate e la preoccupazione (più le prime della seconda) perché ne esca un ritratto sociale il più limpido possibile, magari anche distaccato, quindi più giornalistico che critico. A volte però la risata scappa lo stesso, se non a lui al lettore. Come leggendo dell’“arresto” fatto in nome della gente, quello ai danni del deputato Osvaldo Napoli. Cialtroni che arrestano a casaccio, surreale ma vero:

“Non appena l’ex deputato finisce di parlare con Striscia, la pattuglia dei Forconi lo raggiunge e lo accerchia. Un militante di mezza età, alto e particolarmente esagitato, sventola un foglio e spiega il motivo del fermo: «Siamo un gruppo di cittadini, abbiamo bisogno di “notificargli” un atto. In base all’articolo 287 primo comma del codice penale, che punisce chiunque usurpa un potere politico e persiste nell’esercitarlo indebitamente…»”

A questo punto Napoli la butta sul ridere, e la butta sul ridere anche chi sta seguendo la vicenda dallo scritto di Bianchi, ma di colpo le cose si fanno serissime. Il manifestante, insieme ad altri, trattiene il politico e non lo lascia andare, parte la zuffa e sale la tensione. Un episodio che è una buona metafora del gentismo in generale, ci viene spontaneamente da ridere per via del folclore, come quello di pontida, o per la manifesta goffaggine e l’inadeguatezza degli esponenti di questa galassia di paranoici e inadeguati. Ma a tratti ci rendiamo conto che c’è un pericolo e la risata si fa amara. L’ironia con cui ci impegniamo a dissacrare i motti gentisti per un momento lascia spazio al pensiero avvilente che questo sia il trend politico del nostro tempo e che il futuro sia fatto proprio di questa pasta.

Quello che sembra mancare al libro di Bianchi, per il resto ottimo, è la volontà di indagare le ragioni di questa “gente”. Non delle generiche cause strutturali che ha spinti le masse in errore, ma proprio le ragioni, cioè le loro motivazioni comprensibili, appunto, ragionevoli. Perché se ci si limita a una passeggiata nello zoo degli orrori popolari, tra persone illetterate che sbraitano o falliscono nell’organizzazione di manifestazioni intorno al parlamento, il percorso analitico sembra come lasciato a metà.

In sostanza si dice: diffidate delle masse e delle loro stupide sicurezze. Il semplicismo e il qualunquismo rendono i singoli degli illusi destinati all’inutilità politica e sociale. Tutto vero, serve la complessità. Ma la stessa complessità servirebbe per andare oltre quella che rischia di essere una cartolina dal circo delle bestialità politiche, il pericolo è che altrimenti ci si possa limitare all’autocompiacimento – che si pensi “meno male che io non sono così” (dove “così” sta per fascista, forcone, anti-vax, complottista e così via).

C’è un ottimo giornalista italiano, Massimo Sandal, che occupandosi di scienza si è spesso impegnato nel sottolineare le ragioni dei diffidenti, degli anti-scienza: proprio come gli anti-vax, grande emblema gentista. Sandal invita a smettere con la sassaiola schernitrice e andarsi a leggere tutte le incongruenze, i difetti, le lungaggini e le follie del sistema scientifico. Articoli accademici illeggibili, orrori burocratici, distacco e disamore per la comunicazione da parte di chi poi si lamenta che la scienza rimane inascoltata e così via. Ecco, al libro di Bianchi manca questo passo ulteriore. Manca una messa in prospettiva che regali la complessità del panorama sociopolitico oltre le possibili appartenenze.

Personalmente ho sempre pensato che l’Italia dei Valori, con personaggi come Razzi e Scilipoti, sia stata uno dei “colpevoli” dell’estremismo anti-casta. Come dire, gli anti-casta sbagliano, fanno di tutta l’erba un fascio e sono, di fatto, una combricola di urlatori qualunquisti. Ma com’è che si è arrivati a spingere chiunque verso la forca e contemporaneamente produrre video in stile Le Iene con Razzi (eletto proprio con l’IdV) che: “fatti li cazzi tua”? Con Razzi che ammette candidamente di preferire la convenienza personale alla coerenza politica, ecco come. Quel video è stato una delle tante micce che hanno instaurato nella sfera pubblica italiana quella che oggi riconosciamo come “era del sospetto” e “sfiducia generalizzata”. Parliamo di cause che sono importanti tanto quanto il risentimento gentista. E ridere oggi dello storpio senza citare i genitori cugini in primo grado fa di un’opera ottima, precisa, piena di dati e di attenzione nella scrittura, un prodotto in qualche modo monco, che sembra soffrire di una sindrome dell’arto fantasma, c’è della sofferenza, ma viene da un’assenza “costantemente presente”. Un “Sì però” che spesso affiora alla fine dei capitoli intitolati ironicamente.

Perché la questione poi è che mica gli emotivi son scemi. Proprio come i cinici non sono intelligenti. La moderazione è un dovere politico, l’unico approccio possibile per la comprensione di un mondo complesso e sfaccettato, ma la sua assenza va vista con altrettanta complessità, pena una venatura di parzialità che, ironia della sorte, ricorda quell’insieme indefinito protagonista del saggio.

Avere ragione nel discorso pubblico non è abbastanza e non è una medaglia da sfoggiare, se non quando serve. Sapere che gli altri hanno torto è essenzialmente uno status “privilegiato” che comporta responsabilità. Dire delle questioni etiche riguardanti l’utero in affitto riducendo i detrattori a un discorso di Mario Adinolfi, ridurre l’insofferenza verso il politicamente corretto alle sparate di Di Stefano o dei forzanovisti, non è un’operazione che dimostra che si siano assunte tutte queste nostre responsabilità. Dico questo perché anche se il lettore modello non esiste, va comunque tenuto a mente chi con tutta probabilità verrà a leggerci. Il lettore di Bianchi non sarà un forcone, un no-vax o un fanatico cattolico, ma più probabilmente qualcuno d’accordo con la tesi che volente o nolente è quella della ripugnanza dello squadrismo e della ferocia politica di massa. Ma sorge il dubbio che questo probabile lettore, a fine libro, rischierà di trovarsi aggiornatissimo sugli avvenimenti che ci hanno portato al rancore attuale, ma senza un surplus teorico utile a capire questa “gente”.

In una delle parti più interessanti del libro, Bianchi racconta una delle mille incarnazioni della gente: quella dei leader del Movimento 5 Stelle:

“Sotto alla foto di Alessandro Di Battista e Luigi Di Maio, accompagnata dalla didascalia “solo questi ragazzi […] possono permettersi di uscire dal Palazzo e stare insieme a Noi!”, qualcuno fa notare che i due sono ormai dei politici a tutti gli effetti. «Non lo sono», risponde un utente, «e la differenza è proprio questa: loro sono la gente»”.

Proprio così “loro sono la gente”. Qualche giorno fa però è successo che lo stesso Di Battista ha provato a tenere un discorso davanti a Montecitorio senza rendersi conto che aveva davanti i seguaci del cosiddetto “Generale Pappalardo”, avvelenati anche contro i parlamentari grillini. Di Battista è stato fischiato, non è riuscito ad arringare la folla nonostante i numerosi tentativi per poi tornare in parlamento tra quegli stessi fischi. Viene da chiedersi davvero, allora, se esista davvero “la gente” o se invece sia una questione di scontento popolare eterogeneo, diffuso, accentuato dalla crisi economica e dalla disoccupazione. Proprio come non esisteva “la casta”, forse, tutto sommato, non esiste “la gente”, categorie interdipendenti ed entrambe troppo vaste per stare in sole cinque lettere. Tappabuchi semantici, colla che abbiamo piazzato sulle lenti da cui vediamo un paesaggio che non capiamo e da cui temiamo le più feroci scorribande.

Intanto però è piacevole sapere come le mostruosità intellettuali e politiche corrono lungo la storia e si soffermano un momento in tentativi di comprensione. E davanti all’ormai impolverato libro di Stella, viene naturale soppesarlo e sperare che quello di Bianchi possa riportare un pizzico di equilibrio nel marasma del dubbio ideologico. È a questo che serve inquadrare il nemico.

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Potrebbero interessarti anche questi articoli

tel aviv

Diaspora reloaded. Un museo a Tel Aviv

6 ottobre 2017
gogol company milano

Gogol Company di Milano, la libreria al centro della rete

12 aprile 2017
base

Base ad alta densità creativa

15 marzo 2017