L’indipendenza è senza significato

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    Fin da ragazzo ho sempre sentito parlare di indipendenza come sinonimo di libertà, come qualcosa di positivo in sé, come un valore chiaro e condiviso. Poi a un certo momento, non ricordo più come né perché, mi sono chiesto che significato avesse realmente questa parola, come fosse possibile esserlo, fino a che grado, e cosa comportasse essere indipendenti.

    Pubblichiamo l’intervento di Marco Liberatore in occasione di Fiori di Gutenberg. Seminario sul libro indipendente

    Mi permetto di rivolgere la domanda a tutti noi riuniti qui: cos’è e cosa si intende con indipendenza? Prima di tutto c’è da notare che questa parola non descrive positivamente qualcosa ma designa semplicemente la mancanza di rapporto con altro, un rapporto di subordinazione. L’indipendenza, possiamo allora dire, non è una cosa, è priva di significato in senso proprio, suggerisce un’idea di insubordinazione e isolamento: nel migliore dei casi, si potrebbe dire, è un’attitudine, altrimenti una condanna o un destino.

    Ovviamente sappiamo bene che in questo contesto l’indipendenza si riferisce al fatto di non appartenere a grossi gruppi di potere (editoriale, economico, politico) ma non dice nulla di sé, ossia di come si esercita. Segna semmai una differenza che va riempita di senso. Il fatto che non abbia già un senso o un significato è precisamente la sua possibilità più irripetibile.

    Prima ancora vale forse la pena domandarsi: sei indipendente anche se, in assenza di “padroni”, hai più partner coinvolti a vario titolo nella tua attività? Probabilmente no. I tuoi “portatori di interesse”, i fornitori, le realtà coinvolte in modo stabile o occasionale con la tua attività non ti condizionano mai in nessuna scelta e per nessun motivo? E i lettori? E il mercato? È difficile da immaginare.

    Non hai padroni, sei libero nelle tue scelte, va bene. Ma quali criteri adotterai per operare le scelte che la tua attività richiede? La risposta a questa domanda ha evidentemente a che fare con il disegno che informa l’attività, la visione che la anima, il fine che persegue, in una parola: il suo progetto.

    Quindi, da una parte, l’indipendenza non ha altro significato, sia detto chiaramente con un eccesso di semplificazione e un pizzico di provocazione, se non il “fare le cose da soli”, ma in editoria e in generale nei processi di produzione culturale – che sono costitutivamente processi relazionali – è pressoché impossibile.

    Dall’altra, l’indipendenza riguarda la possibilità di fare le cose in un certo modo, secondo un certo stile o con una determinata attitudine, ossia attuare un progetto proprio, autonomo. È precisamente questa la dimensione più autentica di indipendenza culturale/editoriale che andrebbe indagata perché, naturalmente, è tutt’altro che priva di problemi.
    Propongo dunque di parlare di autonomia culturale più che di indipendenza, perché mi sembra che meglio descriva il fenomeno che stiamo analizzando.

    Parlare di autonomia culturale però ancora ci dice troppo poco, non ci dice nulla, per esempio, sul processo produttivo o sui risultati ottenuti. E allo stesso modo non ci dice nulla sulle scelte da effettuare o sul processo stesso. Non ha a che vedere con la qualità. Non è possibile pensare all’autonomia culturale come a qualcosa, per sua natura, migliore di qualcos’altro. Non è questo il punto.  Il punto è inequivocabilmente il progetto che si intende realizzare in regime di autonomia, la sua organizzazione, il suo funzionamento.

    Il soggetto che agisce l’indipendenza culturale non deve tener conto solo dei cambiamenti che hanno investito e stanno investendo il settore culturale in questi ultimi anni. L’impatto delle tecnologie digitali sono indubbie, ma centrali sono anche il rapporto con le proprie comunità, con i propri pubblici, con gli stakeholder, con i partner, etc.

    Da questa disamina preventiva (e periodica) si arriverà a elaborare e mettere in pratica un progetto di autonomia culturale che è molto vicino a quello che noi chiamiamo innovazione culturale e che si basa su processi di auto-emancipazione.

    Se la cultura è un atto sociale, le realtà che attuano progetti di produzione culturale autonoma non possono prescindere da un’attenta riflessione sui propri rapporti interni ed esterni: sulla cura di cosa e come viene fatto.

    Mi riferisco qui esplicitamente alla cura delle relazioni interne delle realtà coinvolte e a quelle esterne con i fornitori, gli stakeholder e le comunità (e in editoria con gli attori della filiera del libro). In mancanza di fondi alla cultura, questo settore ha la necessità di reinventarsi e ha la possibilità di farlo in modo indipendente, “dal basso”, se saprà fare proprie certe pratiche collaborative.

    Se ci dobbiamo rivendicare questa autonomia, dobbiamo quindi infine indicare e impiegare al meglio le nostra differenza rispetto a chi indipendente non è: con i nostri mezzi, lavorando in ottica comunitaria, partecipativa, collaborativa, attuare modalità produttive e processuali innovative.

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    Fiori di Gutenberg. Seminario sul libro indipendente 3 ottobre 2015. Ore 10.30-20.00 Millepiani Coworking – Via Nicolò Odero 13, Roma

    Immagine di copertina: ph. Anusha Barwa da Unsplash

    Note