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9 agosto 2018

L’infelicità al tempo dei social, l’autoreclusione come forma d’identità

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Per un brevissimo periodo, a giorni alterni, sul mio profilo Facebook mi è capitato di ricevere dei poke da una ragazza (che credevo) sconosciuta. Poke, il corrispettivo social di un laconico “ti penso”, “vorrei interagire con te”, il rudimentale strumento di approccio digitale solitamente utilizzato da uomini vogliosi di socialità. To poke, “dare un colpetto”.

Al quarto poke del secondo giorno mi domando chi sia questa giovane donna che vuole darmi colpetti, così clicco sul suo profilo, ma vengo rimandata a “pagina non trovata”. Sono stata bloccata. Non ci metto tanto a capire che la ragazza in questione non è proprio una sconosciuta, ma una persona che viene a controllare il mio profilo e che, per pura fatalità, si è trovata a cliccare sull’opzione poke. “Hai richiamato la mia attenzione”, penso.

Comincio così a interessarmi alla vita social di questa donna (la chiamerei Veronica), sebbene mi abbia bloccata. La cerco su Instagram e scorro tra le sue foto. Improvvisamente mi ritornano in mente le parole di una amica, che, ancora in preda alle tristezze per una relazione finita, visita con costanza maniacale il profilo della nuova, ipotetica fidanzata del suo ex: “Guardo il suo profilo perché voglio mettermi al corrente su cosa dovrei essere per Luca, le qualità che dovrei avere per conquistarlo, per conoscere le virtù che non ho”.

Ripenso a queste parole autolesioniste mentre faccio la conoscenza di Veronica, scorrendo tra le sue foto: l’inclinazione della camera dal basso verso l’alto la rende severa, tronco piccolo e rigido, l’espressione monocroma in ogni scatto, foto di tavole apparecchiate con libri impegnativi e oggettini, foto sfocate di concerti nella provincia romana sgangherata, scatti esteticamente irrilevanti che hanno l’aria di tutto, meno che di momenti indelebili. Pochi viaggi, scritte sui muri, bronci, selfie.

Guardare Veronica, all’improvviso, è come guardare attraverso uno specchio e scoprire una Memole infelice almeno quanto me. Una tristezza inconsolabile, la stessa di cui parla Jaron Lanier, nel suo decalogo “Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social” (Il Saggiatore): “L’incapacità di ritagliarsi uno spazio in cui reinventarsi senza essere costantemente giudicato: ecco che cosa mi rende infelice. Come puoi trovare la felicità senza una vera e autentica autostima? Come puoi essere te stesso quando tutto quello che leggi, dici o fai finisce in una macchina del giudizio? I meccanismi insiti nelle aree cerebrali deputate alla socialità monitorano la nostra posizione sociale e ci instillano il terrore di essere abbandonati, di essere l’anello debole della catena”.

Uno studio americano, condotto dai professori Holly Shakya e Nicholas Christakis, rispettivamente docente dell’Università della California a San Diego e direttore dello Human Nature Lab a Yale, ha monitorato la salute mentale e le vite sociali di 5.208 adulti, accedendo direttamente alle attività su Facebook dei soggetti esaminati per due anni, tra il 2013 e il 2015. Tutte le informazioni sulla loro salute, sulla loro vita sociale e sull’uso di Facebook sono state studiate giorno per giorno, consentendo ai ricercatori di fare una mappa accurata dei soggetti esaminati riguardo l’uso del social network, compreso il numero di Like e la periodicità dell’aggiornamento del loro stato. Ogni volta che alla pubblicazione di uno status non corrisponde un numero di Mipiace giudicato sufficiente, secondo lo studio, corrisponde un peggioramento del 5-8% dello stato fisico mentale.

Abbastanza presto si è insinuata una grande tristezza nel meccanismo di condivisone di post, una tristezza che cresce e rimbalza da utente a utente, alimentata, molto banalmente, dalla consapevolezza dettagliata dell’esistenza altrui, dal confronto della propria vita con un canone di felicità condiviso. Una coazione a ripetere che simula gli umori di una cena tra ex compagni di scuola, uno stato di tensione performativa continuato e spietato che non conosce tregua. “Stiamo entrando in società di controllo che non funzionano più sul principio dell’internamento, bensì su quello del controllo continuo e della comunicazione istantanea” sostiene Deleuze, subodorando la reclusione portatile, oltre che una nuova forma spaziale della reclusione.

Il tentativo del genere umano di fare potenza organizzatrice su stesso genera una nuova forma di autoreclusione che deriva dalla modulazione della propria identità, dall’adagiare la formazione della propria personalità su una piattaforma. Un essere umano rimodella se stesso all’interno della macchina, la macchina si fa desiderante, il desiderio si fa meccanico.

La domanda che il decalogo di Lanier si pone è altrettanto inquietante quanto il nemico di cui cerca di fare il ritratto impietoso: tolti dalla macchina della sorveglianza e del giudizio che ha implementato una nuova coesistenza del privato e del pubblico nella forma del sociale, della morale ad alta tecnicizzazione ci sarebbe una ipotesi salvifica o certamente migliorativa dell’esistente? A detta dell’autore, forse con qualche ingenuità sì, certamente un piccolo passo verso una vita più “libera”.

Già l’uomo è una macchina morbida con ingranaggi coattivi (mangiare, socializzare, riprodursi, godere, defecare e dormire sono obblighi strutturali di cui la vita come coazione biologica di sistema si attua), ora viene a trovarsi nell’atto di scelta della propria personale interazione col mondo, col problema morale di un destino in cui la felicità è il fine e il bisogno è il mezzo.

Se la macchina soddisfa il bisogno, si può dire che felicità e soddisfazione coincidano? Piuttosto si vedono continui richiami della mancanza. Leggendo questo testo queste ipotesi della tristezza vengono offerte: sono più infelice se continuo a porgere il fianco alla sovraesposizione visiva e nozionistica o se mi apparto in una posizione di marginalità nella realtà geografica in cui vivo? Sembra che non possano darsi vie intermedie in cui lo sguardo o il contatto abbiano gradazioni di misura, la pericolosità ha una rilevanza statistica, degli effetti evidenti, una risonanza legale e penale (si pensi tutta la problematica del trattamento dei dati personali a fini commerciali, il profilo digitale come cavia involontaria di una sperimentazione del capitale).

Certamente il nuovo millennio ha fatto della tossicità dell’umanità verso se stessa una idea di conoscenza: l’astinenza, la devianza, l’eccitazione, sono tasselli di un estremo che non può non dirsi come rivelativo dell’essere. William Burroughs ne fu totalmente consapevole lungo l’arco della sua scrittura, sperimentando sul proprio corpo la tossicodipendenza come volontà di misurarne l’autocontrollo. Allo stesso modo, certo, molto più umilmente, decido di disattivare i miei account social, per vedere l’effetto che fa. Una esperienza che non è andata oltre le tre settimane.


Immagine di copertina: ph. Nicholas Bui da Unsplash

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