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24 Maggio 2018

Lingua e contemporaneo, a chi il primato? Una conversazione con Massimo Arcangeli

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La lingua come strumento di conoscenza e materia di studio, chiave prima di ogni determinazione del mondo. Un approccio politico culturale alla lingua è ricchezza assoluta, e in Italia, tra i più autorevoli studiosi indagatori vi è Massimo Arcangeli, professore ordinario di Linguistica italiana presso la Facoltà di Lingue e Letterature straniere dell’Università di Cagliari e responsabile scientifico mondiale del PLIDA-Dante Alighieri, da poco in libreria con i suoi ultimi libri La solitudine del punto esclamativo (2017, Il Saggiatore), e Il Renziario (2018, Castelvecchi).

L’impegno del professor Arcangeli non è tuttavia solo accademico, poiché da alcuni anni è riuscito a creare una vera e propria rete di festival dedicati alla lingua in tutta Italia, creandoli in prima persona o stringendo sinergie.

A Parole in Cammino a Siena, ANTICOntemporaneo a Cassino e La Parola che non muore a Civita di Bagnoregio si sono infatti gemellati, nel tempo, eventi come La Festa di Scienza e Filosofia a Foligno, le Feste Archimedee a Siracusa, Futura Festival a Civitanova Marche, Il Borgo Dei Libri a Torrita Di Siena e il Festival della Letteratura di Milano; una rete in continua espansione che mira, anno dopo anno, a registrare, analizzare e interpretare il panta rei linguistico in dialettica con l’evoluzione della società nel contemporaneo. La lingua è dire l’indicibile, la lingua emigra dappertutto, diceva Paul Celan, è inappropriabile.

Ma può lei, la lingua, ancora appropriarsi del reale come faceva nel mondo pre-elettrico? Come cambia il lavoro culturale? Quante metamorfosi implica lo scontro/incontro lingua tecnologia? E il mercato? È a sua volta tecnologia pregnante? La lingua complessa e quindi il significato, il senso, sono aboliti dal dibattito pubblico?


Professor Arcangeli partiamo da una questione generale. Come si evolve, secondo lei, il rapporto tra lingua e l’universo reale che la lingua è demandata a rappresentare, descrivere, spiegare, decriptare? La mia impressione è che per molti secoli l’impianto linguistico a disposizione dell’uomo anticipasse, in qualche modo, e quindi determinasse la percezione del cambiamento costante delle cose nell’immaginario comune. Oggi invece mi pare che la prospettiva sia rovesciata. Si percepiscono i cambiamenti come forme e immagini e la lingua arranca alle loro spalle, cercando nuove nomenclature. Cosa accade?

Con l’avvento della fotografia e del telegrafo, del telefono e della radio, del cinema e della televisione, l’homo legens si è progressivamente trasformato in un (nuovo) homo sentiens e in un (nuovo) homo videns. È stato innanzitutto il medium televisivo a riuscire nell’intento di mettere la sordina alle forme di conoscenza che gli erano familiari, fino a scalzarlo definitivamente dal suo trono col rivoluzionarne le tradizionali modalità di approccio al mondo reale. Tornando ad attribuire un enorme potere allo sguardo, la televisione è intervenuta a modificare le linee di forza del nostro apparato cognitivo allontanandole dal campo dell’astrattezza, in cui le aveva localizzate la pratica della lettura, e concentrandole su quello della concretezza; la plasticità dei gesti e l’immediatezza del verbo, dopo secoli di dominio dell’attività di lettura, della sua natura mediata e delle capacità di astrazione che esige, hanno potuto così riaffacciarsi sulla scena del mondo.

Negli ultimi anni, per effetto dei nuovi mezzi di comunicazione e informazione, questo processo sembra aver subìto una feroce accelerazione, anche se gli strumenti della vista e dell’ascolto, anziché essere occhi e orecchi davvero nuovi, tornati sensibilissimi come una volta, sembrano spesso trasmettere un eccesso di vedere e di sentire. Dalla sequenzialità, l’analiticità, la linearità della lettura e della scrittura ci stiamo spostando sempre più rapidamente verso la simultaneità, la sinteticità, l’atemporalità della visione (non alfabetica); e dopo secoli di letture mute e solitarie, immersi nel silenzio dei luoghi ospitanti, tornano a farsi sentire le voci, i suoni, i rumori di una convivialità ambientale d’ascolto.

Contro i saperi alfabetici dell’homo legens (e scribens), contro la sua memoria culturale, contro gli strumenti espressivi di cui si è servito per secoli, contro il pieno godimento dell’attività e dei tempi dilatati di lettura, la rete pare aver sferrato un formidabile attacco, costringendoci, in un certo senso, ad accettare il cambiamento permanente.

Il lessico registrato dai dizionari, anche se aggiornatissimi, e così la norma recepita dalle varie grammatiche, riescono a star dietro a tutto questo con grande fatica. Anche perché la rete ha reso più complesso l’affaccio sul mondo reale e offuscato la coscienza di una netta separazione fra scritto e parlato, fiaccando le residue resistenze al regime di un’oralità secondaria che suggerisce la possibilità di un ancoraggio della modernità postrema a un mondo distante secoli dall’attuale; ha reso critico, accelerandone la fine, il concetto stesso dell’esistenza di un qualunque sistema o di una qualunque struttura come entità sostanzialmente chiuse, dando l’impressione che la realtà si sia fatta troppo vischiosa perché la lingua possa guidarla o registrarla; ha sacrificato l’intensità e la concentrazione per la distrazione e la frantumazione e la memoria a medio e a lungo termine per quella a breve termine, rendendo più superficiali e frammentari i nostri ricordi (ci avrebbe reso per questo, secondo alcuni, meno intelligenti, o quantomeno più spaesati o asistematici, nell’approccio analitico alla risoluzione di un problema).

Il lavoro culturale mi sembra uno dei luoghi maggiormente in affanno nel saper adoperare lo strumento linguistico con efficacia e autenticità rispetto agli accadimenti del contemporaneo. Qualche giorno fa ho letto su Le Parole e le Cose un testo a firma di Federico Bertoni che ha un passaggio molto interessante, questo: “Quando sfoglio le pagine dei grandi critici del Novecento – Ernst Robert Curtius, Erich Auerbach, Northrop Frye, Gianfranco Contini, Giacomo Debenedetti – ho la sensazione un po’ straniante e nostalgica di avventurarmi in un mondo perduto, miracolosamente conservato per qualche capriccio della storia, come quando entri nelle case di Pompei o cammini sulla via sacra di Paestum.” Cosa ne pensa? L’analisi della testualità come caposaldo dello sguardo dell’uomo sulla propria condizione è un’epoca perduta, o è invece la lingua (e quindi l’opera testuale) ad aver perduto per sempre quella funzione indagatrice condivisa?

Molti, impacciati nel confronto con forme e categorie puntuali, sostituite da entità diffuse e capienti contenitori di riempimento eterogeneo di senso, fanno difficoltà a smarcarsi persino dalla sequenzialità, che della testualità, per così dire, è il “grado zero”; non riescono a sottrarsi alle insidie dei loop, dei vicoli ciechi, delle riprese “ingenue” del già detto (sembra dicano una cosa per la prima volta, in realtà ne hanno già parlato); non sanno procedere ordinatamente per punti, e non riescono a riprendere il filo del discorso dal punto esatto in cui lo hanno interrotto; non distinguono tra elementi portanti ed elementi accessori di un testo; non sono in grado di intervenire sul flusso del pensiero tagliandovi capitoli e paragrafi; non sanno adoperare nel modo corretto i connettivi (dunque, infatti, tuttavia…).

Se parliamo di “testualità”, allora, si dovrebbe tornare innanzitutto a portare riguardo a una forma – sia pure in quei modi “leggeri” che sono continuamente invocati o richiesti – consistente di attenzione al ritmo e al respiro della frase, abilità di costruzione dell’edificio testuale e delle sue strutture portanti (intelaiature e architetture) e di supporto (impalcature), rigore nelle logiche di ragionamento, nelle tecniche di argomentazione, nelle strategie di focalizzazione degli snodi del discorso.

Quanto alla centralità del problema culturale, se parliamo di qualità dell’uso dello strumento linguistico, sono d’accordo. In questo caso abbiamo però bisogno, più che di forme, di significati. Laura Montanari, in un articolo su “Repubblica” del 2009 (L’esercito delle matricole ignoranti. Nessuno sa che vuol dire velleità), ha registrato la difficoltà delle neomatricole universitarie di destreggiarsi fra i significati di procrastinare e velleità. La lista potrebbe facilmente comprendere alacre, beffardo, biasimare, blandire, foriero, gaudio, irretire, laconico, mellifluo, pervicace, risibile, sussiego, tralignare… Sono queste, situate a mezzo fra il registro sostenuto e una certa qual patina letteraria, le parole che creano soprattutto problemi.

Non sono però le sole: tanti vocaboli importanti (bellezza, democrazia, giustizia, libertà, responsabilità…) sono stati svuotati delle loro stratificazioni di senso per essere piegati, di fatto, a usi strumentali (anche a fini politici).

L’italiano, diceva Pasolini, è una lingua essenzialmente espressiva che volge al poetico, dove ogni parola possiede molteplici sfumature. L’inglese è una lingua comunicativa, agile e secca, perfetta per incarnare la lingua “eletta” dell’economia e del marketing. È per questo che negli ultimi anni il cosiddetto “Inglesorum” ha preso piede nel parlato e nella lingua comune? Per un fatto di utilità? Di recente, su iniziativa di Annamaria Testa, i linguisti italiani hanno preso a cuore la questione con la campagna #dilloinitaliano.

È anche per questo, sì. Ed è il motivo per il quale sto scrivendo un Dizionario delle sfumature. Tradurre in italiano i termini e le espressioni inglesi potrebbe essere un primo passo, ma non risolve il problema (temo, anzi, si sia giunti troppo tardi): è la solita punta dell’iceberg. C’è ben altro in termini di anglomania o anglofilia, come i tentativi di impartire insegnamenti universitari solo in inglese, ma certi episodi fanno comunque riflettere. Nel 2018 il MIUR ha scelto l’hashtag #NoPanic per la campagna sugli esami di maturità. L’aveva fatto già nel 2017, e la giustificazione della ministra Fedeli era stata allora doppia: evitare che il suo ministero potesse essere “percepito come un luogo distante” e rivolgersi “in modo più diretto” ai maturandi. Puro snobismo: non mi risulta (e non risulta ad altri) che il repertorio linguistico dei nostri giovani e giovanissimi comprenda l’espressione no panic.

L’impoverimento della lingua coincide con un aumento dell’utilizzo della lingua scritta attraverso la grande quantità di supporti tecnologici che sono diventati di uso comune. Si scrive in media molto di più, ma uno dei rischi ulteriori che corre la lingua è di perdere, come accennato, la peculiarità di codice condiviso, e di essere piegata a un utilizzo sempre più autistico e approssimativo che rende difficile, se non impossibile, il dialogo. Cosa ne pensa? In che modo la tecnologia condiziona la proprietà linguistica dell’uomo?

All’indomani della proclamazione del Regno d’Italia uno dei grandi problemi del paese era rappresentato dalla piaga dell’analfabetismo, di drammatica consistenza nel Meridione. Fra gli analfabeti totali di ieri, incapaci di comprendere una sola parola d’italiano, e i nativi digitali di oggi la distanza, apparentemente, è incolmabile. Eppure l’analfabetismo, secondo molti, sarebbe tornato a incombere in nuove, insidiose forme.

L’insufficienza di una qualità che proceda di pari passo con la quantità, di una lingua, di una logica, di una cultura che s’impegnino per andare oltre la superficie, si ancorino a una qualunque terra o attecchiscano in un qualunque terreno, reagiscano a un analfabetismo funzionale (incapacità di saper leggere e affrontare un testo in modo critico ed efficace, di saperlo adattare alle diverse situazioni, ecc.) o strumentale (totale incapacità di leggere, scrivere e far di calcolo): tutto questo rappresenta un pericolo, ma è solo una delle due facce della medaglia. Sull’altra c’è impressa un’altra cosa.

Digitare è un’operazione molto diversa dall’atto di scrittura, e la diversità manuale fra le due modalità influenza anche i modi del pensiero, l’organizzazione delle idee che, proprio a causa di quella diversità, finiscono per strutturarsi in forme a loro volta diverse. La Rete mi è apparsa in tutta la sua fascinosa potenza il giorno in cui ho sperimentato per la prima volta la linkabilità.

Apriamo una pagina in cui alcuni termini o alcune espressioni rimandano ad altre pagine, ne apriamo una seconda cliccando su uno di quei termini o su una di quelle espressioni, scopriamo anche qui la presenza di forme lessicali linkabili e il gioco prosegue. Fu proprio quel che scoprii allora, accorgendomi al contempo che le forme del mio pensiero, al contatto con quella realtà, non ne risentivano affatto. Anzi ne guadagnavano. Non era solo capacità di adattamento: l’organizzazione mentale che vi era a monte, avvezza alle microstrutture n-arie (binarie, ternarie, ecc.) ad albero suggerite dalle note a piè di pagina di un libro tradizionale, figlie e foglie del foglio di stampa, s’incontrava in modo pacifico e naturale con le architetture virtuali del nuovo mezzo; sebbene i link si distinguano dalle note tipografiche per il fatto di giocare a favore della discontinuità del webtext e per la possibilità di moltiplicare ad libitum, sia pure in linea teorica, le opzioni di rinvio da un link a un altro, da questo a un altro ancora e così via.

Ben lungi dal consistere in una piattaforma superficiale, per chi sappia sfruttarne adeguatamente le risorse, Internet è insomma un medium stratificato: saltare da un link a un altro, se può spesso apparire un’operazione più o meno casuale, ci costringe talora a uno sforzo che, di passaggio in passaggio, riesce a stimolare un approccio ravvicinato alle cose, favorendo la focalizzazione di dettagli anche minimi. Dal web – spesso etichettato come la quintessenza di una sinteticità deteriore, interfaccia lacunosa e scorniciata di un pensiero sistemico – ho preteso, fin dall’inizio, un approccio analitico. Internet non mi ha fatto diventare più stupido, mi ha invece reso un servizio: nelle fittissime maglie della sua rete ho salutato una leva cognitiva, la possibilità d’esercizio di un modo del pensiero che coltivo da sempre. Al sostegno fornito al pensiero analitico, al consolidamento dei suoi processi conoscitivi e dei loro contenuti, alcuni aggiungerebbero un altro aspetto positivo, accennato anche nella sua domanda: oggi il numero di chi scrive in modalità digitale, se confrontato con quello degli scriventi dell’era predigitale (anche solo di venti o trent’anni fa), è incomparabilmente elevato.

Impossibile non toccare il tasto del dibattito pubblico e della sua qualità linguistica truce, che di conseguenza è anche qualità di pensiero truce. Mi descrive cos’è accaduto secondo lei negli ultimi 30 anni di questo paese, e che tipo di responsabilità riconosce ai media, in positivo o in negativo, sul cambiamento linguistico occorso?

Non sono in grado di riassumere in poche righe una questione che è delicata e complessa. Posso solo dire che cosa potremmo fare per tentare di cambiare rotta. Più che vigilare sulla grammatica degli apprendenti bisognerebbe mantenere vive le coscienze di tutti. A far da traino devono essere i fruitori attivi e colti dell’italiano; gli appassionati consapevoli dell’importanza del suo valore comunicativo come delle sue tante ambiguità e insidie; gli insegnanti e gli educatori animati da quel senso civico che li fa fortunatamente diffidare delle facili soluzioni, semplicistiche o ideologiche, a complessi problemi grammaticali; i veri “militanti” della lingua, sensibili alle responsabilità che ci si deve assumere ogni qualvolta, dalla propria tribuna di professionisti operanti in campi strategici (giornalisti, accademici, politici, anchorman…), si parla o si scrive perché altri realmente leggano o ascoltino.

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