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26 novembre 2018

Remixing Luciano Floridi. Filter bubble e datacrazia: domande aperte al pubblico

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Giovedì scorso ho letto l’intervista fatta da Giacomini a Floridi e arrivato in fondo sono rimasto interdetto e ancora affamato di risposte. Come ogni lettore curioso, mentre leggevo, formulavo nella testa altre domande che avrei voluto fare al prof. Floridi.

Mi sono messo a scriverle, ribaltando le domande originali. E invece di rivolgerle a Floridi voglio fare un esperimento: le rivolgo a voi lettori. Tra voi so esserci molti esperti di reti, tecnologie, società, cultura digitale. Invece di domandare al rispettabile esperto, le domande le faccio al General Intellect di cheFare, i nostri lettori.

Se volete giocare, rispondete nei commenti su Facebook oppure rispondendo al tweet citando il numero della domanda a cui volete rispondere. Raccoglieremo queste risposte e proveremo ad editarle, e domani pubblicheremo l’intervista di cheFare all’intelligenza collettiva di cheFare. In tempi di governo del popolo, per un giorno, facciamo i populisti anche noi: che risposta dà il rispettabile popolo di chefare alla fondamentale domanda sulla disintermediazione, la democrazia diretta, la pubblicità online, la vita, l’universo e tutto quanto?

Originale 1: Online e offline: che rapporto hanno fra loro? Ha ancora senso una distinzione?

Originale 2: Che cosa ne pensa della disintermediazione? Quali conseguenze ha il digitale per il sistema dell’informazione?

Remix di 1) e 2)
Non esiste più distinzione tra online e offline: il reale è immerso nel digitale, il digitale è immerso nel reale. L’iper-mediatizzazione del reale ha reso invisibili le infrastrutture digitali, tanto da darci l’illusione della disintermediazione totale. E invece stiamo vivendo una nuova fase di intermediazione: i vecchi intermediari lasciano il posto ai nuovi.

La domanda più chirurgica non è chiedersi se non c’è più distinzione tra online e offline, ma:
che differenza c’è tra le logiche editoriali dei vecchi intermediari e le logiche algoritmico-editoriali dei nuovi intermediari?

Originale 3: A proposito di informazione digitale si parla di filter bubbles. Che cosa sono?

Remix di 3)
Un tempo giravamo con l’Unità in tasca e vivevamo intenzionalmente nella bolla informativa del nostro giornale di riferimento. Oggi quando ci informiamo online siamo dentro invisibili camere d’eco (Sunstein 2001) o bolle di filtraggio (Pariser 2011) di cui spesso non siamo consapevoli. Su l’effetto di queste filter bubbles non c’è accordo tra gli studiosi: molti sostengono che dipenda moltissimo dalla varietà o omogeneità delle nostre reti sociali online, altri invece hanno posizioni più tecno-deterministe. Visto che non c’è accordo sull’esistenza e la pericolosità delle filter bubbles, Invece di chiederci quali sono gli effetti delle filter bubbles su di noi, difficili da misurare, vi chiedo:
cosa pensate voi delle filter bubbles, qual è il vostro immaginario sul funzionamento degli algoritmi di facebook o altri social media?

Cosa avete imparato dal vostro uso quotidiano delle piattaforme sui regimi di visibilità e invisibilità imposti dagli algoritmi? Cosa fate nella vita quotidiana per rendere la vostra timeline più diversa o per rendere i vostri contenuti più visibili?

Originale 4: Le grandi piattaforme social possono influenzare le nostre opinioni politiche? In che modo?

Remix di 4)
Anche in questo caso, è molto difficile misurare in che modo, o quanto, le piattaforme possono influenzare le nostre opinioni politiche. Da una parte è scontato affermare che, come tutti i media precedenti, anche queste piattaforme contribuiscono a formare le nostre opinioni politiche, influenzando anche le scelte di voto. Ma le piattaforme non agiscono in un ambiente sotto vuoto, agiscono invece in un sistema ibrido dei media, dove una notizia trasmessa da una tv locale finisce su Twitter, rimbalza nelle piazze e nelle case, viene decontestualizzata su Facebook, remixata in un meme, tagliata e moltiplicata su Whatsapp, finisce su un giornale di carta, per poi essere letta in onda da una radio, ritorna sotto forma di tweet di un ascoltatore della radio, e via in loop.

Ad influenzare il nostro comportamento politico è l’intero sistema dei media, digitali e non, in un gioco di specchi a volte deformante. Alla trappola tecno-determinista del “one medium phallacy” dovremmo contrapporre una visione più complessa dell’influenza politica dei media e ricostruire l’intero ciclo della notizia, tracciarne tutte le mutazioni e i passaggi di scala da un medium all’altro. Scopriremmo una rete complessa di percorsi di circolazione, tanto complessa quanto lo è la ricezione di queste notizie. Invece di chiederci come le piattaforme influenzano la circolazione di opinioni politiche, concentriamoci sul processo di ricezione: chi sono le persone che ricevono queste notizie? Che profilo hanno? perché alcune persone ricevono solo fake news su whatsApp e altre non ne ricevono alcuna? E’ solo colpa degli algoritmi o di chi frequentiamo online?

Ecco la domanda per il General Intellect di cheFare:
se tra voi ci sono degli antropologi di formazione, andate nei gruppi WhatsApp con lo spirito dei primi antropologi e raccontateci cosa avete visto con quella profondità di sguardo e analisi che Clifford Geertz chiamava “thick description”. Cosa vi arriva nelle chat di whatsApp? Da chi vi arriva?

Originale 5: Insomma, sugli interessi politici prevalgono nettamente quegli economici. Ed è un meccanismo di tipo economico che spinge le piattaforme ad offrire al proprio utente il mondo che a lui piace.

Remix di 5)
Che gli algoritmi delle piattaforme siano programmati per massimizzare il tempo passato dagli utenti dentro questi giardini chiusi non c’è dubbio. Ma non si scopre nulla di nuovo: questo è il meccanismo su cui si fonda l’economia dell’attenzione, da molto prima l’invenzione di Internet. Lo studioso americano Tim Wu, nel suo bellissimo libro – The Attention merchants – fa risalire l’inizio dell’economia dell’attenzione al 1833, quando con il quotidiano The Sun nacque la penny press, la stampa popolare finanziata non dalle vendite delle copie dei giornali ma dalle inserzioni pubblicitarie. Dalla penny press in poi, e dalla nascita dei primi sistemi di rilevamento delle audience radiofoniche, nel 1930 con le Crossley Ratings, fino alla pubblicità venduta su Facebook, la storia della comunicazione di massa può anche essere letta come l’evoluzione del sogno degli investitori pubblicitari di segmentare sempre più a grana fine le possibili audience dei propri messaggi promozionali. Ma la segmentazione inizia già nel 1934 con la divisione delle audience radiofoniche americane in 4 differenti categorie (ABCD segmentation). Oggi Facebook ha migliaia di categorie per il micro-targeting.

Una volta compreso che è questo particolare modello di business dei media (di cui il capitalismo di piattaforma rappresenta la prosecuzione naturale, non l’eccezione) a mettere in crisi la sfera pubblica deliberativa tanto cara ad Habermas e oggi tornata di moda, dobbiamo chiederci: esistono modelli alternativi?
Mi fate degli esempi di piattaforme cooperative dei media, forme diverse di gestione dei dati, utopie future che immaginate possibili?

Originale 6: Secondo alcuni il digitale apre la possibilità a forme di democrazia diretta. Che ne pensa?

Remix di 6)
Qui non c’è dibattito: il digitale ha già abilitato forme di democrazia diretta (oltre che varie forme di censura e repressione). Secondo la bella analisi di Antonio Calleja López, Xabier Barandiaran e Arnau Monterde, co-autori del libro Datacrazia (a cura di Daniele Gambetta), siamo di fronte la terza ondata di reti digitali: le prime erano reti che intermediavano informazione (web 1.0), la seconda ondata (il web 2.0) ha intermediato anche le relazioni sociali, ora è anche il tempo di reti politiche, che permettono l’intermediazione di decisioni collettive, come ad esempio sta sperimentando il comune di Barcellona con la piattaforma Decidim (la versione seria, complessa, frutto di una lunga tradizione catalana di riflessione sulle forme di autogoverno, delle nostrane piattaforme Rousseau, versioni verticiste e infantili del nobile concetto di democrazia diretta). La democrazia diretta però non è una proprietà genetica delle reti digitali, non è una “affordance” naturale delle reti. Le reti digitali sono spazi politici, campi di conflitto culturale, continuamente appropriate da diversi attori sociali. Non chiediamoci se il digitale apre alla democrazia diretta: una tecnologia da sola non genera né democrazia del popolo né controllo delle élite. Chiediamoci come è possibile utilizzare il digitale per supportare forme mature di processi decisionali collettivi, forme di partecipazione – ad assetti variabili di poteri concessi – all’agire sociale. Ecco quindi la domanda remixata:
che uso politico fate delle piattaforme? Cosa (quali app) e quanto usate queste piattaforme per prendere decisioni collettive o per auto-organizzarvi?

Con questo esercizio collettivo abbiamo provato a riscrivere assieme una batteria di domande e di risposte alternative ai temi retorici della disintermediazione, delle filter bubbles, della democrazia diretta. Se li si osserva dall’alto, questi fenomeni appaiono chiari e omogenei, ma se ci si cala sul campo delle loro declinazioni quotidiane, l’immagine si fa più confusa e controversa. Un approccio “grounded” a questi temi è più difficile e richiede più tempo, ma nel lungo periodo restituisce una maggiore profondità di analisi di questi fenomeni. Se, come suggeriva già Nick Couldry nel 2004, iniziamo a teorizzare i media come un insieme di pratiche, invece che disquisire all’infinito sugli effetti presunti dei media, ne ricaveremo una comprensione più densa, più sfumata, più problematica forse, ma anche più ricca e florida.

Queste piattaforme non sono tutte uguali, non generano usi omogenei e il loro impatto non è stabile nel tempo. Dentro e attorno a queste tecnologie si combattono i nuovi conflitti culturali: tra le pieghe di un consumo irriflessivo e succube degli algoritmi, prendono forma sacche di resistenza, opposizione, riappropriazione, rifiuto, hacking, domesticazione; perché, come ci ricorda Stuart Hall, “There is struggle over meaning”. La battaglia tra capitalismo di piattaforma e democrazia è appena iniziata. Let’s strike back.


Immagine di copertina: ph. John Hult da Unsplash

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