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Lucidità, come cominciare a esistere davvero

La lucidità non è l’intelligenza, che si correla specificamente alla comprensione. Mentre l’intelligenza, come il linguaggio, è una facoltà, e anche la più generale, è in parte innata e verte su un oggetto alla volta nel suo movimento e nell’istante, la lucidità, da parte sua, non ci è data, non è passibile di addestramento o manutenzione: essa viene conseguita solo a partire da un percorso e in maniera risultativa. Un simile esito può essere comunicato dall’uno all’altro? La lucidità non è nemmeno la conoscenza, la quale deriva risolutamente da un’acquisizione. Mentre la conoscenza si sviluppa per ambiti e discipline, la lucidità si presenta come una capacità globale che non si lascia frazionare e non si insegna.

Confrontandola con i termini che le sono attribuiti come sinonimi, si può notare come la penetrazione e la perspicacia (la chiaroveggenza) presuppongano che lo spirito incontri una resistenza – un’opacità – e la superi. Si tratta di termini che rinviano entrambi prospetticamente a una situazione in cui c’è una difficoltà da sciogliere. Il loro uso richiede un punto di applicazione: il primo rimanda alla dimensione della profondità, il secondo a quella della chiarezza. La lucidità, da parte sua, è l’esito di un divenire: si diviene lucidi tramite l’esperienza, lo si diviene processualmente per sprigionamento, la luce arriva da sola, per immanenza, a partire da tutto ciò che si è vissuto e attraversato. Penetrazione e perspicacia nominano una capacità operativa dello spirito, lucidità un livello a cui accede la coscienza.

Pubblichiamo in collaborazione con Feltrinelli editore un estratto da Una seconda vita di François Jullien

 

Mentre i due presunti sinonimi nominano il superamento di una condizione di imbarazzo in cui versa il pensiero, lucidità esprime l’uscita da una condizione di indistinzione a causa della quale ci si lasciava abusare. Inoltre, significando l’uscita dalla confusione nella quale si versava nella vita passata, la lucidità nomina anche la capacità di un soggetto che accede alla seconda vita.

La lucidità, visto che, propriamente parlando, non si acquisisce, non è una questione né di metodo né di volontà. Ma allora, posso desiderare di diventare lucido? In realtà, desidererei proprio il contrario: restare in una condizione di ingenua indistinzione – una confusione primitiva – che meglio e più immediatamente corrisponde ai miei desideri non obbligandomi a vedere la realtà “com’è” e spogliata dalle sue illusioni. Mentre si vorrebbe essere più intelligenti o possedere più conoscenza, e anche essere più perspicaci e penetranti, non si teme, al contrario, una maggiore lucidità? Non si cerca, piuttosto, di proteggersi da essa? In ogni caso, per comprendere che cosa sia la lucidità, così come nel caso dell’esperienza di secondo tipo da cui procede, è necessario sciogliere l’opposizione fra passivo e attivo imposta dalle lingue europee per, in seguito, uscire dal registro dell’intenzionale e della scelta libera e deliberata.

Posso desiderare di diventare lucido?

La lucidità, infatti, è congiuntamente risultativa: vi sono stato condotto dalle esperienze che ho attraversato ma, al contempo, vi ho contribuito io stesso mediante la loro presa in conto. Non basta passare esperienze negative per divenire lucidi, ci vuol anche la collaborazione del soggetto che deve lasciarle entrare nel campo della propria riflessione. La lucidità mi viene da tutto ciò che ho vissuto e che ha intaccato e destrutturato a poco a poco – ha sgretolato, crepato, screpolato tramite pressioni esterne e, al contempo, una rettifica personalmente assunta – le rappresentazioni dello spirito che a mia insaputa si interponevano rispetto alla realtà velandola e oscurando la mia coscienza. La “realtà”, allora, esce da un’equivoca nebulosità per significare precisamente ciò che resta dopo tale ritrarsi.

Ma da dove traeva origine quel velo o, piuttosto, ciò che ora mi appare, retrospettivamente, mentre lo squarcio e lo sollevo, essere un “velo”? Da ciò che veicolano la morale e i codici appresi e anche già da quanto trasmettono sottobanco le parole imparate tessendo instancabilmente la loro rete di credenze e convenzioni: in sintesi, da tutta l’ideologia che si è interposta fra lo spirito e la realtà effettiva e da cui la coscienza deve sgravarsi.

La lucidità, da parte sua, è l’esito di un divenire: si diviene lucidi tramite l’esperienza, lo si diviene processualmente per sprigionamento, la luce arriva da sola, per immanenza, a partire da tutto ciò che si è vissuto e attraversato.

Ed è proprio attraverso questa lucidità decapante, essa stessa risultante da un’esperienza decantata, che si è imposta nostro malgrado ma è stata anche riflessivamente meritata, che ciò che possiamo considerare l’“effettivo” acquisisce finalmente un senso: si tratta del reale nudo, spogliato.

Come Descartes “spogliava” la cera delle sue qualità secondarie, manifeste ma in cui “l’indagine dello spirito” restava confusa; bastava avvicinarla al fuoco, ed ecco che il “reale” si lascia spogliare al solo contatto, prolungandosi, dell’esperienza. Quel solo contatto è stato sufficiente e, allo stesso tempo, era il solo a poter condurre a quel risultato. A quel punto, vedo non “al di là”, in attesa di una Rivelazione – sulla base della tipica operazione della meta-fisica che conduce al raddoppiamento del mondo –, ma attraverso: raggiungo la filigrana – la fibra – che, nella trama o nell’elemento della vita, lascia trasparire una configurazione delle cose completamente diversa.

La prima rappresentazione offerta, infatti, quella manifesta, a cui si fa normalmente riferimento, tendeva a travisarla o, quantomeno, a non farla pienamente apparire. Ne deriva che la lucidità è non tanto scoperta quanto scoprimento. Come la traccia purificata della filigrana, la lucidità nasce da uno spoglio che lascia emergere, da sotto tutto quanto oscurava lo spirito, ciò che da quel momento non sarà più abbellito, e nemmeno celato, velato, chiuso. Mallarmé l’ha chiamato “inverno lucido”. Solo il rigore sufficientemente temprato nella durata (l’“inverno”), infatti, libera dalle facili adesioni, spezza il comfort delle illusioni di cui lo spirito ha il terrore di disfarsi. Anche la malattia, forse in maniera eminente, partecipa di tale svelamento. “La salute e il benessere” sono “paraocchi”, è stato detto: mentre “la malattia rende lucidi”. Rende lucidi, infatti, proprio perché ci permette uno stacco rispetto a ciò che in maniera troppo semplicistica (o compiaciuta) abbiamo dato per ovvio e scontato, fosse anche solo la vita che scorre impercepita “nel silenzio degli organi”.

La lucidità nasce da uno spoglio che lascia emergere, da sotto tutto quanto oscurava lo spirito, ciò che da quel momento non sarà più abbellito, e nemmeno celato.

Perché ha spinto una dissociazione dal funzionale che si imponeva troppo ingenuamente attraverso l’“evidenza” e la normalità, in primo luogo quella dei piccoli gesti, dei minimi movimenti, che prima si facevano senza pensarci mentre ora che fatico a compierli sono divenuti stranamente problematici, lasciando intravedere il caos che si dissimula sotto le regolarità acquisite (o, diciamo pure, le conformità ammesse).

Mettendoci a bordo campo e facendoci ritrarre dalla grande marcia delle cose che si autoriconducono, o che si crede “naturalmente” portate a ricondursi (come avviene ogni nuovo mattino), la malattia ci fornisce uno spazio di manovra rispetto a tutto ciò rendendolo dubbio, risvegliando il sospetto: l’adesione si trasforma così in interrogazione. Dissociandoci dalla vita garantita, essa ci permette di percepire che cosa sia più essenzialmente – più stranamente – la vita, in un modo che non avremmo nemmeno potuto sospettare. Ma la lucidità alla quale allora si perviene non spinge al pessimismo o al dolorismo, che altro non sarebbero se non un’ulteriore costruzione e sovrapposizione dello spirito non migliore della precedente. Essa non è fatta di rassegnazione e rinuncia, e nemmeno di acquietamento, lucidità nasce da uno spoglio che lascia emergere, da sotto tutto quanto oscurava lo spirito, ciò che da quel momento non sarà più abbellito, e nemmeno celato, velato, chiuso.

Mallarmé l’ha chiamato “inverno lucido”. Solo il rigore sufficientemente temprato nella durata (l’“inverno”), infatti, libera dalle facili adesioni, spezza il comfort delle illusioni di cui lo spirito ha il terrore di disfarsi. Anche la malattia, forse in maniera eminente, partecipa di tale svelamento. “La salute e il benessere” sono “paraocchi”, è stato detto: mentre “la malattia rende lucidi”. Rende lucidi, infatti, proprio perché ci permette uno stacco rispetto a ciò che in maniera troppo semplicistica (o compiaciuta) abbiamo dato per ovvio e scontato, fosse anche solo la vita che scorre impercepita “nel silenzio degli organi”.

Perché ha spinto una dissociazione dal funzionale che si imponeva troppo ingenuamente attraverso l’“evidenza” e la normalità, in primo luogo quella dei piccoli gesti, dei minimi movimenti, che prima si facevano senza pensarci mentre ora che fatico a compierli sono divenuti stranamente problematici, lasciando intravedere il caos che si dissimula sotto le regolarità acquisite (o, diciamo pure, le conformità ammesse).

Mettendoci a bordo campo e facendoci ritrarre dalla grande marcia delle cose che si autoriconducono, o che si crede “naturalmente” portate a ricondursi (come avviene ogni nuovo mattino), la malattia ci fornisce uno spazio di manovra rispetto a tutto ciò rendendolo dubbio, risvegliando il sospetto: l’adesione si trasforma così in interrogazione. Dissociandoci dalla vita garantita, essa ci permette di percepire che cosa sia più essenzialmente – più stranamente – la vita, in un modo che non avremmo nemmeno potuto sospettare. Ma la lucidità alla quale allora si perviene non spinge al pessimismo o al dolorismo, che altro non sarebbero se non un’ulteriore costruzione e sovrapposizione dello spirito non migliore della precedente. Essa non è fatta di rassegnazione e rinuncia, e nemmeno di acquietamento, vero che in Platone si “trova già tutto”? In una frase, Platone illustra come si arriva alla lucidità a partire dall’esperienza accumulata e decantata da cui si vede procedere la possibilità di una seconda vita:

Non è forse necessario, Teeteto, che la maggior parte di questi ascoltatori di una volta, trascorso un tempo sufficiente per essi e con il procedere dell’età, venuti a contatto diretto con le cose che sono costretti da quanto subiscono a toccare l’evidenza delle cose, muti le opinioni di un tempo, in modo che quanto appariva grande ora appaia piccolo e quanto appariva facile difficile e tutte le apparenze suscitate in quei discorsi siano completamente capovolte dai fatti che si presentano nel corso delle loro azioni? (Il sofista, 234d-e)

Platone chiarisce le due condizioni congiunte della lucidità: ciò che il tempo apporta “assommandosi”, ossia che ci sia “avanzamento” nella vita; ma anche che, se si giunge così a “diretto contatto” con la realtà delle cose, tois te ousi prospíptontas enguthen, τοῖς τε οὖσι προσπίπτοντας ἐγγύθεν, è per il fatto che vi si è costretti dalle prove della vita.

E ne chiarisce anche la natura specifica: che si “tocchino” allora “in piena chiarezza” gli “essenti” (epháptesthai, ἐφάπτεσθαι: si mette il dito “su”), ossia che ci si trovi messi nella luce (enargós, ἐναργῶς: questa chiarezza è globale) e, al contempo, ci si trovi direttamente in “contatto” con le cose, tale è, infatti, l’effetto del contatto che costituisce l’esperienza. Ne chiarisce, infine, la conseguenza: il ribaltamento delle opinioni formatesi nello spirito o, piuttosto, subite nel primo tempo della vita.

Le rappresentazioni a cui si aderiva precedentemente non erano altro che “fantasie” basate su discorsi ormai travolti da ciò che è “intervenuto” nelle nostre vite: tutto quello che si è fatto “in più” e che si aggiunge giorno dopo giorno, ciò che si è depositato in noi, un’azione dopo l’altra (en tais práxesin), in altre parole, la capitalizzazione dell’esperienza.

[© Giangiacomo Feltrinelli Editore]


Illustrazione: collage di Enea Brigatti