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16 Novembre 2017

Magione We: una scuola che diventa piazza

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Mentre scrivo il quartiere non gentrificato entra dalla finestra aperta e mi fa compagnia: musica neomelodica, schiamazzi infantili, acuti femminili, rombo di motorini, clacson e sirene in lontananza.

La Kalsa, invece, il quartiere del centro storico di Palermo dove si svolge il progetto Magione We, non è più come il mio, lo è a metà. Il processo di risanamento iniziato negli anni novanta che ha portato alla ristrutturazione di diversi edifici nobiliari rivenduti per lo più alla borghesia progressista quando ancora andare a vivere in centro storico era una scelta alternativa, si è rallentato negli ultimi anni, rendendo tutta questa zona uno spaccato denso e interessantissimo della storia urbanistica e sociale della città – adesso forse con il turismo ed Airbnb qualcosa sta cambiando di nuovo ma questa è un’altra storia – .

Il quartiere è rimasto allora come sospeso, diviso in due anime, quelle dei vecchi e nuovi abitanti che vivono vicini ma raramente socializzano e forse, in parte, solo a scuola si incontrano. Questo mix sociale che caratterizza il territorio ha fatto si che le giovani coppie con bimbi, spesso appartenenti al variegato mondo dei nuovi precari cognitivi (artisti, ricercatori, creativi, operatori del sociale) abbiano negli ultimi anni attivato processi di partecipazione e attivazione dal basso che hanno portato al primo esperimento cittadino di patto territoriale per l’utilizzo di alcuni spazi pubblici del quartiere.

Un percorso fatto di collaborazione dal basso e di conflitti, di alleanze tra associazioni, di sit in di mamme, di dialoghi con i burocrati, di fund-raising del privato sociale, di tanto impegno di tanti abitanti e non, di vittorie e delusioni.

Oggi però nella piazza c’è un campetto di calcio sempre pieno, un parco giochi che nessuno ha ancora vandalizzato e la palestra della scuola è aperta anche ad attività sportive extra-curriculari e davvero non è poco. E ci sono bottiglie di birra abbandonate nella notte, motorini che violano la zona pedonale, bambini che non sono mai usciti da questo quadrilatero e adolescenti aggressivi e nichilisti. Tutto insieme.

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“Al centro della città al centro del mediterraneo c’è un quartiere e al centro di quel quartiere c’è una piazza e al centro della piazza c’è una scuola…”, inizia così una delle storie raccontate da Alberto Nicolino, uno degli artisti coinvolti nel progetto. Una scuola che è “il cuore pulsante del quartiere” aggiunge un altro artista, Igor Scalisi Palminteri che con i bambini costruirà una scultura a forma di cuore fatta da decine di oggetti che le persone stanno donando alla scuola in questi giorni: “Cose fatte con il cuore” si dice qui.

Per questa scuola – l’istituto comprensivo Amari-Roncalli-Ferrara – questa piazza – la Magione – e questo quartiere complesso – la Kalsa – nasce il progetto “Magione We” in risposta al bando Mibact-Miur “Scuola Spazio aperto alla cultura”, 31 progetti ammessi a finanziamento in tutta Italia per valorizzare e “aprire” scuole del patrimonio storico.

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La scuola Ferrara è aperta dai primi anni del Novecento, ha un archivio commovente con i registri della prima e della seconda guerra mondiale con giorni senza appello in cui con la stilografica il maestro appunta “..scuola chiusa a causa dei bombardamenti”; e poi è la scuola di Paolo Borsellino, la sua casa natale è a pochi metri da qui, e nell’archivio ci sono le sue pagelle.

È una scuola con molte storie, perfetta per questo progetto, per questo Clac l’ha scelta e ha lavorato fin dall’inizio co-progettando gli interventi con il personale della scuola, con gli artisti e i gruppi attivi nel quartiere ed uno dei punti di forza del progetto è stato certamente questo essere nato collettivo fin dall’immaginazione.

Cosa abbiamo fatto con Magione We? In breve tre azioni:

Lo spazio

Abbiamo ripensato l’uso degli spazi esterni a partire dall’ascolto della comunità educativa della scuola insieme a due architetti, Marco Terranova e Valentina Mandalari, che per sensibiliAmbienti hanno progettato e costruito strutture ibride in legno, tra gioco e arredo, che hanno trasformato il cortile e il giardino della scuola. Marco Terranova sperimenta progetti in cui non solo si co-progetta ma anche si co-costruiscono elementi negli spazi trasformando così il cantiere stesso in un’occasione di inclusione, condivisione e formazione intergenerazionale ed interculturale. Valentina Mandalari è una “placemaker” che alterna attività professionale e progetti di ricerca e mappatura narrativa, indagando il ruolo delle pratiche artistiche nei processi di rigenerazione urbana condivisa e con Clac condivide diversi progetti. Insieme abbiamo immaginato come la scuola potesse diventare parte della piazza circostante, luogo spontaneo di gioco, teatro, aggregazione e riposo.

Le pratiche, gli artisti

Abbiamo aperto la scuola nei week-end accogliendo le famiglie di ogni genere e tipo con artisti che per attitudine lavorano con pratiche relazionali e hanno esperienze educative (e qui c’è un primo punto, relazione ed educazione, quanto sono sinonimi nell’arte che si vuole di comunità?). Alberto Nicolino è un autore e narratore che lavora soprattutto “raccogliendo” le storie dei luoghi e con il Centro Fiaba e Narrazioni promuove il raccontare come strumento di aggregazione ed educazione al vivere insieme; Igor Scalisi Palminteri, pittore e scultore colto e sensibile, capace di far entrare le persone nelle sue visioni, con diverse esperienze di educativa di strada, lavoro sociale nelle periferie, progetti in scuole e altre istituzioni formative; Stefania Galegati Shines che ha scelto Palermo come luogo di militanza artistica sviluppando processi che sperimentano come nella relazione si produce conoscenza, creatività, riflessione collettiva – quindi arte; Jerusa Barros è cantante e musicista che mischia la tradizione di Capoverde con quella della Sicilia ed è anche insegnante di musica e danza; Circ’All e Circopificio, performer di circo contemporaneo e attivatori della prima scuola a Palermo di circo sociale, capaci di far sorridere e muovere tutti, dai bambini ai nonni.

Il tempo

Magione We, come tutte le pratiche di “rigenerazione umana” ha bisogno di tempo. Già in questi tre mesi abbiamo visto piccole trasformazioni: il diversificarsi del pubblico, un uso diverso degli spazi della scuola, un uso diverso della piazza ma perché l’esperimento diventi cambiamento serve tempo. Stiamo lavorando per creare un gruppo di genitori, docenti, artisti che vogliano autonomamente continuare ad aprire alla città gli spazi della scuola con attività culturali, musica, narrazione, arte così come abbiamo fatto in questi mesi di progetto in modo da consolidare il processo e farne una pratica non eventuale.

La forza di Magione We e la necessità di non fermarsi qui stanno nella combinazione di queste tre azioni in un contesto complicato ma vivo, come è il quartiere Kalsa – vivo perché c’è l’impegno di qualcuno che ci vive – in cui gli elementi – o gli alimenti – che abbiamo a disposizione sono ghiotti: spazi pubblici (la piazza e la scuola che può diventare piazza così come la piazza diventa spazio educativo), comunità (quella della scuola e quella degli abitanti), rigenerazione in corso e fenomeni di gentrificazione ancora arginabili, buon tasso di attivismo ma anche di disoccupazione e illegalità, grande bisogno di far incontrare diversità

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Tante cose ho osservato e tanti pensieri ed emozioni sta dando questo progetto ma al centro di tutto c’è questa questione delle differenze che si incontrano. E’ una questione che ha a che fare con cosa per me significa “scuola” e con ciò che da sempre CLAC crede debba essere “cultura”.

Lo scoglio contro cui le pratiche di comunità (artistiche e non) solitamente si infrangono, è la capacità di far partecipare a ciò che si mette in campo, sia uno spettacolo, un laboratorio, un’assemblea o una passeggiata, tutte le componenti sociali di un determinato territorio o comunità. È una cosa che pone anche sempre problemi di linguaggio, come dirselo questo obiettivo senza fare gaffe? Con un politically correct “includere pubblici diversi”, con un secco “persone appartenenti a diverse estrazioni sociali”, con un ironico “coinvolgere anche la signora Giuseppa che sta qui di fronte”? E la questione si complica ulteriormente quando le pratiche proposte sono pratiche culturali perché non c’è più corrispondenza certa tra reddito, classe, status e consumi culturali.

Le parole sono importanti ma la buona fede e l’autenticità delle intenzioni si dimostra con i fatti. Per esempio una cosa apparentemente banale che è successa a Magione we, è stata la presenza nei sette week-end di fila, sabato e domenica, degli artisti e del personale della scuola anche quando non era il loro turno. Non era nel contratto, è successo e basta perché abbiamo sentito tutti il valore della presenza, dell’accoglienza, dell’abitare insieme lo spazio della scuola-piazza.

Quante differenze si sono incontrate in Magione We? Non solo quelle socio-culturali cui subito si pensa. Questi week-end sono stati una, almeno a Palermo, rara occasione di socializzazione nello stesso spazio per adulti e bambini insieme non relegando i bambini alle “cose per bambini” e i genitori ad annoiarsi nei dintorni e poi, cosa ancora più rara, è stato uno spazio condiviso tra chi ha figli e chi no, altra grande barriera simbolica che separa in categorie distinte l’umanità nell’urbe.

Mettiamo insieme i pezzi: per Dewey l’educazione è  “l’arte di costruire ponti” dove ponti va inteso sia in senso letterale – ci vogliono competenze –  che nel senso di relazioni, Pasolini diceva che le persone colte sono quelle che sanno tenere insieme, l’arte che in questo momento mi appassiona di più è quella in cui l’artista si fa mediatore sviluppando piattaforme di interazione e pensiero critico che portano a ripensare il rapporto con i luoghi e il proprio stare nel mondo.

Educazione, Arte, Relazione, Rigenerazione sono le parole che ritornano in questo discorso e sono al centro di Magione We che apre la scuola alla piazza circostante e invita le persone ad entrare ed usare gli spazi, insieme agli artisti, come luoghi di socialità, di produzione artistica, di scambio di esperienze utilizzando l’arte, la narrazione, la musica come strumenti di coesione sociale ed educativa diffusa.

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C’è un’idea politica alla base: pensiamo che aprire gli spazi e creare occasioni libere e gratuite di partecipazione culturale sia lo strumento più importante per sperimentare  cittadinanza attiva, educare al rispetto degli spazi collettivi, al piacere del fare arte insieme. Così tutta la città si fa scuola e la scuola, attraverso l’arte, diventa soggetto attivo di rigenerazione urbana.

E pensiamo a Palermo alle soglie del 2018, Capitale Italiana della Cultura e sede di Manifesta12, pensiamo che servono politiche culturali che sostengono con fondi pubblici pratiche durature di cultura inclusiva, apertura di spazi dove tutte le differenze che abbiamo elencato almeno ci provino a incontrarsi, dove educazione e pratiche culturali si intrecciano e trovano spazio perché Gli spazi della città sono il luogo dove partono e dove finiscono i percorsi educativi (G. Zoppoli) e anche quelli artistici aggiungerei.

Gli eventi, le mostre, le residenze, le rassegne, tutto serve a migliorare le condizioni di vita e creare occasioni e decisamente stiamo vivendo un periodo migliore del precedente per la cultura a Palermo ma in una città con il tasso di “povertà educativa” tra i più alti in Italia la politica culturale deve investire in un’offerta di servizi e opportunità educative e formative che consentano a tutti i bambini e ragazzi di apprendere, sperimentare, e sviluppare liberamente capacità, aspirazioni e sogni.

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Per questo ci stiamo impegnando in questo anno cruciale per favorire un’alleanza necessaria tra cultura, educazione e rigenerazione urbana contro le dinamiche di esclusione che troppo facilmente si instaurano quando si lavora con le arti e le culture contemporanee. Lo faremo, tra l’altro,  anche continuando a lavorare alla Kalsa dove CLAC sarà coinvolta in un altro importante progetto con il Centro per lo Sviluppo Creativo Danilo Dolci finanziato dal fondo “Con i bambini” per il contrasto alla povertà educativa.

Benjamin l’aveva già identificato con chiarezza ma oggi più che mai l’infanzia è “la categoria politica per eccellenza” e il rapporto tra educazione, pratiche artistico-culturali e spazio pubblico un tema di politica culturale fondamentale per il futuro delle città che chi si occupa di innovazione sociale e trasformazioni culturali non può trascurare.

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