Almanacco > Inediti
13 settembre 2018

Manifesto immaginario per una comunicazione “biologica”

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.
Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Letta l'informativa*, dichiaro di averne compreso il contenuto e acconsento al trattamento dei miei dati per le finalità e secondo le modalità ivi indicate.

Questa estate ho letto Il dilemma dell’onnivoro di Michael Pollan e mentre l’autore descriveva la nascita del movimento biologico nell’agricoltura americana, ho pensato ai punti di contatto tra produzione industriale di cibo e produzione industriale di informazione. Entrambe si giovano di economie di scala e dei benefici dell’omogeneizzazione della produzione: così come l’agricoltura e l’allevamento industriale hanno bisogno di vasti appezzamenti di terra da coltivare a monocolture e vasti fabbricati per allevare animali da macellazione, la produzione industriale di informazione si avvale di processi che rendono efficiente la raccolta e il trattamento dell’informazione su vasta scala e favoriscono la concentrazione dei media nelle mani di pochi grandi gruppi e in un’epoca di crisi del giornalismo, sopravvivono ancora di più solo i grandi conglomerati mediali, proprietari di televisioni, radio, giornali.

Sia l’agricoltura che la produzione industriale di informazione, tendono alla mono-coltura, alla standardizzazione dei processi, all’oligopolio di pochi, grandi gruppi multinazionali (Cargill, Monsanto, la News Corporation di Murdoch): cibo e informazione tutta uguale, omogenea (negli Stati Uniti migliaia di radio appartengono allo stesso gruppo e riproducono lo stesso format in mercati diversi).

La produzione industriale di cibo e di informazione, se da un lato ha “democratizzato” l’accesso a questi due beni, il primo materiale e il secondo immateriale, ha anche riversato sulla società una serie di costi (ambientali, economici, sociali), le cosiddette esternalità negative, che rendono molto più salato il conto di questo tipo di produzione.

Se alla produzione industriale di cibo si è opposta, nel tempo, quella “biologica”, una produzione rispettosa dell’ambiente, di chi lavora la terra e di chi la consuma, perché – mi chiedevo mentre leggevo Pollan – alla produzione industriale di informazione non potrebbe opporsi una produzione “biologica” di informazione?

Ma cosa significherebbe, produrre informazione “biologica”, semmai questa espressione esistesse davvero?

Immaginiamo una piccola azienda, un giornale locale, un magazine online, una radio regionale, che un giorno decide di trasformare la sua filiera produttiva per iniziare a produrre “informazione biologica”. Immaginiamo anche che la cosa funzioni e che altre aziende decidano di convertirsi a questo nuovo metodo produttivo e che si riuniscano in un consorzio e trovino un accordo comune sulle regole che permettono a un’azienda di fregiarsi della certificazione “biologica” dell’informazione che produce.

Cosa comporterebbe questa speciale “certificazione”?

L’obiettivo principale, come nell’agricoltura biologica, dovrebbe essere quello di ridurre l’impatto ambientale della produzione, nel rispetto di chi ci lavora. Quindi prima di tutto (regola n. 1) quest’azienda dovrebbe convertire la sua struttura produttiva al fotovoltaico o ad altre forme di alimentazione dei computer di redazione non basate sui combustibili fossili.

Poi dovrebbe garantire ai propri lavoratori e collaboratori un trattamento equo, evitando di pagare i freelance 15 euro al pezzo, per dire.

Ma ancora non siamo arrivati al cuore del problema: ovvero il significato di “informazione biologica”. Un’azienda di coltivazione biologica, oltre a ridurre al minimo il consumo di combustibili fossili e pagare equamente i propri dipendenti, ha come obiettivo primario quello di produrre cibo di qualità superiore rispetto a quello industriale, almeno dal punto di vista delle proprietà nutritive, un cibo generalmente più “sano” (non entro nel dibattito biologico vs. industriale) e persegue questo obiettivo vietando l’impiego di concimi minerali, antiparassitari sistemici e diserbanti e geodisinfestanti di sintesi chimica, oltre al divieto di utilizzare ogm. Ma se trasliamo queste regole sull’informazione, come dovrebbe essere “coltivata” l’informazione, per dirsi “biologica” e quindi più “sana” e di qualità “superiore” a quella prodotta su scala industriale?

Provo qui a fare un esercizio di immaginazione e definire alcune regole per questa ipotetica “certificazione biologica” dell’informazione, che in un’epoca di fake, deep fake news, fatti alternativi e propaganda di stato potrebbe forse restituire un po’ di dignità al lavoro giornalistico. Ma vi invito, nei commenti, a fare anche voi con me questo esercizio di immaginazione e avanzare altre proposte.

Uno dei pilastri dell’agricoltura e dell’allevamento biologici è mettere la pianta o l’animale in condizione di crescere secondo ritmi naturali, senza condizionarne o accelerarne artificialmente la crescita, tramite azoto (per le piante) o porzioni bibliche di mais (per i manzi). Piante e animali, secondo Pollan, sono dei medium, degli intermediari, posti tra noi e l’energia solare: il loro lavoro è catturare l’energia solare necessaria per crescere e per nutrirsi, immagazzinandola dentro le loro cellule. Piante e animali, interagendo tra loro, si alimentano a vicenda, senza necessità di diserbanti chimici che inquinano l’ambiente e questa interazione si trasforma poi in energia “sana” per noi che li consumiamo.

Anche i giornali sono dei medium, come le piante e le vacche: fanno da intermediari tra noi e la realtà, si nutrono di fatti, li digeriscono nel rumine e ce li servono in porzioni confezionate ad alto valore aggiunto di approfondimento e intrattenimento.

Come rendere questo processo di ruminazione il meno artificiale possibile?

Innanzitutto, eliminando la pubblicità, che sta all’informazione come i diserbanti chimici alla coltivazione della terra.
Invece di dipendere dalla vendita di spazi pubblicitari, un medium biologico dovrebbe dipendere il più possibile, e progressivamente sempre di più, dai propri consumatori: vendita diretta, cioè abbonamenti e sottoscrizioni, che svincolano il produttore dalle fluttuazioni del mercato pubblicitario e dalla vendita di dati del proprio pubblico. Se Facebook fosse un’azienda biologica e ci facesse pagare un abbonamento per utilizzare i suoi servizi, non sarebbe esistito il caso Cambridge Analytica, ad esempio, oppure non verremmo bersagliati continuamente con messaggi promozionali su Instagram, che riempiono di rumore di fondo la nostra esperienza visiva.

La pubblicità è spam nel senso originale del termine, che risale, per chi non lo sapesse, a uno sketch comico del Monty Python’s Flying Circus trasmesso il 15 dicembre 1970 (stagione 2, episodio 12): nello sketch un gruppo di vichinghi sta mangiando a capo chino e una cameriera, mentre presenta loro il menù, condisce la sua tiritera infilando la parola “spam” tra una frase e l’altra.

Se utilizziamo la teoria matematica della comunicazione di Shannon e Weaver del 1949, il primo modello di comunicazione ad introdurre il concetto di segnale/rumore, la spam potrebbe essere compresa come il rumore di fondo che interferisce sulla ricezione del segnale. La pubblicità è come il jamming radiofonico, l’interferenza sulla linea comunicativa. In agricoltura, la spam sarebbe un’erbaccia.

Quindi, regola n.2 (la prima era relativa all’impatto ambientale e ai diritti dei lavoratori) di una comunicazione biologica: vietato ricorrere alla pubblicità come introito. Ne deriverebbe una ricezione del “segnale” di più alta qualità.

Ora lo so che molti si alzeranno in piedi, arrabbiati, per sostenere che anche la pubblicità è un testo a sé, di alto valore culturale, che in alcuni casi è più godibile del resto del giornale o del flusso televisivo in cui è inserita, ma questi sono argomenti per le tesi in semiotica dell’immagine, nella vita quotidiana, la maggior parte della pubblicità che assorbiamo, è spam di cui faremmo volentieri a meno (tipo il rimedio per la parodontite sulle radio della Rai).

Regola n. 3, un corollario della regola n. 2: non si può pagare per promuovere un messaggio, ma egli deve fare il suo corso naturale. In marketing esiste già un’allusione al linguaggio dell’agricoltura biologica, se ci pensate bene: è la distinzione tra “organic” e “paid” audience: tra audience raggiunta naturalmente o a pagamento. Così come una pianta biologica cresce al ritmo della luce e delle sostanze nutritive che essa è capace di assorbire dal sole e dalla terra, senza l’aiuto di fertilizzanti chimici che ne accelerano la crescita ma che la espongono anche all’alta possibilità di crescere più fragile e ammalarsi o essere attaccata da afidi che devono poi essere combattuti con i pesticidi, anche la comunicazione biologica si distingue da quella industriale se “cresce”, cioè circola con le sue forze e quelle dei suoi lettori “reali”, senza essere pompata da fertilizzanti chimici come l’annuncio a pagamento o da OGM come gli eserciti di bot macedoni.

Un post “pompato” dal pagamento di una quota a Facebook o Google è un atto di corruzione del canale comunicativo: pago il gestore del canale per assicurarmi un vantaggio competitivo sui miei avversari.

Ed esattamente come una pianta coltivata ad azoto, o una mucca allevata a resti di ossa animali triturati, una comunicazione “pompata” è una comunicazione dalla salute fragile e “pazza”, come la mucca che impazzisce se mangia ossa triturate di animali, che sì, la fanno crescere più in fretta, ma la fanno ammalare anche più in fretta.

Pagare per essere più visibili non è una pratica di comunicazione biologica e alla lunga genera solo danni ambientali, come i fertilizzanti e i pesticidi usati per far crescere più velocemente le piante, che poi ricadono sul bilancio dello stato e dei cittadini inquinando terreni e corsi d’acqua. Raggiungere tante persone solo perché abbiamo pagato per mettere il nostro messaggio di fronte ai loro occhi può nel lungo periodo avere effetti negativi sia su chi produce sia su chi consuma il messaggio:

1) fa male a chi produce perché insinua l’idea che un’idea o un messaggio, per farsi strada nella testa di qualcuno non debbano essere necessariamente di buona fattura ma basti semplicemente pagare un intermediario per posizionare la nostra idea di fronte agli occhi di chi vogliamo raggiungere;

2) fa male a chi la consuma perché genera assuefazione: a forza di ricevere messaggi sponsorizzati sparsi in mezzo alla timeline delle nostre bacheche social, ci distraiamo e ci assuefacciamo al flusso di messaggi. Io ormai appena vedo un messaggio sponsorizzato su Instagram, di qualunque natura esso sia, anche fosse Bernie Sanders che dice cose bellissime e giuste, lo salto a pié pari. Inoltre, un ambiente informativo troppo saturo di messaggi sponsorizzati mi fa perdere interesse per tutto l’ambiente informativo e credo che questo sia uno dei paradossi a cui devono far fronte i grandi conglomerati industriali dei social media contemporanei: il sistema finanziario sul quale sopravvivono li costringe alla crescita infinita di utenti (così come gli agricoltori sono costretti ad aumentare all’infinito la resa per ettaro dei loro campi), che genera a sua volta maggiori entrate pubblicitarie, ma l’aumento della pubblicità e più in generale del rumore di fondo all’interno dei social media contemporanei, porta gli utenti a disaffezionarsi e a consumare meno tempo all’interno del recinto di Facebook and co., e questo ha una ricaduta negativa sulla fiducia dei mercati azionari nelle potenzialità di crescita futura di Facebook. E se la fiducia dei mercati viene meno, anche le valutazioni delle azioni di Facebook traballano.

Meglio una comunicazione che cresce lentamente, ma costante e si radica profondamente nel cuore dei suoi lettori, che una comunicazione che raggiunge velocemente tante persone, per poi scomparire senza lasciare traccia. L’agricoltura biologica risparmia sui diserbanti chimici, un’azienda di comunicazione biologica risparmia sulla pubblicità: raggiungerà (forse) una audience minore ma avrà anche meno costi.

Meglio un giornalismo sul modello di Mediapart, che si sostiene con l’abbonamento di alcune migliaia di lettori, che un giornalismo fondato sulle visualizzazioni a tutti i costi, come gli articoli gratuiti distribuiti online dai maggiori gruppi editoriali nazionali commerciali, che garantiscono visualizzazioni immediate senza però guadagnare la stima e la reputazione dei lettori. Il modello, per le comunicazioni digitali biologiche, esiste già e va semplicemente studiato, aggiornato, modificato: è quello delle radio comunitarie sostenute dai propri ascoltatori, come fu inventato nel 1946 Da Pacifica Radio in California, o come viene praticato dalla milanese Radio Popolare.

La compagna di Piketty, l’economista dei media Julia Cagé, ha anche immaginato una possibile governance (ne ho parlato qui) per le piccole imprese di informazione che vogliano convertirsi a questo modello, che per comodità ho deciso di chiamare “biologico”.

Regola n. 4: dallo slow food allo slow journalism (e qui non invento nulla): il movimento di agricoltura biologica ha avuto, tra le sue conseguenze, in Italia, la nascita di un altro “movimento” (per alcuni è un partito, per altri una religione, io vorrei rimanere più laico), quello di Slow Food, ormai noto in tutto il mondo. Rallentare i ritmi della produzione e del consumo di cibo e concentrarsi non sulla quantità, ma sulla qualità del prodotto, potrebbe valere anche per l’informazione: produrne meno, produrla piano e consumarla con più attenzione.

Attenzione, non scambiatela per una “decrescita felice” dell’informazione, non sono così ingenuo. Una produzione slow di informazione significherebbe prendersi il tempo necessario per verificare i fatti, invece che vivere di breaking news, avere redazioni snelle, di poche persone, e forse nemmeno un grande ufficio progettato da archi-star: è finito il tempo del giornalismo di Citizen Kane.

O meglio, i grandi conglomerati mediali sono sempre più dei moloch, sempre più importanti (vedi il ruolo giocato da Fox News nell’elezione di Trump), ma sta scomparendo, così come in agricoltura scompare il piccolo produttore, il giornale, la radio locale. Una comunicazione “biologica” è possibile solo su piccola scala, non può esistere, come giustamente sostiene Pollan, un’agricoltura biologica industriale.

Quindi forse il modello che propongo è solo adottabile su piccole/medie scale. Ma è necessaria, da parte dei consumatori di informazione, la stessa presa di coscienza che è avvenuta, tra gli anni ’90 e Duemila, tra i consumatori di cibo (della classe media o superiore, per il momento) che hanno capito che spendere di più per mangiare meglio e più sano è meglio che pagare meno e ammalarsi poi.

Se non vogliamo ammalarci di fake news e perdere la fiducia nell’informazione (il peggio che può accadere è arrivare a pensare che “i giornalisti sono tutti uguali, venduti e inaffidabili”…ah…è già accaduto con il partito di maggioranza al governo!) dobbiamo rivedere i modi in cui produciamo informazione, abituando, lentamente, i lettori a dare valore a quello che consumano, pagando abbonamenti e partecipando attivamente alla circolazione digitale dei contenuti.

A dire il vero, il concetto di Slow Journalism, è già realtà. In Italia c’è anche un’agenzia, Slow News, che ha fatto suo questo mantra. Negli Stati Uniti si è iniziato a parlare di Slow Journalism intorno al 2015, come una sottocultura delle news nata dalla frustrazione per la scarsa qualità del giornalismo mainstream. Esempi di questo giornalismo sono il sito no profit Pro Publica o il De Corrispondent. Ma essere slow non basta, è solo una delle tre condizioni, che, per mancanza di fantasia, ho tracciato qui per definire una comunicazione “biologica”.

Così come a partire dagli anni ’70, lentamente, piccole isole di terra sono state riconvertite alla coltivazione biologica, lasciando alla terra più di quanto le venisse tolto, lentamente potremmo sognare di sottrarre all’industria dell’informazione, piccole isole, piccole redazioni, in grado di sopravvivere praticando una comunicazione più umana, che lasci nel lettore l’impressione di aver ricevuto di più di quanto gli sia chiesto in cambio (i costi di un abbonamento o i dati sottratti con la pubblicità).

Alla monocoltura della comunicazione industriale – pensate al monopolio di Facebook sui terreni delle relazioni sociali digitali, arati ogni giorno da 2.2 miliardi di utenti – dovremmo rispondere progettando un ambiente informativo biologico, con una biodiversità maggiore (leggi, con un maggiore pluralismo, per questo qui ho parlato di “pluralismo di piattaforma”).

Alcune di queste isole esistono fin dagli anni ’70, come le radio di informazione di stampo comunitario in giro per il mondo, altre sono nate con Internet, come Mediapart, altre nasceranno in futuro.

“Che cento fiori (biologici) sboccino…che cento radio/siti/giornali (biologici) gareggino…”


Immagine di copertina: ph. Paweł Czerwiński da Unsplash

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Lavoro culturale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

gramsci

La questione dell’egemonia culturale, ovvero leggere Gramsci oggi, subito!

18 settembre 2018

Un anno di classe disagiata. Una conversazione con Raffaele Alberto Ventura

18 settembre 2018
politica culturale

La politica culturale al tempo dell’identità: Venezia Classici

11 settembre 2018