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18 Gennaio 2018

Questo articolo fa parte della serie di inediti dedicati alla periferia che pubblichiamo nell'ambito di Civic Media Art. Per scoprire il progetto, clicca sul link qui sopra.

Marco Philopat e i pirati delle periferie

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È difficile inserire Marco Philopat in una categoria definitoria, in più è un’operazione che non credo gli piaccia. Forse ‘agitatore sociale’ racchiude maggiormente le sue caratteristiche. Musicista punk, editore indipendente con Agenzia X, nelle ultime quattro decadi ha scritto, frequentato e raccontato Milano, le sue periferie e il fermento culturale che ha contraddistinto la città.

Una traiettoria partita da “Costretti a sanguinare”, fotografia del punk e del paese dopo gli anni di piombo, che arriva ai giorni nostri con “I pirati dei navigli”. In mezzo ci sono stati moltissimi progetti, da “Re-search milano, mappa di una città a pezzi” a “Nella tana del drago”, volume collettivo sul Giambellino, passando per le serate di Slam Poetry al Conchetta. Ci ha raccontato molto della Milano che non c’è più, ma ha anche anticipato alcuni aspetti della città che sarà.

Com’è cambiata Milano oggi?

La città è sicuramente migliorata. Dopo vent’anni di amministrazione di destra, adesso se non altro c’è maggiore attenzione per le periferie da parte delle istituzioni e qualche progetto per renderla una città più accogliente. Poi dopo Expo sono arrivati moltissimi fondi a scapito della provincia, che è distrutta proprio perché i finanziamenti si sono tutti concentrati sulla città metropolitana. Ovviamente questo giro di soldi attrae anche molto disagio che si riversa nelle periferie. Il maquillage istituzionale non basta. Lì ci sono coacervi di odio razziale e civile, servirebbe lasciare più spazio all’illegalità, non so come dire, al fai da te, al do it yourself, soprattutto sull’occupazione degli spazi: Milano è un ex città industriale, ci sono milioni di metri cubi di cemento che sono lì a fare niente.

Per esempio io conosco bene il Giambellino, dove sono cresciuto. L’ndrangheta aveva costruito anni fa due fabbriche che sono lì inutilizzate e ancora vuote, davanti a largo Giambellino. I migranti hanno provato molte volte a entrare. Adesso c’è Renzo Piano con i suoi progetti, poi arriverà la metropolitana e a quel punto l’area acquisirà valore e quegli spazi saranno venduti a caro prezzo. Ma nel frattempo? Potrebbero benissimo diventare dei dormitori per i migranti.

Com’è cambiato il Giambellino?

Il Giambellino fino al 2012 era tale e quale, l’unica differenza era stata il massiccio arrivo dei migranti. Soprattutto magrebini (in particolare marocchini ed egiziani) e tanti filippini. Queste sono le comunità principali del quartiere. Ai miei tempi era abitato dalla classe operaia, i figli degli operai sono diventati tutti tossici, sono morti tutti, poi sono morti anche i genitori e le case si sono liberate e sono state poi ripopolate dai migranti. E poi è un quartiere particolare, una periferia vicina al centro e collegata direttamente col treno e una volta con il naviglio al Ticinese, che essendo l’antico porto è il quartiere milanese della tolleranza e dell’accettazione della diversità per eccellenza. Al Giambellino esisteva una classe operaia riottosa, 70% del PCI, a cui si aggiungeva un fortissimo attivismo cattolico dissidente, per cui c’erano da una parte i compagni, gli operai e questa componente… Per una serie di ragioni è stato un quartiere che ha dimostrato, nonostante una situazione disagiata, una grande vivacità sociale e culturale. Per esempio la scuola media Rinascita che fu uno dei progetti più importanti per la didattica sperimentale del dopoguerra, oppure il villaggio dei fiori… Ma anche le cose più radicali tipo le Brigate Rosse milanesi che sono nate lì dall’unione tra studenti e operai nella piccola biblioteca comunale in via Odazio, persino Vallanzasca che era originario del quartiere s’era spostato poi in Comasina perché lì doveva dividere tutto il bottino delle rapine con gli anziani, con i disagiati, perché al Giambellino non si potevano usare le pistole, c’era ancora Ligera che era una forma di micro illegalità popolare. Questo è un paradigma importante per capire quella zona. Quando avevo 15 anni il movimento dei lavoratori e delle organizzazioni politiche extraparlamentari si era esaurito e a quel punto era arrivata l’eroina a riempire il vuoto. Però qualcuno tentava di contrapporsi lo stesso e infatti dal Giambellino sono saltati fuori tre o quattro punk… Adesso sembrano pochi ma per quell’epoca così debosciata, ti assicuro che eravamo in tanti.

Ora con l’idea di Piano si rischia di fare morire definitivamente le caratteristiche peculiari del quartiere, non è un progetto malvagio ma è troppo invasivo. Lui vuole fare una sorta di “buco” nelle case popolari, creare un passaggio, una vasca da passeggio che già immagino piena di negozi con i soliti brand globali. La maggior parte delle associazioni del territorio – lì sempre molto attive rispetto ad altri quartieri di Milano – sono d’accordo con il progetto di Renzo Piano, infatti propongono il termine resilienza, mentre io preferisco resistenza. C’è ad esempio una stecca di case popolari, al 187 di via Giambellino, dove hanno deciso da anni di non pagare più le spese condominiali all’Aler e di autogestire la ristrutturazione, e ora è un palazzo bellissimo in mezzo a tutto il resto che è orribile! E lì ci vivono tutte le comunità insieme, è un gioiello.

Renzo Piano ha introdotto l’idea di “rammendo”, parla di un tentativo di ricucitura. Quella parte di città va ricucita o serve altro?

Rammendo? Ricucitura? Che cosa vuol dire? Hai, come in questo caso, un esempio virtuoso? Promuovilo, finanzia quelli che hanno ristrutturato quell’edificio e mandali a condividere i loro saperi in modo che le persone possano attivarsi. Sarebbe un processo meno oneroso, ma gli esperimenti sociali sono meno facili da valorizzare rispetto agli interventi a pioggia.

E la città che racconti nel libro?

Quello che narro in “Pirati dei navigli” non si svolge al Giambellino. Nella seconda metà degli anni ottanta mi ero trasferito in Ticinese, che per me era un mito. Vengo da un’altra epoca, da piccolo ci andavo via acqua, da ragazzini saltavamo sopra i barconi che trasportavano la sabbia lungo il naviglio e arrivavamo a porta Ticinese dove allora non c’era niente di particolare, solo qualche osteria, i postriboli frequentati Alda Merini, Elio Vittorini, ad esempio, l’ho conosciuto lì.

E poi c’era la Calusca, la libreria Calusca di cui parlo nel libro, sopravvissuta alla famosa Milano da bere, poi c’erano le due birrerie in cui potevi comprare il fumo – ché se lo compravi al Giambellino avevi a che fare con i mafiosi o i tossici rovinati, mentre lì lo compravi dai compagni ed era meglio. Non c’erano concerti, non c’era niente da fare, ma almeno c’era il fumo.

E la Calusca, che posto era?

Nel libro racconto la mia prima visita in libreria. A quei tempi abitavo al Virus occupato ed ero andato a portare una punkzine. Mi era sembrata troppo comunista, e noi eravamo anarchici, o meglio anarcoignoranti. E allora, inizialmente ci prendeva un po’ male andare lì. Però Primo Moroni aveva una grande capacità di comunicare con i ragazzi di strada, di farsi capire. E siccome nella sua libreria c’erano anche intellettuali raffinati come Sergio Bologna e Nanni Balestrini, faceva quasi da tramite. Aiutava i ragazzini a vedere le cose più belle, a conoscere le cose più interessanti, a partire dai libri che lui regalava spesso, in cambio delle riviste che poi lui rivendeva.

C’erano tante persone di tutti i generi che andavano a trovarlo. Negli anni settanta era una cosa splendida, noi siamo arrivati dopo, nel periodo di riflusso. La comunità di riferimento della libreria, che prima si componeva di diecimila persone, in pochi anni era stata decimata a mille. Per noi punk, però, era ossigeno puro. Dopo la prima titubanza, infatti, lui ci aveva regalato un libro, l’avevamo letto tutti e ci aveva già conquistato, per cui abbiamo instaurato un rapporto quasi giornaliero con la sua libreria. La cosa incredibile è che questa non è solo la mia storia, da altre periferie della Milano da pere, con storie diverse, in molti sono debitori a Primo per quella formazione originale.

Come si concilia una visione fortemente politica con l’idea NO future del punk?

Non era solo la Calusca a costruire l’identità politica, ancora nei primi anni ottanta c’era anche il centro sociale Santa Marta ma soprattutto la casa occupata di via Correggio 18. Il punk italiano assume una connotazione molto politica. E succede a Milano, Torino, Bologna, Pisa e Livorno. Al sud è un po’ diverso. Roma arriva dopo. In quel periodo 1981-1982 non soltanto a Milano ma anche all’estero stava succedendo una cosa del genere. Dalla prima ondata nichilista autodistruttiva del no future, si era arrivati a una seconda fase, c’erano i londinesi Crass, che erano anarco-hippies; i Dead Kennedys in California e i Minor Threat nella costa est. Tutti gruppi che iniziavano a parlare di politica. Quindi c’era un movimento che univa politica e punk. La fase del no future era superata. Noi nel 1981 organizziamo al Virus in via Correggio un concerto “Punk contro l’eroina”, un momento di rottura con la parte che era ancora legata a Sid Vicious. Da Primo arriviamo politicamente nel 1983, e siamo strutturati, pronti ad affrontare i compagni che prima ci picchiavano e a dialogare con loro.

E oggi, quali ti sembrano i fermenti contemporanei?

Quelli erano movimenti sotterranei, UNDERGROUND. Io credo che ci sia molto fermento oggi, ancora più forte, solo che forse ancora non lo vediamo. Il Virus è diventato famoso dieci anni dopo la sua distruzione, grazie anche al libro “Costretti a sanguinare”, prima qualche articolino sui giornali aveva una funzione solo folkloristica. Bisognerebbe capire cosa c’è adesso. Dal mio piccolo osservatorio le controculture le vedo eccome…

Che è un po’ strano, perché c’è meno conflitto…

Prima c’era una grossa repressione, quel ventennio della destra ha portato solo deserto culturale in periferia. Gli anni novanta sono stati gli anni dei centri sociali, anni di grande vitalità, anche se le parole d’ordine erano mutuate dalle tematiche elaborate nel periodo dei pirati dei navigli, ben rappresentate dalla rivista “Decoder” nata all’interno della Calusca. Poi c’è la grande sconfitta di Genova e negli anni zero la dimensione conflittuale è stata assorbita poi dall’Arci che ha portato una sorta di noiosa legalità nelle controculture. Oggi ci sono altre forme, se pensiamo allo spazio Lume con l’occupazione del nuovo cinema Orchidea e adesso sui Bastioni di porta Venezia… Sono forme di opposizione molto intelligenti.

In che modo la controcultura si incrocia con la geografia della città?

La cosa più semplice è fare sempre l’esempio della cultura hip-hop, che è un’anomalia nella storia delle controculture, perché NON MUORE MAI! È un’anomalia, continua a rinnovarsi, vive da quarant’anni e si rigenera. Perché il punk anche se sopravvive non si rinnova, rimane uno strumento di ribellione formidabile, perché se un ragazzo è incazzato può diventare punk e mollare all’istante le sirene del conformismo e della propaganda conservatrice… Ancora oggi credo che il punk sia un forte antidoto al fascismo. Invece il rap è una cosa incredibile. Il rap è riuscito a rappresentare meglio di qualsiasi altra scena i due grandi cambiamenti globali del presente: da una parte la tecnologia che permette di autoprodurre i pezzi con un semplice taglia e incolla, dall’altra le grandi migrazioni globali. Perché il rap è internazionale, c’è in tutte le lingue, dal filippino, all’indonesiano, all’arabo, un po’ perché ha assunto delle forme che c’erano già con il reggae, un po’ perché può essere cantato e suonato a zero lire, in ogni angolo di strada. Ogni angolo è buono, meglio che il giocare a pallone. Per fare il punk serve la chitarra, per fare rap basta un angolo di strada, la voce e la scrittura. È incredibile questa cosa. E poi ci sono delle cose altamente simboliche che sono la guerra di bande simulata attraverso la breakdance… Invece di picchiarti fai la battle, ti sfidi con la danza.

E poi i graffiti, prodotti nelle periferie e che schizzano sui treni della metropolitana diretti nel centro cittadino, il writing dei neri che arriva fino nel salotto dei ricchi e dice “ci siamo anche noi”.

È naturale che la maggior parte delle ragazzine e dei ragazzini inquieti vorrebbero andare in centro a far casino tra le luci sfavillanti. Quelli con meno inquietudine vanno al centro commerciale, gli altri tentano “l’assalto al cielo”…

E non è un caso che in molti si ritrovino in piazza Gae Aulenti a ballare…

Perché piuttosto che stare in quartiere dove mi picchiano, dove è più complesso… Lassù ci sono soprattutto i filippini che ballano. Pieno di ragazzine che fanno la giuria, con quelle tipiche dinamiche tribali che però funzionano come elemento di auto aggregazione.

Quando ero piccolo si andava in centro solo per le manifestazioni, si spaccavano le vetrine. Nel periodo in cui ho iniziato a capire qualcosa, c’era solo l’eroina e l’oratorio, e io volevo andare via, e abbiamo cercato di fare quello che si poteva, e ci siamo trovati con altri punk di altri quartieri. I punk di Quarto Oggiaro, di Gratosoglio, diciamo che le tre periferie più attive nel mondo del punk sono state Lambrate-Casoretto, il Giambellino e Quarto Oggiaro, che è sempre stata la più scatenata. Poi c’è tutta la fascia attorno al Giambellino: Lorenteggio, Trezzano, Corsico, Buccinasco. Ancora adesso il Conchetta attinge a quel bacino.

Se invece dovessimo dire chi sono i pirati oggi, chi ti viene in mente?

Sono stato in un’occupazione che si chiama “Proprietà pirata” vicino a Greco, mi è sembrato di entrare al Virus. È in zona Nord, loro sono travellers, in giardino ci sono tanti cani e molti caravan. Loro continuano a subire una repressione pazzesca, sono stati sgomberati da almeno dieci posti diversi e hanno subito diversi arresti… Bisogna capire che i quartieri più difficili generano persone scatenate, imprendibili… È difficile per le controculture tenere gli elementi più radicali. Ai tempi quella violenza si scatenava col pogo, che sfogava tutta la violenza, e a quel punto si poteva lavorare sul ‘do it yourself’.

E la piazza di oggi com’è?

Le controculture non sono organizzate per definizione, sono anarcoidi, non hanno la capacità di incidere sul territorio come un’organizzazione politica. Per tutti gli anni novanta il mondo dei centri sociali si componeva da una parte dell’eredità degli anni settanta (Leoncavallo) e dall’altra parte l’area controculturale di Conchetta. Che erano poi gli stessi elementi di polarizzazione presenti tra Lotta continua/Potere Operaio e la scena di Re Nudo. Negli anni novanta c’è una convergenza, storica, teorizzata filosoficamente Hakim Bey con TAZ, questa convergenza però viene a mancare negli anni 2000 dopo la sconfitta di Genova, perciò la controcultura si prende tutto. Non c’è più un’organizzazione simile agli anni settanta, o le riunioni con il piano quinquennale delle lotte. C’è solo la controcultura, che agisce sottopelle ed emerge solo quando c’è un’urgenza, e a quel punto con il tam tam del web può anche esplodere. Finito un processo, però, non è rimasto niente di quelle lotte, è ancora lo spettro il 1977 che si aggira tra di noi. Il 1977 fu una rivoluzione globale irrisolta, siamo noi tutti degli irrisolti, dei rivoluzionari senza rivoluzione, dei picareschi pirati dei navigli… Comunque per il momento forse è meglio così, perché le organizzazioni politiche rischiano di essere troppo rigide in una società così fluida.

Mettiamo insieme i pezzi. Da una parte ci sono i quartieri con una sofferenza metropolitana, poi c’è una situazione controculturale di fermento che non incide, e poi c’è una destra sociale che pian pianino sta andando a costruire dei legami in quegli spazi…

La lotta di classe fa parte della storia dell’umanità e da sempre il fascismo è un elemento provocatore contro le rivolte degli schiavi o se preferite dei lavoratori contro il padrone. Solo che adesso la società è uberizzata e non si capisce più chi sia il padrone. La destra militante rappresenta l’elemento destabilizzante sul nostro fronte, sono semplici sgherri assoldati dai capitalisti. Poi ovvio che loro siano gli artefici di una propaganda ipocrita e scellerata che si combatte col lavoro culturale di base… Però c’è bisogno di spazi e non certo di repressione, un conto è tollerare il centro sociale come Lume, ma soprattutto bisogna capire bene le dinamiche della periferia. Bisogna dare degli spazi, a tutti, anche all’attivismo cattolico, quello serio che non si ferma agli strilli ecclesiastici. Anche loro fanno cose abbastanza illegali. Negli anni settanta c’erano i cattolici dissidenti del Giambellino che avevano occupato persino la cattedrale del Duomo, figuriamoci… Questi sono discorsi imprescindibili quando si tratta di analizzare le periferie. Nonostante il lavoro, anche buono, dell’assessore alle politiche sociali, si è pensato troppo alla resilienza e poco alla resistenza, come dicevo prima…

Però l’amministratore pubblico non può essere colui che favorisce la resistenza…

No, però può tollerarla. Se si tollerano i centri occupati che fanno cultura, a maggior ragione vanno tollerate le occupazioni in periferia. Per questo tutta la retorica del decoro è stata dannosa, perché ha di fatto aperto agli argomenti della destra.

Se dovessimo provare a definire la periferia oggi, visto che rimane un concetto sfuggente, che parole potremmo utilizzare?

Mi piace citare una canzone dei Clash, “Rudie Can’t Fail”. Joe Strummer scriveva “Rudy è un ragazzo di strada che si ubriaca sempre e fa delle cazzate, però ha sempre ragione”. Perché è la sua maniera di sopravvivere, perché quando uno è in una condizione disperata, con difficoltà familiari e sociali insormontabili, deve fare per forza il cattivo. Ai miei tempi si incideva una svastica sul banco del liceo per dire “sono cattivo”. Ma quella svastica non lo rende fascista. La cattiveria c’è perché è stata subita. E non può essere demonizzata per questo Rudie ha sempre ragione! Se non capisci questa tensione che s’aggira da sempre ai margini delle città, rischi di regalare ai fascisti migliaia e migliaia di giovani potenziali ribelli. Bisogna assolutamente capire chi sono i fascisti, capire anche che l’antifascismo militante è un valore fondamentale per la nostra coesione sociale, anche se è una pratica illegale.

E invece rispetto alla città che tu racconti negli anni ottanta, la Milano di oggi è sicuramente una città meticcia. Come cambia questo?

Una notte, tornando a casa, sulla metro Lilla non c’era nemmeno un bianco caucasico. È incredibile ciò che è accaduto. Sembrava impensabile, tra le Alpi e il Papa, l’Italia aveva delle barriere che ci escludevano dai flussi di pensiero e migratori, s’era sempre un po’ provinciali rispetto ai grandi quartieri meticci di Londra, Parigi o Berlino… Non avremmo mai potuto immaginarlo. Milano è diventato un punto nevralgico per le nuove società multietniche e le controculture fanno un po’ fatica a comprendere questo cambiamento repentino. Ci sono i primi di questa generazione meticcia, ci sono i figli delle coppie miste… Per esempio il rapper Ghali che tra l’altro viene da Baggio che è attaccato al Giambellino. Lui ha quella capacità di narrazione che sole le periferie possono produrre, pensa solo alla sua frase: “Figlio di una bidella con papà in una cella”. Ghali ha capito molto più di noi l’importanza simbolica della sua storia. E quindi le controculture cosa possono fare poveracce? Sono in un momento di transito. Il problema è che i centri sociali storici hanno perso quei ragazzi che sono poi andati a Londra, a Berlino, a Parigi e a Barcellona. Così come da Barcellona, da Praga e persino da New York arrivano qui. Sta cambiando la genetica delle controculture. È interessante ad esempio la convergenza tra politica e controcultura, ci sono alcuni centri che hanno mantenuto quella dimensione politica, con i militanti che oggi partono per il Rojava. Per cui i militanti si formano e poi partono. Oppure il centro sociale Cantiere che a san Siro lavora molto bene sulle occupazioni delle case, anche se ultimamente hanno perso un po’ sul ricambio con gli studenti medi. Mentre le nuove generazioni hanno avuto un potente ricambio etnico.

Qual è secondo te l’urgenza più grande e come si può passare dalla resilienza alla resistenza di cui parli?

Serve un po’ d’intelligenza, ad esempio riattivare il ruolo delle biblioteche. Se penso a quella del Giambellino, io mi sono formato lì, le biblioteche hanno un ruolo importantissimo. E poi maggiore tolleranza con le occupazioni a scopo sociale. Se pensiamo al lavoro fatto dal sindaco di Napoli, beh quel modello è molto interessante, perché c’è un dialogo sull’illegalità che potrebbe essere necessario riprodurre. E poi c’è da fare assolutamente un lavoro culturale di base che nessuno fa più. Significa promuovere progetti artistici lontano mille miglia dal centro storico. Noi come Agenzia X sosteniamo che il libro, il raccontarsi e poi vedere su carta stampata la tua storia, è un passaggio cognitivo importante. Per chi lo scrive e per la sua piccola comunità di riferimento. Questo è fondamentale.


Immagine di copertina: Cris DiNoto da Unsplash

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