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19 Marzo 2020

La crisi del Coronavirus ci sta insegnando che cambiare tutto è possibile

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C’è solo un modo di dare un senso a questo disastro, ed è capire che quando ci dicevano “non c’è alternativa” ci stavano fregando. Abbiamo messo sottosopra un paese per affrontare il virus. Dall’estate dobbiamo farlo per cambiare un sistema al collasso.

Mentre mi trovo in quarantena a Palermo mi torna spesso alla mente il certificato di laurea di mia nonna, incorniciato e appeso in bella mostra nel salotto. “Vittorio Emanuele, re d’Italia e d’Albania, imperatore d’Etiopa”, si leggeva in caratteri floreali, “conferma la laurea di dottore…”. La data in calce era il 1943. E mentre il nostro paese affronta oggi un’interruzione senza precedenti della vita quotidiana, l’immagine di una giovane donna che riesce a laurearsi sotto le bombe della seconda guerra mondiale mi restituisce la straordinaria resilienza umana in momenti di crisi.

Ma penso a quel certificato anche perché è proprio da quel momento storico che la maggior parte delle democrazie occidentali, la nostra inclusa, non hanno vissuto minacce così immediate da portare a un cambiamento repentino della propria vita e organizzazione nazionale. Abbiamo vissuto grandi stagioni di protesta, crisi politiche e disastri naturali, ma mai un’interruzione della totalità delle nostre abitudini e del nostro sistema economico e produttivo.

Potrebbe essere un’occasione per prendere finalmente in mano le grandi sfide del nostro tempo e cambiare tutto?

“È dalla fine della seconda guerra mondiale”, ha affermato senza mezzi termini il presidente del Parlamento europeo David Sassoli, “che non abbiamo affrontato una crisi così drammatica”. Parole simili sono state utilizzate da Angela Merkel. Fino ad oggi, noi europei assistevamo a guerre, siccità, colpi di stato, rivoluzioni ed epidemie in altre parti del mondo come spettatori di una recita distante e vi partecipavamo attraverso appelli, donazioni e manifestazioni. La storia stessa, per noi, pareva essere finita. Le nostre società erano schiacciate su un presentismo in cui il futuro sembrava divenire infinita ripetizione dello stesso.

Con il nuovo millennio questo letargo è stato lentamente e poi sempre più velocemente scosso: l’attacco alle torri gemelle nel 2001, l’implosione del sistema finanziario nel 2008. E oggi una crisi totale è alle nostre porte. Potrebbe essere un’occasione per prendere finalmente in mano le grandi sfide del nostro tempo e cambiare tutto?

Le democrazie sono state spesso attaccate per la loro incapacità nel rispondere in maniera rapida alle nuove minacce globali. È proprio questa una delle ragioni che ha portato Viktor Orbán a celebrare le cosiddette “democrazie illiberali” quali Turchia e Russia. Capaci di esercitare quel decisionismo che il pluralismo e la libertà di stampa occidentale rendeva sempre più difficile.

Sappiamo anche che il dogma neoliberale ha spinto il pubblico, e dunque la democrazia, in un ruolo sempre più marginale, sminuendo e ingabbiando la politica attraverso una rete di interessi economici e flussi finanziari che ne imbrigliavano ogni capacità di azione.

Ma ora la pandemia sta dimostrandoci che cambiare tutto è ancora possibile. Il governo italiano – debole, caotico e spesso inconcludente – è forse la rappresentazione plastica della fragilità di cui le democrazie occidentali sono accusate. Eppure, di fronte a una crisi esistenziale di tale portata, è riuscito ad imporre una quarantena a livello nazionale, a organizzare parti dell’economia per far fronte alle carenze e iniziare un percorso di investimento nei servizi pubblici. Nel frattempo sessanta milioni di persone si sono unite e hanno cambiato il loro modo di vivere.

Un paese profondamente polarizzato, guidato da un governo riottoso, sta scoprendo riserve di forza e di resilienza che probabilmente non ha mai pensato di avere. E quello che sta succedendo in Italia non è un caso isolato: la Spagna, ad esempio, ha approvato una legge che le permette di rilevare la sanità privata del paese – un pugno negli occhi a decenni di fondamentalismo di mercato.

“Abbiamo visto che i governi possono agire, e che le persone possono cambiare il loro comportamento, in un tempo molto breve”, ha detto May Boeve, direttore del movimento per il clima 350.org. E possono farlo contro un modello economico che un tempo sembrava impossibile da mettere in discussione.

Abbiamo cambiato il nostro modo di vivere per contrastare la pandemia: perché non dovremmo farlo per contrastare l’emergenza climatica?

Se tutti i cinesi saltassero contemporaneamente, racconta una vecchia storiella, si sposterebbe l’asse terrestre. La nostra risposta collettiva alla pandemia sta dimostrando che possiamo saltare insieme e possiamo spostare l’asse delle nostre società. E se ora portassimo questa consapevolezza oltre l’emergenza attuale?

Si tratta di una domanda urgente, perché all’orizzonte si profila una grande depressione economica globale. Anche se – e lo speriamo tutti – questa estate torneremo ad abbracciarci celebrando la fine dell’epidemia, sappiamo bene che gli effetti economici continueranno a farsi sentire. E, in assenza di un drastico capovolgimento dell’ideologia economica dominante, non faranno altro che acuirsi nei mesi a venire. Sarà una che potrà portare nuove guerre, nuovi autoritarismi e a una ancora maggiore ingiustizia economica. Oppure potrà permettere la necessaria trasformazione di un sistema che era già in crisi.

Perché non c’era nulla di normale, nella nostra normalità precedente. In Cina, dove si stima che l’inquinamento causi fino a 1,6 milioni di morti premature all’anno, studi recenti hanno sostenuto che la riduzione dell’inquinamento causato dalle misure di quarantena potrebbe aver salvato 50.000 vite umane. Abbiamo cambiato il nostro modo di vivere, lavorare e viaggiare per contrastare questa pandemia: perché non dovremmo fare altrettanto per contrastare l’emergenza climatica? Perché dovremmo tornare a uno status quo altrettanto mortale?

O prendiamo, ad esempio, la nostra dipendenza dai servizi pubblici. Dopo anni di neoliberismo sfrenato, di fronte a questa pandemia ci stiamo rendendo conto che la nostra sicurezza, il nostro benessere e la nostra prosperità dipendono più da servizi pubblici forti e ben finanziati che dalla libertà di azione delle multinazionali. Mentre medici, infermieri e tanti lavoratori stanno operando giorno e notte per salvarci, i miliardari fuggono nei loro bunker. Senza giri di parole: la ridistribuzione della ricchezza, l’equa tassazione, la chiusura dei paradisi fiscali e l’ampliamento dello stato sociale sono ora una questione di sicurezza nazionale.

O ragioniamo sulla questione del lavoro. Mentre milioni di persone passano al lavoro a distanza, potremmo renderci conto di quanto fosse superata la nostra organizzazione precedente. In molti casi, anche se ovviamente non in tutti, è possibile lavorare almeno in parte senza passare ore a fare il pendolare e a inquinare.

E mentre rimaniamo a casa, senza asili per i bambini e senza aiuto per le pulizie, stiamo riscoprendo l’importanza assoluta del lavoro di cura, uno dei contributi più sottovalutati e ignorati alla nostra società. Questa è un’occasione per capire che il lavoro di assistenza non retribuito e tutti quei lavori sottopagati – dalle pulizie all’insegnamento – sono di gran lunga più preziosi per la nostra società e per il nostro benessere collettivo di quanto non lo siano gli investment bankers dei grattacieli milanesi. È forse arrivata l’ora di rivedere la ricompensa economica che la nostra società garantisce a ciascuno.

Stiamo riscoprendo l’importanza assoluta del lavoro di cura, uno dei più sottovalutati e ignorati

In un momento, infine, in cui le nostre società stavano diventando sempre più atomizzate e consumistiche, potremmo ora riscoprire l’importanza fondamentale della comunità. E non solo perché siamo privati di amici e parenti dalle misure di contenimento. Ma perché il successo di queste stesse misure si basa sull’esistenza di forti legami sociali.

Laddove la Cina poteva contare su draconiane misure di sorveglianza e coercizione, le democrazie possono fare affidamento – ed è un bene – su strumenti di controllo molto meno rigorosi. Ciò significa che devono poter contare sulla fiducia e sulla cooperazione dei loro cittadini. Scopriamo dunque che una comunità coesa è uno straordinario strumento di potere collettivo. L’eguaglianza rende un paese forte, l’ineguaglianza lo indebolisce. E non lasciare nessuno indietro è, ancora una volta, questione di sicurezza nazionale.

La generazione dei nostri nonni non è solo cresciuta sotto le bombe, ma ha anche vissuto la straordinaria trasformazione che ha seguito la seconda guerra mondiale. Il regime fascista ha ceduto il passo a una fiorente democrazia; un sistema economico drammaticamente ingiusto ha fatto strada al compromesso sociale che avrebbe costruito lo stato sociale. A colonialismo e razzismo istituzionale è seguito l’emergere del multiculturalismo.

La crisi attuale non è catastrofica quanto una guerra mondiale. Ma i suoi effetti saranno di vasta portata. Il rischio di un crollo economico e geopolitico è reale. Possiamo però uscire da questo incubo con le prime vestigia di un mondo nuovo. In questo momento buio, sta a noi cogliere questo fascio di luce. E dobbiamo iniziare a lavorarci subito. Perché ora sappiamo di poter cambiare tutto.

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