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Matera 2019, un giacimento di sfide

17 ottobre 2014: Matera viene designata Capitale Europea della Cultura alla fine di un percorso di candidatura iniziato da almeno 4 anni, che si configura di fatto come la costruzione di un sogno collettivo. Percorso che aveva visto all’opera 22 città italiane impegnate in un interessante esercizio di “competizione e di cooperazione”, inedito anche in Europa e soprattutto unico se rapportato al radicato municipalismo italiano.

Un evento di grande importanza e complessità come quello di Capitale Europea della Cultura (che vedrà protagonista una città italiana nel 2033), preceduto peraltro da un percorso di preparazione decennale, meritava una riflessione approfondita per comprenderne il portato trasformativo. Sul sito di Matera 2019  sono riportate le ricerche valutative condotte da autorevoli esperti, il report di monitoraggio e una sezione open data concepito come un bene comune digitale a sua volta generativo di ulteriori riflessioni e approfondimenti.

Questo articolo introduce una serie di riflessioni, domande e approfondimenti su cosa è successo in questo lungo percorso che ha portato Matera, insieme alla Basilicata, ad essere la Capitale Europea della Cultura nel 2019.

Per tutti coloro che vogliono conoscere meglio il percorso di quella che è stata in primo luogo una straordinaria impresa collettiva.

Un percorso che non è stato un lungo red carpet di velluto; è stato un percorso accidentato, a volte tortuoso, che ha indotto anche a grosse frenate e a ripensamenti, a inversioni di marcia o all’imboccamento di strade non previste. 

E lo è stato non solo perché fare la Capitale Europea della Cultura è una complessa operazione di produzione, di costruzione di un grande evento e di coinvolgimento di pubblici nuovi, che deve tener insieme molte aspettative e tantissimi portatori di interesse a livello internazionale, nazionale e locale.

Tanto più se Matera 2019 ha un valore emblematico molto forte: simbolo del riscatto, simbolo del Sud italiano ed Europeo che funziona e che sa guardare al futuro, simbolo delle sfide impossibili.

Matera 2019 è stato un percorso tortuoso soprattutto perché la Capitale Europea della cultura deve essere sfidante.

Di queste sfide, lanciate nel dossier di candidatura e incredibilmente rese in molti casi ancora più attuali dalla pandemia, si intende discutere. Mettendo a disposizione Matera 2019 come “un giacimento di sfide per i prossimi anni”, come ha scritto il Ministro Franceschini nella prefazione al Report di Monitoraggio.

Può una media-piccola città produrre cultura anziché importarla? 

Il destino di tante città medio-piccole è essere un’area di consumo di prodotti derivanti dai grandi centri di produzione culturale. 

Può Matera, una città medio-piccola e periferica rispetto ai grandi circuiti produttivi e distributivi, produrre cultura? Investendo non solo su artisti di richiamo internazionale ma anche sulle imprese ed i produttori culturali locali?

I numeri e gli esempi danno evidenza di come tale sfida sia stata presa sul serio. L’82% delle produzioni culturali di Matera 2019 sono originali.

Quali le difficoltà di fare questa operazione incredibilmente più complessa (in termini di artigianalità) e rischiosa (non puntare sui grossi nomi e sperimentare produzioni mai testate altrove), senza poter contare “sull’effetto città”?  

Quali i vantaggi di diventare una città che produce cultura in termini di attrattività? Quali i settori economici che vengono avvantaggiati? E’ possibile disegnare un colophon di Matera 2019 che restituisca tutte ma proprio tutte le professioni coinvolte per disegnare, sviluppare e produrre una manifestazione di 365 giorni (anzi di 3650 giorni)?

Anche le città medio-piccole possono stare sulla scena culturale internazionale se mobilitano quante più persone nella produzione culturale.

Questa è l’altra sfida che ci si poneva nel dossier. Coinvolgere un numero elevato di persone che coproducono ed abitano la cultura, anziché consumarla.

Abilitando in questo processo le persone con capacità, età, vissuti, provenienze e traiettorie di vita più diverse. 

Perché in una regione con tassi di partecipazione culturale bassissimi, ascrivibili anche alla sua rarefazione insediativa, il tema dell’accesso alla cultura è un tema fondamentale. 

I numeri e gli esempi danno evidenza di 1500 volontari e di 57.000 cittadini impegnati attivamente nelle produzioni. Molte di queste persone, che hanno scritto il libretto di un’opera lirica o cantato insieme al San Carlo nella Cavalleria Rusticana, che hanno danzato insieme a Virgilio Sieni nel teatro olivettiano della Martella o autocostruito le luci che hanno acceso Matera il giorno della cerimonia inaugurale, che hanno partecipato al  “New Gospel” o all’opera corale Purgatorio delle Albe, non erano mai entrati in un teatro o in un museo. Ed una parte di loro ha lanciato il “Manifesto della partecipazione dei cittadini”, in cui anche dopo il  2019 “La partecipazione attiva dei cittadini alle pratiche e ai percorsi di creazione ne faranno una festa unica, e porteranno a sviluppare una comunità consapevole”  

Quali pratiche ed esperienze di cocreazione e partecipazione sono state fatte a Matera nel 2019? E come si collocano rispetto alle tendenze internazionali? Come coinvolgere le persone? Quali i benefici individuali e collettivi dell’ingaggio su larga scala dei cittadini nel programma culturale?  

In un mondo in cui le disuguaglianze rischiano di allargarsi e in cui il diritto alla cultura rischia di essere negato a molti, cosa può raccontare l’esperienza di Matera, con riferimento anche al Passaporto per Matera 2019?

In che modo la cultura può essere rigenerativa nelle aree isolate e remote? Possono essere questi paesi la nuova frontiera per gli artisti (maggiore spazio di libertà artistica e relazioni più semplici e dirette con le comunità locali)? La cultura può rispondere all’urgenza posta dalla pandemia di creare nuove relazioni tra l’urbano e il remoto? Può essere in parte la cura agli squilibri tra il troppo pieno delle metropoli e il troppo vuoto delle aree remote?

“Open design school is not a school”. L’Open Design School produce solo cose utili”

Sono tra le “linee guida” del Manuale dell’Open Design School. Uno dei progetti più ambiziosi di Matera 2019, nato 4 anni fa, che si richiama esplicitamente alla scuola Bauhaus, al  Taliesin West di Frank Looyd Wright, mutuandone l’interdisciplinarietà e  l’approccio radicale in termini di apprendimento. L’Open Design School richiama architetti e falegnami, medici e geometri, designer e coreografi, video-maker e cartografi, provenienti 1/3 dal mondo, 1/3 dall’Italia e 1/3 dalla Basilicata per disegnare, prototipare  e costruire gli allestimenti delle produzioni di Matera 2019, ma anche per mappare in open data 431 luoghi abbandonati da utilizzare come spazi culturali o per disegnare “esercizi di vicinanza” ai tempi della pandemia. 

Cosa ODS può dire rispetto a questo nuovo modello di Bauhaus che l’UE sta lanciando? 

I turisti a Matera 2019 sono diventati i cittadini temporanei.

Molto spesso, soprattutto nelle città molto turistiche, il rapporto tra turisti e abitanti è conflittuale. A Matera 2019, l’accento è stato posto sullo scambio di mondi, di vedute, di esperienze che attraverso la cultura si può creare tra turisti e abitanti; il turismo non è rapina o mero calpestio di luoghi, ma scoperta di mondi reciproci.

Anche alla luce della pandemia, che ci induce verso un modello di turismo sostenibile, in che modo il modello del turista quale cittadino temporaneo può affermarsi? 

Queste solo alcune delle sfide del futuro con cui lavorare a partire dall’esperienza di Matera 2019. Molte di queste sfide sono state colte appieno. Altre solo in parte e restano perciò non solo aperte ma ancora molto attuali. L’invito è a far sì che tali sfide possano dare suggestioni ed essere terreno di confronto e cooperazione con le altre città e comunità che vogliono reinventarsi attraverso la cultura.