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Per un sano materialismo digitale, secondo Ingrid Paoletti

È difficile pensare a un’etichetta più indovinata, dal punto di vista del marketing, del termine “cloud”. La nuvola digitale è il luogo etereo, immateriale, in cui archiviamo le nostre foto salvate automaticamente su Dropbox o su iCloud. È ciò che mi permette, in questo momento, di scrivere usando Google Docs senza aver scaricato nessun software sul mio computer. È ciò che ci dà la possibilità di inviare grandi file di testo senza usare nemmeno una chiavetta USB, ma caricandoli nel cloud di WeTransfer.

Questa è la nuvola, un elemento centrale di quella che in alcuni ambienti viene definita digital transformation e che rappresenta al meglio la smaterializzazione della nostra società. Niente più carta, niente più hard disk, niente più chiavette, niente più software “pesanti” (termine decisamente materiale) da scaricare sul nostro computer. È tutto là, nel cielo di internet: in quel regno evanescente che, purtroppo, esiste solo nella mente di chi ha concepito l’etichetta “cloud” per nascondere la prosaica, massiccia, concreta e anche volgare realtà che vi si nasconde dietro.

Dal 21 al 23 ottobre si terrà a Rovereto la quinta edizione del festival organizzato dall’associazione Informatici Senza Frontiere, dedicato all’impatto sociale dell’innovazione tecnologica.

Tre giorni di incontri, dibattiti, conferenze, laboratori per riflettere sulla tecnologia come fattore di inclusione e integrazione per anziani, disabili, giovani, migranti, e per tutte le persone che la travolgente mutazione tecnologica in atto rischia di marginalizzare.

cheFare e Luca Sossella editore propongono un percorso di avvicinamento al festival con una serie di approfondimenti, dialoghi, recensioni che esplorano la frontiera lungo la quale linguaggi digitali e ridefinizione delle identità sociali si incontrano, interagiscono e si modellano reciprocamente. 

“Non esiste nessun cloud, ma solo il computer di qualcun altro”, recita il detto che per primo ha cercato di sollevare il velo sull’ipocrisia della nuvola. Dietro questo termine si celano infatti sterminati data center composti da centinaia di migliaia di server collegati a internet tramite interminabili cavi, oltre che router, switch e tutto ciò che consente al traffico dati di raggiungere ogni angolo della Terra (o quasi).

Nulla è immateriale. Nemmeno la rete

Nulla è immateriale. Nemmeno la rete. “La cosa più vicina che internet ha ad un centro sono i circa 420 cavi sottomarini in fibra ottica – ognuno un network di per sé – che abbracciano un totale stimato in oltre 1,2 milioni di chilometri, sufficiente a fare il giro del globo 30 volte. Questa autostrada sottomarina costituita da cavi è ciò che trasforma dei network isolati nella rete globale”, racconta un report di Jigsaw, think tank di Google. “Comunemente noti come spina dorsale di internet, questi cavi, attraverso cui l’intero web – messaggi di testo e transazioni bancarie, video casalinghi e radiografie – fluisce come pulsazione di luce attraverso fili di vetro poco più spessi di un capello umano, sono in realtà più simili al suo midollo spinale”.

Questa messa a terra della nuvola ci aiuta anche a comprendere come vengano effettuati quei tentativi sperimentali – compiuti soprattutto da paesi a scarso tasso democratico, come Russia o Iran – di scollegare le reti nazionali da quella mondiale. Un processo che per essere portato alle sue estreme conseguenze richiede di tagliare fisicamente i cavi che tengono insieme la rete unica e globale. Tutto è materiale, insomma, anche internet. E per separare le reti nazionali da quella globale bisogna letteralmente incidere, intervenire sulla sua carne (anzi, sul suo midollo).

Perché è importante sottolineare tutto questo? Per esempio per smontare un altro mito, secondo il quale “digitalizzazione” fa sempre e comunque rima con “sostenibilità”. È anche per sfatare questi miti che abbiamo bisogno di nuove forme di materialismo, che riguardano anche ma non solo il mondo digitale e che vengono illustrate da Ingrid Paoletti, docente di Tecnologia dell’Architettura al Politecnico di Milano, nel suo Siate materialisti! (Einaudi), in cui descrive, tra le altre cose, come un nuovo materialismo – inteso come una consapevolezza della materia – possa aiutare il pianeta.

 

“La seconda forma di materiale che interessa qui è quella digitale, secondo la quale il software occulta le tracce materiche dell’hardware”, scrive Paoletti. “La forza del progresso, attraverso i risultati ottenuti con le tecnologie informatiche, riduce la consapevolezza dell’impatto materiale delle stesse sia nelle pratiche quotidiane sia nella più grande scala ambientale. La tesi è che i nuovi metodi digitali sfumano la percezione del reale a favore di un’epistemologia che promette di ridefinire le categorie di oggettività e soggettività fondendole attraverso la raccolta dati, l’intelligenza artificiale e gli strumenti computazionali”.

Torneremo più avanti su quest’ultimo aspetto, per il momento l’intelligenza artificiale è però utile per descrivere un altro modo in cui “il software occulta le tracce materiche dell’hardware”. Parlare di algoritmi, reti neurali, deep learning e big data rischia infatti di farci dimenticare come avviene l’addestramento delle intelligenze artificiali. Un addestramento per il quale vengono impiegati centinaia di migliaia di dati, elaborati milioni di volte da processori potentissimi e che attraversano sistemi dotati in alcuni casi di centinaia di miliardi di parametri (l’equivalente AI delle nostre sinapsi).

Abbiamo bisogno di nuove forme di materialismo, inteso come una consapevolezza della materia

In media, per la messa a punto definitiva di un network neurale è necessario l’addestramento di 4.789 modelli differenti in un lasso di tempo di sei mesi, con un consumo complessivo di 35 tonnellate di anidride carbonica. In un paper, un gruppo di ricercatori dell’Università del Massachusetts ha testato i consumi energetici prodotti da alcuni modelli di intelligenza artificiale, scoprendo che il loro addestramento può emettere, nei casi più importanti, fino a 280 tonnellate di anidride carbonica, quasi cinque volte le emissioni provocate da una classica automobile nel corso del suo ciclo di vita (inclusa la produzione dell’auto stessa).

Ecco, mettere in parallelo le scintillanti intelligenze artificiali con gli scarichi sporchi e inquinanti delle vecchie automobili aiuta probabilmente – anche a livello estetico – a sfatare il mito della digitalizzazione sempre e comunque sostenibile. Tutto questo, però, riguarda anche noi nel nostro piccolo, come spiega ancora Ingrid Paoletti: “Ogni nostro messaggio di posta lascia un’impronta di carbonio da 0,3 a 50 grammi di anidride carbonica equivalente. Io possiedo, ahimè, un carico giornaliero di circa trecento email, dunque, facendo un rapido conto, arrivo a oltre 3000 grammi di CO2 al giorno, più o meno 1,2 tonnellate l’anno”.

Un impatto ridotto, rispetto a urgenze più immediate come il consumo di carne o i voli aerei. Il problema, però, è che questo traffico non farà che crescere a enorme velocità, sfruttando le potenzialità di innovazioni come il 5G. “Uno studio provocatorio pubblicato nell’agosto 2020 (The Information Catastrophe) da Melvin Vopson, ricercatore della University of Portsmouth, sostiene che faremmo meglio a preoccuparci della quantità di bit (e qubit) che stiamo immettendo sul pianeta. L’enorme quantità di dati che circola in rete, i bit, vengono dunque considerati una nuova forma di materia, e secondo Vopson nel 2170 il loro numero sarà pari al numero di atomi presenti sulla Terra, ‘travolgendo il pianeta’. Uno scenario a dir poco inquietante”, prosegue Paolettti.

Questa scomparsa solo apparente della materia, nascosta sotto il tappeto del digitale, causa quindi una forma di inconsapevolezza ambientale. Ma non solo. “Un colosso della logistica sta già sperimentando punti vendita dove si può entrare senza essere muniti di carte”, racconta Paoletti. “Non perché non si paghi, ma perché la nostra fisionomia è sufficiente a riconoscerci come acquirenti. Veniamo seguiti da telecamere e associati a codici di vario genere, così che uscendo dal negozio il digitale possa tirare le somme. Sembra quasi che l’uomo sia scomparso dietro l’oggetto del suo consumo, anzi, che sia proprio l’uomo l’oggetto di consumo. È fondamentale per il venditore posizionare l’acquirente in questo spazio immateriale, dove non possa farsi troppe domande. Non sia mai che non consumi”.

Scompare la materia delle carte di credito o dei contanti. Scompare il corpo dei cassieri e delle cassiere con cui interagiamo fisicamente. Rimane solo il consumo, incentivato dal digitale e che trasforma persino noi stessi in oggetto di consumo e in una fonte di dati analizzabili al fine di farci consumare ancora di più. È come se celare la fisicità riducesse anche la nostra comprensione del mondo (e da un certo punto di vista non è nemmeno sorprendente). 

Tutto ciò riguarda anche la privacy. Il parallelismo più noto è quello tra Gmail e le vecchie poste: avreste mai accettato che un sistema postale privato consegnasse la vostra corrispondenza gratuitamente, chiedendovi però in cambio di aprire e leggere tutte le vostre lettere e appuntare qualunque dato potesse tornar loro utile? Difficile credere che qualcuno avrebbe accettato questo scambio per risparmiare sui francobolli. Eppure, quando sono apparse le email, tutti abbiamo optato per questa possibilità e ben pochi, a quanto pare, sarebbero disposti a spendere un euro al giorno per proteggere la riservatezza della propria corrispondenza.

Sostenibilità, consapevolezza, privacy: tutto viene celato dal velo digitale che ricopre e in parte occulta l’ambiente in cui viviamo. “L’accesso continuo e l’enorme disponibilità di informazioni consuma suolo, energia, risorse, e necessita di un sostrato che lo alimenti e lo renda vivo”, conclude Paoletti. “Oggi però esce allo scoperto, si affaccia da dove era posizionato – incorporeo e senza regole –, mostrandoci la sua forza sotto forma di scarto, rifiuto, inquinamento. Non possiamo più ignorarlo”.