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5 Ottobre 2017

Rigenerazione urbana: l’approccio alle comunità

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Le pratiche di rigenerazione urbana vivono una fase di delicata transizione. Verificati sul campo il fallimento, l’inconsistenza e le forzature dei modelli induttivi, rivolti principalmente ad una crescita dei valori fondiari e immobiliari, dovrebbe aprirsi una nuova stagione di confronto da finalizzarsi a un modello di approccio critico, più maturo.

Tendere al superamento definitivo dei vizi di forma dell’ingenuità dei processi partecipativi, scadenti e improvvisati, propri del pragmatismo assertivo di un’idea elitaria della città che si autocelebra nei grandi progetti e nell’ eventismo.

Non è un cammino facile, considerato i gravi ritardi delle politiche nazionali e la scarsa capacità di visione dei governi locali. Inoltre i bilanci in affanno, soprattutto nella pianificazione dei territori urbani più fragili, condannano le pubbliche amministrazioni ad un complessivo ridimensionamento dei programmi di welfare, gli interessi economici tendono così ad avere un vantaggio rispetto alle decisioni di natura politica.

Le ragioni di bilancio non sono l’unica causa di questo ritardo: sul piano della programmazione urbanistica, le città italiane, anche nei casi ritenuti più virtuosi, non hanno ancora saputo costruire, all’interno dei propri Uffici, le condizioni culturali (anche solo materiali o funzionali) per la nascita di gruppi di lavoro pluridisciplinare capaci di svolgere un lavoro di osservazione permanente sul territorio. Ne consegue un atteggiamento passivo che lascia il campo, anche nelle fasi più delicate di interpretazione dei contesti, all’iniziativa indipendente di operatori culturali, associazioni, curatori e piccoli raggruppamenti di ricercatori. Iniziative che (salvo rari casi) si costituiscono occasionalmente, grazie alle opportunità offerte dai numerosi bandi di rigenerazione urbana promossi, negli ultimi anni, dalle fondazioni bancarie su tutto il territorio nazionale.

Attività che molto spesso nascono disarticolate fra loro, prive della certezza delle condizioni minime di sostegno economico sufficienti a nutrire l’ambizione di perdurare nel tempo. Pur liberando energie genuine, questi progetti si confrontano con la complessità sociale di luoghi molto ostili.

Un esercito spontaneo di mediatori culturali: architetti, urbanisti, antropologi, sociologi e artisti, animati di una passione nata sui banchi dei corsi universitari più sperimentali, finisce spesso col doversi allineare a una retorica che a partire dalle suggestioni di Richard Florida (2002) ha titillato il narcisismo di sindaci di mezzo mondo, cavalcando la chimera di trasformare le loro città in fulgidi paradisi creativi.

Sono i profeti scalzi della rigenerazione urbana: attraversano i luoghi abitati dagli orfani delle città, ricercando con fatica forme di relazione che legittimino la loro presenza. Incontrano esistenze ai margini dell’isolamento, accolti con diffidenza e disincanto da chi manifesta implicita sfiducia verso gli “amministratori” del territorio. I loro progetti scelgono contesti dove è faticoso situarsi, richiedono costanza e attenzione, tempi lenti di ascolto e lavoro sul campo, un tempo dilatato dagli orizzonti non prevedibili.

Sono percorsi aperti, sperimentali, nei quali si cerca di favorire una graduale emancipazione dei cittadini, che nei casi più fortunati premiano la capacità di inclusione e adozione da parte degli attori locali. Le possibilità di successo si giocano principalmente sulla qualità delle relazioni e dello scambio, attraverso le quali conoscere la reale natura dei bisogni in una ridefinizione e risignificazione dello spazio pubblico.

Diversamente, quando non si stabiliscono robuste relazioni di scambio, superata la breve effervescenza iniziale, si assiste al manifestarsi di sintomi di sofferenza e perdita di attenzione nei confronti delle attività di progetto. In questo paesaggio di insidie, la qualità e la continuità dell’accompagnamento risulta vitale: condizione possibile a patto che si instaurino proficui e effettivi rapporti di reciprocità e fiducia fra le parti. Questo non esclude confronti anche aspri ; anzi spesso la condivisione del progetto apre spazi al conflitto, arene frustranti difficili da mediare che possono assumere i contorni di veri e propri inferni artificiali.

Nichelino Base Alpha, Martino Gamper, 2012 -2014 un progetto curato da a.titolo, Rebecca de Marchi e Maurizio Cilli photo di Antonio La Grotta

Nichelino Base Alpha, Martino Gamper, 2012 -2014 Un progetto curato da a.titolo, Rebecca de Marchi e Maurizio Cilli photo di Antonio La Grotta

I margini di radicamento e la buona riuscita dei progetti di rigenerazione dipendono, essenzialmente dal grado di attenzione dell’approccio, dalla cura con la quale, dalla fase di ascolto, si produce una reale condivisione di contenuti e degli obbiettivi.

Tutte variabili direttamente connesse alla costruzione di un’architettura sociale stabile e inclusiva. In questo senso assume un’importanza decisiva la definizione di una comunità coesa di riferimento, spesso difficile da individuare e interpretare. Qui il progetto di rigenerazione deve ricercare nella forza di visone le sue forme di stabilità e consolidare il grado di apertura della comunità nascente verso contributi che possono nutrirla anche dall’esterno.

Tutti questi faticosi passaggi richiedono necessariamente una continuità anche in termini di risorse, tali da garantire la nel tempo, il permanere delle attività e un ricambio della compagine di mediazione. Non solo in termini di sostegno economico, il ruolo della politica di governo locale diventa, anche in questo caso, decisivo nel riconoscere il valore e la complessità di queste pratiche. Su questo le amministrazioni pubbliche dovranno recuperare il tempo perduto per affinare gli strumenti amministrativi e le competenze necessarie ad affiancare questi processi in un serio lavoro di osservazione e coordinamento.

Se le sorti di uno dei temi più urgenti del dibattito culturale e urbanistico dipendono dalla longevità dei progetti di rigenerazione urbana, le modalità di approccio alle comunità saranno il campo di sperimentazione del prossimo futuro. Non resta che augurarsi che l’approccio alle comunità urbane non diventi il prossimo karma privo di significato della retorica politica.


In copertina: Dark Polo Gang

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