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1 Febbraio 2019

Lavoro, forza lavoro e capitale ne ‘L’ameno appena in tempo’ di Folci e altre opere

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Nel giardino di una fondazione d’arte alle porte di Roma, una buca quadrangolare scavata ad arte riunì dei pensatori e degli artisti.


È da poco uscito Mauro Folci Vacanze, a cura di Anna Cestelli Guidi, monografia sull’artista che presenta, attraverso i saggi di diversi studiosi, i suoi lavori tra il 1996 ed il 2017.


Intorno, in alto, sul ciglio dello scavo, si aggiravano gli spettatori, increduli ma anche un po’ stonati, che cercavano un’opera d’arte e si trovavano invece di fronte a un incontro quasi intimo, di pensatori che senza guardare fuori dalla buca dicevano:

“Il potere estetizza il lavoro della politica. Dovremmo poter riflettere su come oggi, dall’interno dei movimenti, nella prassi della moltitudine sovversiva, vorremmo invece politicizzare l’arte. In un modo non volgare, efficace, che sia all’altezza dei problemi che abbiamo davanti”. Oppure: “E’ un caso di deregulation di tutte le conquiste che la classe operaia che aveva fatto prima. Che i loro padri avevano fatto prima (padri degli attuali operai di Melfi, n.d.r). Ed ora questi giovani si ritrovano a lavorare così. Ed era una delle condizione imposte dalla FIAT per potersi insediare”. Ed anche: “Che cosa vuol dire passare dalla metafora al gesto? Che cosa vuol dire, di fronte alla situazione di Melfi, passare dall’analisi al momento di resistenza effettiva? Come trasformare la metafora in evento? Il progetto in gesto? Come far diventare questa cosa in una progettualità che non sia una bella uscita pomeridiana in un giorno di festa?”.

Mauro Folci. L’Ameno appena in tempo

Era la tarda primavera del 2003. I sociologi Laura Fiocco e Giuliana Commisso, i filosofi Paolo Virno, Toni Negri e Michael Hardt erano nel bel mezzo dell’Agro Romano, dentro una buca a ragionare di evoluzione del capitalismo internazionale, modello post-fordista di produzione industriale, trasformazioni della vita dei lavoratori, fenomenologia dello stabilimento FIAT di Melfi, in Basilicata. Impero, di Negri e Hardt era già un best seller, Moltitudine sarebbe uscito di lì a un anno.

Si trattava dell’opera site-specific di Mauro Folci, L’Ameno appena in tempo, era un dispositivo espositivo e spazio di condivisione di pensiero, secondo una modalità oggi estremamente diffusa, ma allora non ancora dominante nella produzione discorsiva dell’arte contemporanea: critical thinkers internazionali; l’arte contemporanea – ed il linguaggio dell’operaismo – come spazio di pensiero radicale; l’artista come costruttore di spazi di relazione e discussione.

Nelle sale interne della fondazione, Folci aveva installato delle still da un video promozionale, prodotto dalla RAI pochi anni prima, nel 1998. Le still erano dei ritratti sgranati di volti di giovani: gli operai della Melfi. Fuori, entrando nella sala in cui erano appesi i ritratti, una voce fuori campo femminile, entusiasta, ed assertiva, spiegava il funzionamento della fabbrica. Era una voce sexy, suadente, che Folci descrive come una pubblicità della Alpitour. Che faceva sembrare la fabbrica un posto accogliente, ecologico e pulito, dove i lavoratori erano belli e felici. Operai 2.0.

Con la FIAT di Melfi la fabbrica si era trasformata da fucina infernale in uno spazio di costruzione di immaginario

Da fucina infernale dove si suda, si lavora in costante pericolo, si odia il lavoro ma si pensa anche a non perderlo perché è l’unica fonte di sostegno per la famiglia, si lotta per i diritti, con la FIAT Melfi la fabbrica si era trasformata in uno spazio di costruzione di immaginario. Fatica, precarietà, sfruttamento, lasciavano spazio a una immagine di progresso, di benessere, di felicità condivisa tra consumatori e produttori, in vista di un futuro radioso fatto di millimetrica organizzazione del lavoro e consumo di immaginari.

Il complesso industriale della FIAT di Melfi aveva aperto 10 anni prima e sarebbe diventato a breve una delle fabbriche automobilistiche più produttive al mondo, nota anche come SATA (Società Automobilistica Tecnologie Avanzate). Era uno spazio di produzione industriale che incarnava alla perfezione le trasformazioni economiche globali che stavano rimodellando il mondo dell’industria, facendo intravedere trasformazioni ancora più radicali e distopiche. Delocalizzazione e profitti sempre più alti per i padroni. Vite precarie, turn over continui, individui ai quali si richiede di lavorare all’interno della fabbrica come zombies senza una meta, senza la possibilità di mettere in gioco personalità e libero arbitrio, senza diritti e senza coscienza. Automatismo e produzione; disciplina e ordine; narrazione e costruzione di immaginari. Virno notava che Folci, in questa operazione, metteva “in evidenza ed esibiva quel costo umano eccessivo che è lavorare per il profitto”.

L’ameno appena in tempo, rifletteva sulla capacità del capitale di trasformarsi in simulazione attraverso un uso ideologico e sapiente delle tecnologie di produzione di comunicazione.

L’opera aveva certamente un forte legame con la biografia emotiva dell’artista: famiglia operaia, vissuto politico radicale, il lavoro elemento presente qui come in molte altre sue opere. Ad esempio, in Lavoro Morto, il contatore automatico, visibile nella pagina iniziale dell’archivio on-line delle sue opere, Folci visualizza e mette in relazione i decessi registrati in Italia dall’ISTAT nel 2001 e le auto prodotte dalla FIAT di Melfi. Una proporzione di quasi 1:1: un’auto prodotta sta a un uomo morto.

Ma L’Ameno almeno in tempo ci parlava, anche in virtù di quella buca, nella quale l’intellighenzia si riunisce, che quello della produzione di senso è un mondo disconnesso dagli operai che muoiono sul lavoro. E dalle vite precarizzate che le novità tecnologiche e produttive annichiliscono. Se ne occupa, ci riflette, pensa addirittura in maniera autocritica sulla necessità di passare “dalla metafora all’evento”, come nota giustamente Toni Negri. Ma nonostante il suo impegno, l’intellighenzia rimane confinata in una buca, a parlarsi addosso.

nonostante il suo impegno, l’intellighenzia rimane confinata in una buca

La tarda primavera del 2003 era un periodo di passaggio, anche se noi che eravamo lì non potevamo spiegarlo del tutto, tanto vi eravamo immersi. Gli anni Novanta della nascita dei movimenti mondiali contro la globalizzazione e della diffusione delle parole chiave no global erano definitivamente finiti. Per chi era passato per Genova nel 2001, i movimenti erano finiti perché lo sforzo del potere di disciplinare e punire aveva evidentemente mostrato la propria indiscutibile superiorità. Non si sgarra con chi comanda. E se esageri con i tentativi di farti notare, sei schiacciato perché sei solo una mosca. E molte tensioni e pulsioni che i movimenti avevano contribuito a costruire in un periodo impressionante di accelerazione e trasformazione culturale (dalle radio libere alle BBS, da Indymedia ed NGV alle Telestreet) stavano scemando sotto il peso della repressione.

E nel 2003 stava diventando evidente che queste “moltitudini” schiacciate – ma che potenzialmente avevano in mano le chiavi per la realizzazione di una comunità transnazionale di attivismo e di autocostruzione di mezzi di produzione di senso – non avevano trasformato l’utopia della comunicazione in una prassi politica realmente condivisa. Ma era anche chiaro che l’Imperium, quella forza capitalista transnazionale che regolava il mercato ed incarnava il potere, si nutriva anche di bombardamenti ed occupazione di territori lontani, nei quali le vite umane non avevano peso. L’Afghanistan e l’Iraq erano immagini trasmesse a ciclo continuo sugli schermi delle nostre TV, mentre l’Imperium ci diceva attraverso i suoi apparati comunicativi di guardare, avere paura, consumare e rinchiuderci nelle nostre case e nei nostri SUV. Il capitolo iniziale di una raccolta di saggi di Nicholas Mirzoeff, tradotta da Meltemi nel 2003 con il titolo Guardare la Guerra spiega molto bene questo meccanismo.

una parte del mondo – quella che consuma – non si rende conto che altrove ci sono enormi fattorie e piantagioni dove lavorano schiavi senza documenti e diritti

La fabbrica del “just in time”, come la FIAT di Melfi, stava trasformando i lavoratori in automi soli, individualisti e separati, senza coscienza di classe e senza accesso ai diritti basilari conquistati dalle generazioni precedenti. E senza la spinta all’aggregazione e condivisione di domande, problemi e ricerca di soluzioni, perché l’automazione, la precarizzazione, la divisione, l’individualizzazione avevano trasformato quella che fu coscienza di classe in senso di fallimento personale. Una depressione individuale, solitaria, vissuta come sconfitta di fronte all’impossibilità di modellare la propria vita su quell’immaginario di bellezza, giovinezza, pulizia, positività, assertività ed efficacia alle quali inneggiava il video sulla FIAT di Melfi. Ma anche su quell’immaginario di sicurezza, casa, beni di consumo con i quali difendersi dalla paura di un male che viene dall’esterno. Una sconfitta vissuta come una sfortuna della vita, non come risultato di un meccanismo più grande dell’individuo.

E se questo meccanismo stava diventando visibile con L’Ameno appena in tempo, nel 2018 è ancora più vero, se si pensa ai lavoratori delle fabbriche della Apple o della Nike in Cina, che tentano il suicidio o provano a comunicare con noi compratori di laptops e sneakers attraverso biglietti nascosti nelle merci. O ai lavoratori a partita IVA che passano le giornate in un box a parlare con i clienti delle grandi aziende. O ai precari senza nemmeno la partita IVA che lavorano a rimborso spese. Precari anche della cultura e della ricerca, che insegnano nelle Università per 20 euro lordi l’ora; o scrivono articoli per meno di 10 euro. Tutti soli, tutti senza diritti, tutti senza accesso, tutti ingannati, tutti senza futuro e ostaggi di un immaginario.

se sei consumatore non sarai cosciente dell’esistenza degli schiavi

Una realtà degna di romanzi di fantascienza come Space Merchants (Mercanti dello Spazio), il romanzo di Frederik Pohl del 1952, nel quale una parte del mondo, i consumatori, che vive nelle città, non si rende conto che altrove ci sono enormi fattorie e piantagioni dove lavorano schiavi senza documenti e diritti. Nella tua vita puoi nascere schiavo o consumatore. In entrambi i casi non avrai mai alcun contatto con l’altra parte e soprattutto, se sei consumatore non sarai cosciente dell’esistenza degli schiavi, né dei tentativi di alcuni di loro di affrancarsi e combattere. E se lo saprai, sarà una realtà così lontana che farai finta di niente. E su tutto ciò dominano le agenzie pubblicitarie, che lavorano per le aziende e costruiscono e diffondono l’unico sapere dei consumatori.

Il pianeta del presente sembra più vicino a Space Merchants che alle lotte dei sindacati del XX Secolo: un pianeta in cui, come ben mostrava un’altra opera di Mauro Folci nel 2002, Effetto Kanban, chi lavora obbedisce “cadavericamente” senza farsi domande e cercare risposte sul futuro, e chi consuma vive nella propria bolla. Nell’opera, realizzata nel 2002 per il MLAC (Museo Laboratorio nel centro del campus de “La Sapienza), un operaio con contratto interinale di fornitura di lavoro temporaneo viene assunto “per 13 giorni lavorativi, 52 ore complessive, 4 ore giornaliere dalle ore 11 alle 13 e dalle 14 alle 16, dal lunedì al venerdì, dal 5 al 23 dicembre 2002”.

l’obbedienza è la condizione indispensabile per l’accesso

L’operaio è regolarmente pagato per spostare delle casse da un lato all’altro del piazzale antistante il museo, con un muletto. Un compito che aveva come fine solo la conclusione del contratto. Uno striscione, appeso alla balconata del museo sovrastante lo spazio dell’azione, riportava la parola “Kadavergehorsam” (“Obbedire cadavericamente”). Si trattava di una posizione strategica quella dello striscione: era sì parte dell’opera perché sovrastava il movimento del muletto, ma era anche visibile al flusso di migliaia di studenti che per 13 giorni sarebbero entrati nella città universitaria, di cui il MLAC faceva parte, leggendolo: era un monito, un’intuizione sul futuro.

Forse per questo, con una giustificazione ovvia ed oscura allo stesso tempo, i burocrati dell’ateneo avevano fatto venire la polizia e lo avevano fatto togliere. Per non ricordare alle migliaia di studenti che il loro futuro sarebbe stato quello di assoggettarsi cadavericamente. Mauro Folci spiega in un suo testo che accompagna l’opera: “In un mondo plasmato dalla ragione produttiva, dalle leggi del mercato che riducono l’individuo a soggetto economico, in un contesto di liberalizzazione del mercato del lavoro e di competizione selvaggia, l’essere obbediente corrisponde a una condizione senza la quale si è privi dell’accesso”.

Nonostante la censura, l’azione, iniziata al museo con la firma del contratto da parte del lavoratore interinale, continuava. All’interno del museo, sull’ingresso murato della sala espositiva, era appeso come se fosse un quadro il contratto di lavoro interinale sottoscritto dall’operaio ed un monitor che trasmetteva costantemente ed in diretta il suo operato nella piazza antistante. Ancora una volta, gli spettatori, gli artisti, l’intellighenzia, erano confinati nella loro buca, lo spazio istituzionale della cultura e dell’educazione, a guardare e riflettere. Lontani dall’evento, che pure era lì sotto i nostri occhi – nel monitor – ed a pochi metri dal museo. Facendo finta che fosse finzione.


In copertina: Mauro Folci, Noia

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