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La nuova migrazione italiana in Svizzera

Negli ultimi anni è maturato un nuovo interesse nei confronti dello studio storico della migrazione in Svizzera e della componente italiana di questa migrazione. Perché, se da un lato permane nel senso comune una percezione obsoleta, novecentesca e stereotipata del fenomeno, dall’altro le sue trasformazioni recenti raccontano processi oggettivi e soggettivi la cui rilevanza va ben oltre il perimetro geografico entro cui si dispiegano. Comprenderne le forme sociali, giuridiche e culturali è oggi indispensabile per rileggere la mobilità lavorativa nell’Europa del nuovo millennio. Per questa ragione la pubblicazione di “Gli Italiani nelle migrazioni in Svizzera. Sviluppi recenti”, a cura di Rosita Fibbi e Philip Wanner, offre un contributo utile non solo alla ristretta comunità scientifica degli storici della migrazione, ma anche alla più vasta platea di scienziati sociali alla ricerca di nuovi strumenti interpretativi della migrazione contemporanea.

Innanzitutto il volume si interroga sulla polarità migrazione-mobilità. Il primo polo include la concezione più comune che vede la migrazione come “movimento transfrontaliero di gruppi marginali, poveri e poco istruiti nel paese di origine che vanno ad occupare posizioni subalterne nel nuovo paese di insediamento”. Una concezione che si è rinforzata nel secondo novecento con le “migrazioni dirette verso l’industria di produzione di massa nell’epoca fordista” che “hanno ripreso e proposto la stessa immagine di inferiorità sociale dell’immigrato rispetto all’autoctono”.

Il secondo polo — la mobilità— si sviluppa entro la nuova divisione sociale del lavoro nell’economia post-industriale, dove alle migrazioni “classiche” si affiancano movimenti transfrontalieri che “interessano persone qualificate che si inseriscono nel tessuto sociale ed economico del nuovo paese su un piano di parità con gli autoctoni. I movimenti sono determinati a volte da un calcolo costi-benefici ma a volte da motivazioni individuali, dalla scoperta di sé, da stili di vita.”

Tale polarizzazione si struttura attorno a una divisione sociale, economica, politica e giuridica: “la mobilità designa i movimenti internazionali dei cittadini europei all’interno dello spazio politico ridisegnato dalla normativa sovranazionale mentre migrazione indica i movimenti internazionali di persone che si trovano ad assumere la condizione di stranieri, residenti di seconda classe nel nuovo paese”.

Si produce dunque, tra i diversi flussi migratori, una stratificazione dei diritti. La dinamica capitalistica riproduce e tenta di cristallizzare all’interno del fenomeno migratorio disuguaglianze sociali ed economiche che permettono di rispondere alle necessità di canalizzazione della forza lavoro del mercato del lavoro svizzero.

Una selettività che riflette il bisogno di mantenere da un lato bassi salari e pochi diritti per il lavoro straniero dequalificato, dall’altro una condizione economica e giuridica quasi assimilabile a quella degli autoctoni per i lavoratori europei qualificati che operano nei settori legati all’innovazione produttiva e finanziaria: “è in ossequio all’imperativo del potenziamento dell’innovazione della produttività del sistema paese che, con la liberalizzazione dell’accesso al mercato del lavoro per i cittadini UE/AELS, si sottraggono alla regolazione amministrativa due terzi circa dei flussi in entrata per affidarla alla regolazione del mercato; e pure in ossequio agli stessi imperativi che si conserva la gestione amministrativa dei flussi provenienti dai paesi terzi con la priorità alla manodopera qualificata proveniente dai paesi terzi e la limitazione degli ingressi”.

Il volume consente di approfondire queste evoluzioni da più punti di vista, la loro efficacia in termini di estrazione di valore così come la non fluidità di tali processi, le contraddizioni sociali e politiche che genera.

Di particolare interesse anche la sezione finale, in cui Nelly Valsangiacomo e Paolo Barcella indagano le nuove declinazioni identitarie dell’italianitá all’interno di questo mutato scenario. Emerge infatti, da parte degli italiani di seconda e terza generazioni e dai nuovi arrivati nel flusso della mobilità, una nuova autorappresentazione non solo del proprio ruolo e della propria posizione nella società elvetica, ma pure del rapporto con la cultura e la società del paese d’origine. Da un lato l’identificazione soggettiva con la figura dell’expat esprime una volontà di distinzione dalle masse migranti proletarie. Dall’altro si insiste sulla narrazione di un’Italia arretrata, provinciale e incapace di valorizzare in modo meritocratico le risorse umane, e relative qualità intellettuali e lavorative, dei giovani e dei professionisti: “l’italianità dei nuovi emigranti condensa spesso stereotipi su un paese immobile e inefficiente che, in diversi casi, spiegano molto più dei traumi e dei personali insuccessi in Italia – con il conseguente desiderio di scaricarne le responsabilità su generiche falle di sistema – di quanto dicano dell’Italia”.

Un doppio distanziamento che registra un mutamento identitario e ideologico caratteristico di questa nuova stagione della migrazione.