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4 Febbraio 2016

Milano al tempo dei freelance

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In Italia, la città dei media e della comunicazione e quindi per analogia la città dei freelance, è Milano. Chi di voi, magari pure freelance, che qui legge da altre parti d’Italia che non sono Milano dirà (con ottime ragioni!) che non esiste certo solo Milano in quanto realtà produttiva e che, in fondo, grazie alla Rete, i freelance possono lavorare sostanzialmente ovunque. Tutto vero. E però, la dimensione urbana del freelance resta un elemento importante da osservare, se è vero (come è vero) che i freelance “fanno rete” non solo digitale, ma necessariamente devono entrare a far parte di reti di contatti urbane e in presenza; le due dinamiche si combinano e si alimentano l’una con l’altra.

Pubblichiamo un estratto da Freelance di Alessandro Gandini scaricabile gratuitamente

Nella mia ricerca in Italia, i freelance che ho intervistato – sebbene non tutti vivano a Milano – gravitano tutti attorno all’area e alla dimensione produttiva del capoluogo lombardo. Sebbene relativo a una ricerca limitata per tempo e spazio, questo aspetto è indicativo di una centralità, e della capacità di attrazione che (almeno al Nord) Milano ha ancora per un certo tipo di attività lavorativa e professionale.

Soprattutto, questo conferma come per “fare rete” i freelance, come si è detto, siano chiamati non solo a stare sulla Rete ma anche, e soprattutto, a inserirsi in una dinamica socio-economica che è anche geografica, nella quale persone, eventi e contatti si condensano in un unico ambiente. Il luogo privilegiato per il dipanarsi di queste dinamiche resta ancora lo spazio urbano.

Sono decenni che la città come soggetto produttivo e di innovazione si trova al centro dei pensieri non solo dei sociologi, ma anche della politica e dell’economia attraverso policy planners e consulenti per lo sviluppo. La città in questi decenni si voleva fosse creativa, come immaginato da Florida, aperta alla tecnologia e alla cultura gay, in grado di trasformare la popolazione bohémien e la scena artistica in soggetti produttivi. Oggi, invece, la si vuole smart, in grado di recepire l’innovazione dei big data e trasformare lo spazio pubblico sulla base dei “grandi dati” prodotti dai cittadini con gli smartphone nelle loro attività quotidiane. Proprio nelle città e dalle città nasce anche, guarda caso, uno dei fenomeni più interessanti di riorganizzazione del lavoro nell’economia collaborativa: il coworking. Con ben 34 spazi di coworking nella cintura urbana certificati con bollino ufficiale dal Comune, Milano è la capitale italiana del coworking, inteso come quella tipologia di spazio condiviso che restituisce una “casa” al freelance, lavoratore nomade e digitale, in linea con realtà internazionali come Londra e San Francisco, dove il coworking è una realtà ormai da diverso tempo.

Se facessimo il gioco di segnare sulla cartina della città dove sono questi spazi, noteremmo una forte presenza di spazi di coworking nell’est cittadino, in particolare in quell’aria ampia che circoscrive la zona di Lambrate. Probabilmente non è un caso, visto il passato industriale della zona, che proprio qui adesso troviamo un’alta concentrazione di spazi per freelance e lavoratori digitali. In questo, esiste una chiara similitudine con Londra dove l’East, in particolare la zona di Shoreditch, da territorio suburbano è divenuto capitale dell’hipsteria locale, termine ultimo di un processo di gentrificazione (rieccoci) che porta oggi questa zona a ospitare l’ormai mitica Silicon Roundabout, la rotonda adiacente la stazione di Old Street, dove si trova uno dei più grandi coworking space del mondo: il Google Campus. Qui si addensano molte delle startup che vengono fondate a Londra e che vanno in cerca di finanziatori, per quel processo di prossimità ed embeddedness così importante per la riuscita delle stesse, ben spiegato da Enrico Moretti nel suo libro sulla “geografia del lavoro”, e per il quale è decisivo essere nello stesso luogo geografico dove la “scena” esiste, per non esserne esclusi.

Milano, come altre città, risente delle forme di innovazione e city branding che si nascondono in queste evoluzioni, senza essere immune dalla gentrificazione che oltre a Lambrate, tocca anche altri quartieri della città. Tuttavia la Milano di oggi, che dopo un paio di decenni non è più “da bere”, dimostra di essere ancora in grado di porsi come centro produttivo dell’economia dell’innovazione in Italia. Lo fa, a dire il vero, a partire da una condizione socio-culturale molto diversa da quella degli anni ’80. Non soltanto perché la “Milano da bere” di quella generazione aveva gli yuppies e i paninari, mentre quella di oggi ha i freelance e gli hipster.

Ho vissuto quattro anni a Milano e di Milano ho vissuto un tempo di cambiamento, che l’ha portata in pochi anni a vedere nascere e rinascere alcune zone della città, un po’ certamente in seguito a processi di gentrificazione, ma anche per una spinta all’innovazione che la talvolta stereotipata Milano, a differenza di altre città non solo in Italia, ha saputo tradurre in pratica e rendere percepibile come una sensazione che si respira nelle strade, ad esempio nella saldatura fra i grattacieli ultramoderni di Piazza Gae Aulenti e le botteghe del quartiere Isola, o nella vibrante hipsterità multietnica di via Paolo Sarpi, dove la comunità cinese si mescola con The Hub, il coworking degli imprenditori sociali, a un passo dalle Cantine Isola che trasudano la Milano della tradizione, e ancora giù fino alla nuova Darsena, i cui scorci non hanno nulla da invidiare a una Amsterdam o una Parigi.

Oggi Milano è una città che in pochi anni è stata in grado di abbattere le sue emissioni nocive da biossido di carbonio del 30%, grazie alla criticatissima area C; è una città che non aveva un adeguato servizio pubblico di trasporti notturni nel weekend, e che adesso ha tram e autobus h24 nella cintura urbana. È una città che, anche grazie alla visione che persone come Cristina Tajani hanno portato nell’amministrazione pubblica, ha saputo mettere davvero al centro della politica locale la cultura come pochi altri comuni, non solo in Italia, hanno saputo fare – una visione che riporta la cultura al centro delle politiche di innovazione. Milano oggi non è solo EXPO, duomo e bauscia: anzi, per certi versi ne è il suo contrario. Vedremo, con le elezioni del 2016 e il suo seguito, come i cittadini hanno accolto questo cambiamento, e quale futuro avrà.

Certo di Milano restano anche le tante contraddizioni. La Milano di oggi si confronta e si salda con la Milano di ieri, non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista produttivo: per usare un’espressione del sociologo Aldo Bonomi, a Milano ci sono “tre città che stanno in una”. Bonomi sostiene infatti che a Milano esistano tre modelli di interazione sociale che si interfacciano fra loro, partendo da sponde diverse: la Milano dell’associazionismo e del volontariato, la Milano dei movimenti e la Milano terziaria e del lavoro e delle classi in trasformazione nell’era postindustriale. Questi si mescolano tra loro e si amalgamano alla storia dei quartieri della città, incontrandosi con i fenomeni di migrazione caratteristici del tessuto urbano e le peculiarità dei singoli quartieri, dal “quadrilatero della moda” sino alla periferia.

Bonomi peraltro è un osservatore speciale di Milano, studioso da tempo della trasformazione della città nell’epoca postindustriale, dei cambiamenti del lavoro e delle classi nel capoluogo meneghino attraverso la crescita del terziario e i suoi conflitti urbani, l’esperienza dei movimenti e la storia dei suoi cambiamenti. Secondo Bonomi, Milano è la città che in Italia incarna la modernità e il capitalismo nella sua evoluzione dai colossi Pirelli e Falck sino alle televisioni, Mediaset e Milano 2, la finanza e i media – e per queste ragioni, è anche la città italiana che per prima e meglio di altre si è aperta ai “flussi” e ad una dimensione transnazionale. Tutto questo però si pone in dialettica con gli aspetti più caratteristici che egualmente contraddistinguono Milano, come ad esempio il commercio di bottega o la connotazione di città d’immigrazione. Bonomi descrive questo scenario attraverso la metafora dei “cerchi”.

Al primo cerchio c’è la nuova borghesia dei flussi cui si è accennato, quella del capitalismo finanziario e delle élite, la Milano del centro dove i negozi del lusso si affiancano ad appartamenti costosi e spesso vuoti. A questo si appaia il secondo cerchio, quello del commercio, dove le “botteghe” artigiane si contrappongono ai centri commerciali che ne svuotano gli spazi lasciando il campo talvolta anche al commercio low cost, con tutte le contraddizioni di questo incontro. Il terzo cerchio è quello, appunto, della moltitudine, che secondo Bonomi produce tutta una serie di lavori servili e dequalificati fuori dalle mura delle case e delle imprese: è la “città degli invisibili”, fatta di aree dismesse e di terziario di manutenzione. Il quarto cerchio è quello cui appartengono i nostri freelance: sono i lavoratori dello spettacolo e della comunicazione, “tribù professionali” itineranti riconducibili al terziario avanzato e della produzione immateriale. Il quinto cerchio, invece, dalla città si protende fuori e rappresenta quel tessuto produttivo della piccola e media impresa che si installa nella realtà italiana di provincia che è forte nel settore, e che abbiamo già visto essere spesso definita come il motore produttivo dell’economia nazionale.

I freelance, come si diceva, fanno parte di questo terziario avanzato come lavoratori indipendenti e professionisti in una realtà in cui la Rete si sovrappone come cerchio ulteriore, proseguendo sulla metafora di Bonomi, in grado di protendere le reti di relazioni e il capitalismo dei flussi in una prospettiva a-geografica. Oggi, poi, i confini tra i cerchi di Bonomi sembrano molto più sfumati e porosi che in passato; gli elementi di maggior interesse si trovano ai confini tra i cerchi, come succede a Londra, e per certi versi anche a Berlino, dove il terzo e il quarto cerchio sono in qualche modo schiacciati tra loro nella precarietà del lavoro, che porta fuori dall’azienda e dentro al coworking, fuori dal mito del posto fisso e dentro al lavoro nomade con tutte le sue contraddizioni.

Qui, in questa curva, stanno i freelance ex ceto medio, che tentano disperatamente di restare borghesia nel senso etimologico della parola – dentro ai “borghi” del lavoro finanziarizzato e che oggi vengono inglobati dentro di esso, che abitano le periferie ma gravitano attorno al centro e alle sue attività economiche. “Borgo”, in francese “bourg”, è infatti la città del mercato, dove artigiani e mercanti di varia natura costituiscono un ceto produttivo intermedio fra la nobiltà e i contadini, e vanno coalizzandosi attraverso i secoli in un lungo processo di composizione di classe che dal 1600 porta all’era delle rivoluzioni, e soprattutto alla rivoluzione industriale. Il processo di composizione di classe della modernità ha avuto infatti direttamente a che fare con la nascita dell’industria in una dinamica che ha portato la borghesia a farsi classe come soggetto produttivo urbano. Non a caso, per Marx il capitalismo è il “modo di produzione borghese”, mentre per Schumpeter la borghesia è la forza che traina il capitalismo in quanto tenutaria di quella capacità imprenditoriale che l’economista tedesco identificava nella “distruzione creatrice”, che contraddistingue il capitalismo stesso come processo di innovazione e rischio. Se la crescita del lavoro freelance dovesse continuare con questo trend e questa rilevanza, potremmo essere presto chiamati a discutere di un “modo di produzione freelance”, basato su forme organizzative nuove, sulla condivisione e sulla collaborazione, con le reti digitali al centro dei processi produttivi.

freelance

Questo processo di trasformazione non è però neutro, né privo di rischi […]. Bisogna capire se il modo di produzione freelance, qualora possibile, si svilupperà essendo più simile a Uber, dove i driver sono freelance su cui pesa l’onere del rischio, talvolta anche fisico, di lavoratore flessibilizzato e precarizzato; oppure se somiglierà di più alle comunità di free software, quelle dove citando Richard Stallman la parola “free” è riferita a “free speech” e non a “free beer”. Se somiglierà più a una comunità dove la condivisione delle risorse porta a collaborazione e solidarietà, oppure a un nuovo, ulteriore outsourcing del rischio su alcune particolari categorie produttive.

Sebbene senza Silicon Roundabout o Valley, Milano resta al centro dell’economia creativa – oggi più che mai, nonostante le sue contraddizioni. Quella metafora del freelance come eroe romantico che ho usato più volte in questo libro, in fondo, viene da Milano e da tutti quegli incontri con tante persone che mi hanno aiutato, alcune solo per via digitale, altre spendendo parte del loro tempo, incontrandomi in qualche bar o caffetteria, in un coworking o in pausa pranzo, ovunque fosse possibile. Parafrasando i Baustelle della canzone citata all’inizio di questo capitolo, i freelance “fuggono”, ma non c’è modo di scappare; hanno la febbre, ma ti portano fuori a bere e ti raccontano di loro, di un lavoro dove “piove ma c’è il sole”, come a Porta Ticinese. Per molti infatti, quasi tutti, Milano non è il luogo dove sono nati. Spesso non è nemmeno la città: sono, molti di loro, figli di quella provincia italiana che emigra alla città per cercare fortuna.

Come nel secondo dopoguerra si emigrava a Milano per andare a lavorare alla “fabbrichetta”, adesso Milano è un hub della nascente economia digitale, il centro direzionale dell’economia creativa, culturale e digitale in Italia, verso cui si emigra ancora, per incontrarsi nei coworking, partecipare agli eventi ed “esserci”, fisicamente e geograficamente. In questo processo per cui i freelance da periferia del lavoro ne divengono centro, la Milano che diviene città digitale e dei freelance somiglia ancor di più a quella Milano “vicino all’Europa, che banche che cambi, Milano gambe aperte, Milano che ride e si diverte” raccontata da Lucio Dalla. Che poi è sempre la Milano di Bianciardi, solo vista da dietro uno smartphone.


In occasione di Bellissima. Fiera di libri e cultura indipendente, cheFare curera un dibatttito attorno al tema dei frelance. Prossimamente il programma

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