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8 Giugno 2017

Mind the gap. La mindfulness e il livello istituzionale

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Quando finalmente, ormai molti anni fa, anch’io ho sentito con le mie orecchie gli altoparlanti di una fermata del London Tube scandire il famoso annuncio “mind the gap”, mi sono sorpreso a pensare che la distanza tra la banchina e il treno non era davvero il pericolo più insidioso di quell’ambiente, il numero uno da cui guardarsi. Certo, è una cosa a cui non presti attenzione e puoi anche finirci dentro.

Ma c’erano evidentemente minacce ben peggiori, che non venivano annunciate. Bisognoso di costruire senso, straniero e spaesato, mi sono detto allora che quel richiamo doveva essere una specie di segnaposto generico, da compilare mentalmente con una fonte a piacere di preoccupazione o un oggetto di consapevolezza a scelta del viaggiatore. Una sorta di compendio dell’altro ben noto adagio britannico, “keep calm and carry on”: non rompere le righe e continua a tirare la carretta, qualunque cosa accada. Si prestano entrambi a un’allusione aperta, alla variazione infinita, alla disseminazione. Finiscono sulle magliette, sulle tazze, sui wall. Ti raccomandano di fare il bravo. Sono l’istituzionale virale.

Nel 2014 i parlamentari del Regno Unito hanno costituito un Gruppo di lavoro interpartitico sulla mindfulness, sotto l’egida di Jon Kabat-Zinn, fondatore del Center for Mindfulness in Medicine, Health Care, and Society e famoso ideatore del programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction).

Dopo un rapporto sull’applicabilità dei protocolli di mindfulness training in ambiti di intervento istituzionale principalmente rivolti al sistema formativo, a quello sanitario e a quello giudiziario, il gruppo ha di recente pubblicato delle linee guida più specificamente rivolte al mondo del lavoro, Building the Case for Mindfulness in the Workplace.

Per la prima volta in assoluto le tecniche e i brevettatissimi protocolli di mindfulness training entrano in un documento politico – per quanto informale, trasversale e non di indirizzo – di una delle più potenti nazioni al mondo, e non è difficile immaginare come possano presto o tardi ispirare qualche azione di governo.

Per il momento l’opuscolo, una settantina scarsa di pagine dense di uno stile succinto e pragmatico, parla ai quadri che hanno il potere decisionale necessario per avviare nelle loro medio-grandi imprese un programma di corporate mindfulness come quello di Google. La struttura del testo è lineare: spiega che cos’è la mindfulness, ne indica i potenziali benefici in ambito lavorativo e dà istruzioni dettagliate per “implementarla” in azienda.

Il primo passo consiste – come avviene di consueto quando “mindfulness” è la parola chiave – nell’isolare e astrarre l’esercizio della presenza mentale dal contesto del buddhismo: «Negli ultimi quarant’anni queste pratiche si sono intrecciate con la psicologia moderna e si sono sviluppate dando origine a un metodo laico che è stato testato in migliaia di studi scientifici».

Quindi la mindfulness andrebbe piuttosto considerata come un’«intrinseca capacità umana». Come hanno osservato Ronald Purser e Andrew Cooper, questa retorica universalista e scientista, che è uno dei maggiori ingredienti del successo del fenomeno mindfulness, è a ben vedere il portato di una visione colonialista: «La mindfulness viene ora smerciata come un cibo naturale per la mente, testato scientificamente e depurato dei grassi addizionati e dei conservanti tossici del suo “bagaglio culturale” orientale.

Occidentali colti e imprenditori che si appropriano di elementi della cultura orientale sostenendo che il pensiero moderno permette di comprendere e utilizzare meglio ciò che altrimenti rimarrebbe “esotico”: vi ricorda qualcosa? È l’espressione tipica di una mentalità imperialista».

Certo, in un certo senso si può dire senz’altro che la presenza mentale è una facoltà naturale che può essere allenata. Lo hanno sottolineato autorità spirituali buddhiste come il Dalai Lama e Thich Nhat Hanh. Per fare un esempio riferito a un ambito non spirituale, anche il nuotatore ha una pratica raffinata e complessa della facoltà naturale della mindfulness.

Si allena a “sentire l’acqua” con tutto il corpo mentre conta respiri e bracciate. Ha un obiettivo: questa consapevolezza gli permette di migliorare la spinta e l’idrodinamicità, e di nuotare più veloce. Perché allora i parlamentari britannici non propongono di istituire il dopolavoro in piscina? Qual è il loro scopo?

Si può dire certamente che la pratica della mindfulness non è buddhista nel senso che chi segue, anche in dettaglio, le relative istruzioni offerte dalle scritture buddhiste o le corrispondenti rielaborazioni protocollari non per questo pratica – né è tenuto a praticare – formalmente il buddhismo. Ma in realtà non è questa la differenza fondamentale che contraddistingue specificamente i programmi di corporate mindfulness. Nel buddhismo (diversamente dal nuoto agonistico) l’esercizio della retta presenza mentale fa parte di un insieme molto più ampio e complesso di pratiche che non hanno alcuno scopo estrinseco.

Non mirano a nessun obiettivo che non sia la liberazione di sé e degli altri dalla sofferenza, la realizzazione della felicità individuale e collettiva di tutti gli esseri. Ora, neppure queste sono aspirazioni “buddhiste”. Voler essere felici non è l’esclusiva di un’appartenenza religiosa o spirituale. Il punto essenziale, quindi, non è che la mindfulness aziendale non è buddhista o che sviluppa una facoltà naturale, ma che ha obiettivi esterni, materiali, strumentali. Che non esprime un’aspirazione alla liberazione ma a qualcos’altro.

Cosa sia questo qualcos’altro il nostro opuscolo istituzionale lo dice molto chiaramente. Il primo obiettivo è ridurre le patologie da stress dei lavoratori, che dal 2009 nel solo Regno Unito hanno subito un vertiginoso aumento del 24%, causando perdite per milioni di sterline. Poi migliorare le relazioni interpersonali sul posto di lavoro e sviluppare una cultura aziendale collaborativa.

E infine aumentare efficacia organizzativa e produttività, specialmente sul piano di leadership, decision making e innovazione, che poi è la ragione per cui ormai la mindfulness è un elemento dell’apparato ideologico del World Economic Forum. Insomma, la pratica aziendale della mindfulness sembra offrire una via gentile e sorridente per l’addestramento di massa all’accettazione non conflittuale del modo di produzione capitalista.

È espressione di un’ideologia che tratta lo stress da lavoro e quello da precarietà strutturale come un problema individuale, da affrontare alzando la soglia di accettazione, e non trasformando le condizioni socio-economiche che concorrono al dilagare di una sofferenza diffusa.

Ed è uno strumento che si presta a migliorare l’efficacia dell’intelligenza emotiva e creativa e della condivisione nel contesto dell’economia cognitiva, dove queste abilità sono oggetto di un’estrazione di valore che estende lo sfruttamento a ogni dimensione, materiale e immateriale, biologica e spirituale, della vita dell’individuo e della comunità.

L’ultima parte del libretto spiega passo passo come convincere la dirigenza che un programma di corporate mindfulness è un investimento fruttuoso, dove trovare un istruttore qualificato e come organizzare tutto quanto punto per punto. Comprende un piccolo prontuario di myth busting che offre argomenti per rispondere alle più comuni critiche al mindfulness training in generale, e alla corporate mindfulness in particolare.

Due delle “leggende urbane” recensite dall’opuscolo sono proprio quelle secondo cui la mindfulness non contribuisce alla trasformazione di ambienti lavorativi “tossici” ed è sfruttata dalle aziende per fini capitalisti. Che un testo dedicato alla promozione della mindfulness tenga conto di questo tipo di critiche, sia pure in una versione banalizzata, è di per sé un fatto piuttosto raro.

Lo schema della controargomentazione si basa sul fatto che la riduzione dello stress sul posto di lavoro grazie ai programmi di mindfulness aziendale è un obiettivo valido in sé, e non è incompatibile con il perseguimento del profitto. Vero, ma generico: vale anche per ogni altra forma di incentivazione aziendale, di miglioramento delle condizioni di lavoro o di riduzione dello stress e aumento del benessere con qualsiasi altro tipo di intervento.

Non meno fragile, ma ben più ideologico, è l’altro argomento: la mindfulness ha un potenziale trasformativo ed è possibile che il mindfulness training aiuti i manager ad «agire con maggiore intelligenza emotiva, compassione e responsabilità sociale».

Ora, gli stessi parlamentari autori del nostro opuscolo ammettono che della realizzazione di un simile potenziale trasformativo al momento non sussistono evidenze scientifiche, ma solo prove aneddotiche tratte da storie di singoli impiegati stressati che dopo un’esperienza di mindfulness training hanno scelto di cambiare lavoro. In barba a laicità, scientificità e pragmatismo, su questo punto si tratta quindi di credere per fede.

L’unico studio scientifico citato in proposito nell’opuscolo è RESPONSE (Understanding and Responding to Societal Demands on Corporate Responsibility), una ricerca realizzata tra il 2005 e il 2008 dove non si fa nessuna allusione specifica ai protocolli di mindfulness aziendale, e i dati più significativi sono riferiti all’adozione di programmi di meditazione ispirati alle pratiche buddhiste.

Eppure l’ipotesi dell’applicabilità dei protocolli di mindfulness al contesto lavorativo prende corpo almeno a partire dalla metà degli anni Novanta.

Vent’anni dopo, nei soli USA il 22% delle aziende ha all’attivo un programma di corporate mindfulness, e secondo la tendenza attuale il dato è destinato a raddoppiarsi entro il 2017. Forse un’ampia fetta del sistema capitalista si sta già trasformando dall’interno in una gioiosa comunità solidale e compassionevole. Ma finora nessuno se n’è accorto.

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