Proposte e riflessioni per la ripresa delle attività culturali

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In tempi di crisi il rifugio nei grandi classici è sovente un porto sicuro. Oggi, dopo l’interruzione brusca e imprevedibile di una stagione di grande crescita in cui tutto sembrava assicurare una progressiva e confortante espansione dell’offerta e dei consumi culturali, in un tempo in cui invece tutti cominciano a guardare gli effetti della crisi sul proprio settore e si inizia a tenersi d’occhio gli uni con gli altri, ben consapevoli che la contrazione di risorse in prospettiva rischierà di lasciare sul terreno morti e feriti, appare come sempre profetico un grande classico tra i grandi classici.

“Tutte le famiglie felici sono simili tra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo” (L. Tolstoj, Anna Karenina). E purtroppo questi sono tempi per essere infelici.

Ma in quale peculiare modo si sta interrogando, infelicissima, la grande famiglia degli operatori culturali? Se è sotto gli occhi di tutti il fatto che stiamo per entrare in un periodo di recessione economica senza precedenti nell’ultimo mezzo secolo, è invece piuttosto complicato esercitare un adeguato discernimento sui diversi modi in cui questa drammatica congiuntura si abbatterà diversamente comparto per comparto. Quello che possiamo dire con una certa sicurezza è che quello della cultura è un settore che arriva ai nastri della necessaria ripartenza in condizioni decisamente svantaggiate e precarie.

Di fronte a una simile complessa situazione moltissimi interventi, provenienti dalle parti più disparate, hanno cominciato ad analizzare gli effetti che questa crisi avrà sul comparto culturale, e hanno provato a porsi domande sul tema della ripresa del settore e sui problemi connessi con questa ripresa; in questa sede proverò ad approcciare questo tema da un punto di vista particolare che è quello della città di Milano, cercando di dare ordine a tre capitoli di un ragionamento complessivo che proverei a declinare in questo modo.

Azioni immediate di sostegno al comparto delle attività culturali

Il primo capitolo riguarda gli strumenti di intervento immediato e le misure di supporto diretto al settore. Sin dalle prime settimane di chiusura delle attività, è stato possibile misurare l’ampiezza del danno subito da tutte le diverse anime del comparto culturale: amministrazioni e organizzazioni di categoria hanno provato a visualizzare il quadro che si veniva definendo con allarmante evidenza; nella sola prima settimana di chiusura il settore espositivo rappresentato dai musei civici milanesi ha conteggiato una perdita di entrate, tra rendite da bigliettazione e servizi al pubblico, di circa 470.000 €, e stima introiti persi per circa 4 milioni di euro negli ultimi due mesi di mancate aperture. L’Agis ha computato minori incassi per il settore dello spettacolo dal vivo per oltre 5 milioni di €, mentre sono più di tre milioni e mezzo gli ammanchi ai botteghini dei cinema milanesi nelle settimane di chiusura. Come si vede si tratta di cifre impressionanti.

Sono dunque necessari e urgentissimi strumenti di sostegno economico e finanziario per un supporto immediato al comparto delle attività culturali, per assicurare che nessuna esperienza, capacità, potenziale vada disperso e che tutti resistano alla crisi. Mai come domani infatti ci sarà bisogno di un tessuto largo, diffuso, presente sul territorio e capace di azioni di prossimità. Molti soggetti hanno proposto una serie di interventi importanti e alcune di queste misure sono state messe in campo nell’immediato, entrando in alcuni dispositivi di legge o in alcuni strumenti di carattere amministrativo.

La creazione del Fondo emergenze spettacolo, cinema e audiovisivo previsto dal decreto legge 18/2020 ha assicurato la disponibilità di risorse aggiuntive a quelle ordinarie, pari a 80 milioni in spesa corrente e di 50 milioni in conto capitale, destinate al comparto dello spettacolo; il Ministro dei beni culturali, grazie anche a un confronto aperto e disponibile offerto dagli Assessori di molte tra le principali città italiane, ha assicurato che una parte del fondo, pari a venti milioni, andrà a sostenere proprio le realtà più fragili e più piccole, ordinariamente escluse dal contributo del FUS.

Parallelamente al Fondo di emergenza per le attività di spettacolo Federculture ha fatto appello alla creazione di un “Fondo Nazionale per la Cultura, ossia uno strumento d’investimento, garantito dallo Stato, aperto al contributo di tutti i cittadini che vogliano sostenere il settore culturale nell’attuale fase di emergenza e crisi di liquidità”.

Altre misure hanno piuttosto valore di carattere finanziario e assicurano la possibilità di dilazionare i versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria (ancora DL 18/2020, art. 61); altre ancora intervengono a tutela della mancata erogazione di servizi, come l’istituzione di voucher per ovviare a eventuali rimborsi di biglietti (sempre DL 18/2020, artt. 88).

Altre misure sono state avviate anche a livello locale; penso ad esempio alle prime misure inserite a Milano nell’ordinanza del Sindaco dell’11 marzo scorso, che comporta la dilazione dei pagamenti di tutti i canoni e le corresponsioni dei soggetti concessionari del comune, all’interno dei quali sono stati compresi anche gli operatori nel settore culturale. Sono misure di natura finanziaria evidentemente che non spostano il carico dei costi per i soggetti tributari ma che al momento lo dilazionano nel tempo.

Molte altre sono state le misure proposte: misure che incidono sulla fiscalità ad esempio, come la proposta di ampliare l’art bonus a una serie di attività culturali che vadano oltre quelle per cui abitualmente la misura viene applicata; misure che riguardano gli abbattimenti di costi assistenziali e previdenziali per i soggetti che operano all’interno del comparto culturale; misure di sostegno alla liquidità delle imprese e degli operatori; misure che propongono l’estensione al comparto culturale della riprogettazione prevista per contratti per servizi educativi e socio-assistenziali (vedi ad esempio).

Tutte queste misure sono senz’altro preziose, in alcuni casi necessarie, è corretto chiederle ed è giusto indicare con forza la specificità dell’esigenza di un comparto che è fatto di soggetti deboli, di realtà fragili, per lo più piccole per dimensioni e la cui base finanziaria è spesso modesta o nulla. Resta il fatto che molte di queste proposte, forse le principali per impatto economico, rischiano di scontrarsi con una paralisi applicativa, derivante dallo stato complessivo dell’economia.

Anche perché non siamo di fronte a una crisi di settore ma a una crisi di sistema, e questo non potrà che portare a un’inevitabile contrazione delle risorse disponibili. Le previsioni sul crollo del prodotto interno lordo, vicine alla doppia cifra, proiettano il futuro in un orizzonte di recessione gravissima. Le casse degli enti territoriali, abituali sostenitori attraverso meccanismi di contribuzione diretta, dei soggetti che operano nel settore della cultura, avranno ammanchi enormi, nelle grandi città si calcoleranno in centinaia di milioni di euro.

È pertanto difficile immaginare che un comparto che già strutturalmente è costretto a fare i conti con finanziamenti esigui possa realisticamente conoscere ora un incremento significativo delle risorse a disposizione, anche se è lecito sperarlo ed è giusto chiederlo; ma sono tutte misure che inevitabilmente dovranno fare i conti con la contingenza attuale. Questo impone quindi di provare a immaginare un approccio complessivamente diverso all’economia di tutto il settore. E qui introdurrei un secondo capitolo che proverei a sintetizzare con una definizione di “nuova ecologia della cultura”.

Ridefinizione dei modelli organizzativi per una nuova ecologia della cultura

Oggi il comparto delle attività culturali deve porsi domande profonde e oneste sulla sostenibilità di tutto il sistema, sui suoi costi, sull’uso delle risorse, sui modi della produzione, perché purtroppo una crisi di carattere strutturale come quella che stiamo attraversando necessariamente richiede risposte innovative e adeguate. È indispensabile mettere in campo un pensiero ampio, che si sappia interrogare sulla fragilità e sulla sostenibilità del sistema. Sarà necessario operare sempre più strettamente in un’ottica di cultura sostenibile, a partire dai modi e dai costi delle attività culturali; affrontare il tema del rapporto tra investimenti e sostenibilità delle produzioni, costruire strategie di rete che aiutino a far crescere gli equilibri degli investimenti, in termini di compartecipazione, di condivisione, di allungamento delle durate e degli effetti dei singoli progetti culturali.

Questo aspetto è forse il più delicato, sicuramente è quello che richiede maggiori sforzi ma è anche quello da cui è lecito aspettarsi un’innovazione profonda di tutto il settore, a partire da una sua capacità di riflessione su quelle che sono le reali esigenze del momento, le reali richieste che la collettività fa al mondo della cultura.

Da tempo molti soggetti che operano in ambito culturale hanno affrontato un approccio complessivo alle esigenze di sostenibilità dei propri sistemi e modi della produzione. Si tratta di temi che indubbiamente erano stati già resi urgenti da una sensibilità verso gli aspetti della sostenibilità ambientale e della decrescita economica per cui già alcuni esempi importanti di approccio sostenibile hanno anticipato i tempi.

Numerosi sono gli esempi di imprese culturali che hanno deciso di sperimentare misure concrete per ridurre il loro impatto ambientale e contemporaneamente coniugare efficienza, innovazione e contenimento dei costi (cfr. Io sono Cultura 2019. L’Italia della qualità e della bellezza sfida la crisi, Rapporto Unioncamere 2019, Quaderni di Symbola, pp. 30-33,): contenimento dei consumi energetici; riutilizzo e riciclo dei materiali per la conservazione, l’imballaggio e il trasporto degli oggetti artistici; utilizzo di prodotti ecologici per la cura e manutenzione delle proprie strutture. La riflessione su questi temi in questa congiuntura va estesa, ampliata e approfondita. Bisogna cominciare a riflettere sul processo di produzione dei singoli prodotti culturali, sulla loro sostenibilità, sul contenimento dei costi, sull’ottimizzazione del valore di ciascun singolo prodotto.

Provo a fare alcuni esempi concreti. Pensiamo ad esempio al comparto delle mostre e dei musei; alcune grandi mostre hanno assunto nel tempo l’aspetto di eventi dai costi significativamente elevati; costi per il trasporto delle opere, costi di conservazione e di assicurazione delle opere, costi per gli allestimenti, spesso impossibili da riciclare, costi straordinari di stampa di cataloghi che si sono trasformati in alcuni casi in veri e propri oggetti da collezione.

È utile interrogarsi su questo tema, non tanto per discutere il modello economico alla base di questo tipo di eventi, quanto sopratutto per interrogarsi in modo approfondito sulla sostenibilità di questo sistema e quindi forse chiedersi, o tornare a chiedersi, quali sono le grandi mostre necessarie, quali sono i progetti culturali sostenuti da una reale esigenza di approfondimento e ricerca, quali apportano realmente una capacità di ampliamento degli orizzonti culturali.

Non si vuole in alcun modo con questo discutere aprioristicamente il modello delle grandi mostre per un pubblico ampio e interessato, che in molti straordinari casi è un vero moltiplicatore di cultura popolare e “di massa”, nel senso migliore del termine, ma forse interrogarsi sul modo di contenere i costi di un settore che farà fatica a ripartire secondo le logiche fino a qui adottate.

Provando per esempio a riflettere su come introdurre logiche di programmazione che amplino la capacità di azione, di durata, di coinvolgimento territoriale dei singoli progetti, magari attraverso l’attivazione di maggiori e più complesse reti di collaborazione nella scrittura di programmi collaterali di lunga durata, di public program interdisciplinari costruiti coinvolgendo gli attori presenti sul territorio in maniera ancora più ampia, strategica e strutturale di quanto non si sia abituati a fare: trasformando una grande e bella mostra da evento globale a progetto glocale, radicato, produttivo.

Analogamente penso al lavoro portato avanti in molti casi dai musei, alle strategie messe in campo per vitalizzare la fruizione dei propri spazi e il proprio rapporto con il pubblico; a volte si tratta di strategie fortemente sbilanciate sugli eventi temporanei; potrà rivelarsi utile approfittare di questa contingenza per tornare a riflettere in modo più diretto e approfondito sulle proprie collezioni, rimettere al centro un lavoro di ricerca collegato alle motivazioni culturali fondanti delle proprie collezioni.

Oppure ancora, pensiamo al tema dello spettacolo dal vivo; teatro, musica, danza, sono mondi che hanno già cominciato a interrogarsi sulla sostenibilità delle proprie manifestazioni, sulle possibili condivisioni. Questi ragionamenti vanno portati avanti e vanno approfonditi; si dovrà analizzare la possibilità e la capacità di produrre eventi a costi contenuti, bisognerà riflettere sulle durate dei progetti, sulle tenute dei singoli spettacoli, sulle repliche e sul numero di riproduzioni in relazione a una singola produzione. Tutto questo forse può portare a un contenimento dei costi in un sistema che oggi difficilmente potrà contare sulle stesse risorse o dovrà comunque interrogarsi sull’uso delle risorse a disposizione.

Per lavorare a questi obbiettivi sarà forse possibile fare leva sulla capacità di cooperazione tra diverse strutture; per contenere e suddividere i costi di produzione sarà forse opportuno spingere sull’innovazione nella progettazione interdisciplinare, mettendo insieme capacità produttive di soggetti che operano in campi diversi, dalle arti visive a quelle performative, allo spettacolo, alle industrie culturali e creative; sono esigenze che non sono evidentemente nuove, ma che possono essere nuovamente pensate e sfruttate in un’ottica di sostenibilità.

Un focus su Milano, per una nuova cultura della prossimità

Il terzo capitolo di questa breve riflessione è un punto che riguarda specificamente la città di Milano, dove nel 2019 abbiamo iniziato una riflessione sulle politiche dell’offerta museale a partire dall’organizzazione dei Musei Civici, che aveva messo al centro il tema della relazione tra gli istituti e la città, tra i luoghi dell’offerta espositiva e il territorio di appartenenza, inteso come spazio fisico all’interno della città, ma inteso anche come spazio antropico e comunità di riferimento.

Questo lavoro è partito con l’obbiettivo di valorizzare la capacità dei musei e dei luoghi espostivi di giocare un ruolo di prossimità e relazione per il territorio cittadino: oggi questo tema appare di ancora più stretta attualità. Nato nella riflessione dell’Amministrazione come un’esigenza di politica culturale, volta ad attribuire ai musei una funzione specifica di attivazione di processi culturali a partire dalle relazioni di prossimità sul territorio cittadino oggi questo lavoro assume una valenza ancora più profonda e più radicale proprio in relazione all’esigenza di costruire processi che innanzitutto aiutino a riannodare i legami tra cittadini, le relazioni tra persone, che aiutino a ricostruire sentimenti di vicinanza, di empatia e solidarietà che questa crisi, che è stata innanzitutto un momento traumatico di messa in discussione del proprio sistema di relazioni, una crisi che ha blindato ciascuno in un proprio luogo recluso e precluso agli altri, ha compromesso e slabbrato.

In questa funzione di attivazione di azioni di connessione tra attori delle politiche culturali, luoghi dell’elaborazione e dell’offerta e comunità di riferimento non potrà che giovare un ampliamento di sguardo che, nell’ottica del progetto avviato dall’Amministrazione, si allarghi a comprendere non solo i musei civici ma sia rivolto a tutti gli altri soggetti che quotidianamente hanno alimentato in questi anni, in maniera più evidente o più carsica, le mille sorgenti dell’offerta culturale cittadina.

In questo senso Milano è una città privilegiata; gode della presenza diffusa e costante di una rete di soggetti straordinariamente interessante, articolata e varia, una rete territoriale che pur essendo tale rappresenta di per sé una capacità di sguardo internazionale, il cui mandato prossimo potrebbe essere proprio quello di rinsaldare i nodi di relazione, le maglie di una rete fatta di capacità creativa, scambio ideale che sappia diventare anche sforzo produttivo, spinta interdisciplinare che si trasformi anche in innovazione dei processi e dell’offerta, approccio comune e solidale a un’idea di cultura che parta dal territorio e che al territorio si rivolga quale bene primario per una ricostruzione di identità cittadina messa in crisi da un’epidemia che non solo ha decimato vite umane, ma che ha anche spazzato via risorse, progetti, legami.

È su questa trama che si potrebbe cercare di costruire, con pazienza, quel tessuto così improvvisamente lacerato; avere impostato questo lavoro prima di questa crisi consente di ritrovarci oggi con una riflessione già avanzata, sul tema della funzione del museo come luogo di prossimità, come luogo di relazione per la comunità, come luogo capace di ascoltare il territorio in maniera diretta.

Note