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15 Ottobre 2019

I modi di fare cultura stanno cambiando, ora non dobbiamo darli per scontati

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Condividiamo da anni una riflessione su modi alternativi di fare cultura, o per meglio dire come non dare per scontato la cultura in cui viviamo. Ed è evidente che la cultura non può essere considerata soltanto un mero prodotto, una collezione di pezzi d’arte da tenere in un museo, ma ha più a che fare con il modo in cui stiamo insieme, i gusti che abbiamo, e la coscienza critica e politica del nostro essere sociali. Per questo la forma degli spazi della socialità e l’organizzazione  degli spazi delle nuove istituzioni culturali, delle ritualità che li attraversano è diventato uno campo di sperimentazione e di analisi molto vasto.

Vieni a Molto Presto, prospettive d’azione dei nuovi centri culturali, la nostra 2-giorni di conferenze in Triennale Milano il 18 e il 19 ottobre per parlare di tutto ciò che riguarda i nuovi centri culturali.

È altrettanto sotto gli occhi di tutti come negli ultimi dieci anni i centri culturali abbiano attraversato un vero e proprio cambio di paradigma. Temi come la partecipazione, l’accessibilità, il rapporto con le piattaforme digitali e i dati, la interdisciplinarietà, sono rapidamente  diventate le nuove parole d’ordine. Tutti vogliono fare i centri culturali innovativi: musei, festival e teatri se non sono partecipativi, interdisciplinari, tecnologici, con modelli nuovi di governance… non sono sufficientemente alla moda. Ma la moda è la moda e nasconde spesso la difficoltà a passare dalle parole ai fatti…

Che i programmi culturali e i loro contenuti fossero solo una scusa per attirare gente non è una novità… la novità piuttosto è che oramai il modo in cui attiri la gente è diventato il contenuto… Insomma il modo in cui costruisci la relazione fra le comunità è il programma stesso.

Ecco siamo nel momento in cui le vecchie istituzioni culturali e bancarie, dopo una decina d’anni di meeting e indottrinamento su audience development e innovazione culturale stanno lentamente mutando pelle, per diventare finalmente un luogo di incontro, laboratorio interdisciplinare e casa delle comunità (con sempre annesso ristorante un po’ caro e una buona comunicazione social).

Insomma il valore che diamo alle proposte culturali si è spostato dal tipo di contenuto, al controllo sul capitale relazionale e la valutazione del suo impatto. Ma questa cosa ce l’ha cominciata ad insegnare il marketing culturale del ‘900 post-guerra.

Sembra di vedere una di quelle lezioni sulla pubblicità che fa Tognazzi ne La Vita Agra e poi la copertina de il Medium è il messaggio di McLuhan, e poi il ricordo delle assemblee fra le casalinghe di Affori in 150 Ore con Lea Meandri negli anni ’70, alcune righe super sottolineate in La grammatica della Moltitudine di P.Virno negli anni ’80, le battaglie sul free software anni ’90, Richard Stallman che passeggia scalzo avanti indietro come un guru, e poi il macello nel 2001 a Genova…

Insomma ce ne abbiamo avuti di indizi per capire che questo piano relazionale, questo piano della riproduzione sociale, il controllo del modo in cui ci comportiamo, questa esperienza dello stare insieme e conoscersi e incontrarsi, questa enorme produzione di dati riguardo i nostri costumi, è ciò che davvero vale, e quindi il campo di battaglia.

In una ventina d’anni siamo tutti diventati operai (senza saperlo) nel tempo libero

Gli operai pensavano di ricattare il padrone spegnendo la catena di montaggio, ma non si accorgevano che dopo poco il padrone smetteva di essere interessato ai prodotti della fabbrica, per cominciare ad essere molto più interessato al tempo libero dell’operaio. E in una ventina d’anni siamo tutti diventati operai (senza saperlo) nel tempo libero. La sconfitta del movimento operaio ci ha trasformati tutt* in casalinghe, cioè stressat* da lavoro di cura non retribuito. C’ha ragione da vendere Silvia Federici quando critica Marx: non è il ciclo di produzione il vero oggetto che interessa al capitale, ma il ciclo di riproduzione.

Ma quindi? Quindi abbiamo discusso per anni le caratteristiche del corpo sociale come nuova fabbrica. E ci siamo depressi parecchio perché è un soggetto frammentato, individualizzato, poco cosciente di valere così tanto… preferisce fare il/la rider su di un app, prende aerei lowcost per vedere l’ultimo festival o credersi imprenditore di se stesso aprendo una start-up, che aiutarsi a vicenda in una cooperativa o in un centro sociale. Abbiamo creduto che lo sciopero contemporaneo non fosse più lo sciopero sul posto di lavoro ma uno sciopero sociale, sciopero dalla riproduzione di questo modello sociale.

E le battaglie che sono sorte negli ultimi anni antirazziste, transfemministe, e ambientaliste, parlano proprio di questa intersezione. Movimenti che vogliono essere non normati, rifiutano di essere profilati, che rifiutano una norma di comportamento che sta sfruttando le risorse, definendo sulla linea della razza chi può vivere e chi deve morire, e norme che definiscono che qualcun* è maschio mentre qualcun altr* deve accontentarsi di essere femmina.

Abbiamo più strumenti a disposizione che consapevolezza

La distopia è quella in cui siamo cresciuti e che stiamo vivendo, ma credo che ci sia anche lo spazio della breccia e di una scoperta, ma ad una condizione: dobbiamo essere radicali e sinceri nel porre la domanda.

La verità è che la tecnologia ci sta accecando. Invece che essere un modo per costruire biodiversità, serve a normalizzare e controllare i nostri comportamenti. In questo rapporto feticista che abbiamo con schermi luminosi, conversazioni social, app, controllo chimico dell’umore, metodi di pagamento, e metodi di finanziamento ci stiamo sempre più comportando tutt* allo stesso modo. C’è una saturazione di strumenti e una mancanza di coscienza di come questi strumenti ci determinano. La vecchia contrapposizione fra conoscenza e coscienza, mi sembra molto attuale.

Abbiamo più strumenti a disposizione rispetto al grado di consapevolezza di che cosa questi strumenti siano e come contribuiscono a costruire ciò che pensiamo di essere. È ovvio che ciò che conta è il rapporto fra tecnologia e partecipazione, ma il problema è quale coscienza politica ha il soggetto che partecipa attraverso tecniche di costruzione del sé.

Per questo nell’epoca dove la riproduzione di un modello sociale (“la relazione”) è diventata per tutti i processi di valorizzazione il cuore della questione, dobbiamo fare reverse engineering, dobbiamo capire per quale costruzione tecnica siamo ciò che pensiamo di essere. E l’arte e la cultura, al di là della loro mercificazione e del processo di normalizzazione, sono il luogo di questa tecnica di consapevolezza: la porta di accesso al poterci riprogrammare come corpo sociale.

Nicola Capone, un amico insegnante di Liceo e attivista dell’Asilo Filangeri di Napoli, in un intervento in una assemblea questa estate a San Vito dei Normanni, ha detto che una delle finzioni che ci hanno abituato a credere ciecamente è la proprietà privata.

Ci trovavamo all’interno di una settimana densissima partecipata da decine di giovani da tutta Italia organizzata dal La Scuola Open Source ad Ex-Fadda per aprire dieci spazi socio culturali della municipalità. Tutti avevano cominciato a dire: dobbiamo essere meravigliosi!

Nell’assemblea autogestita di artisti di Macao a Milano usiamo il progetto Commoncoin per co-disegnare il mutuo aiuto fra i progetti interni

Su uno dei muri delle aule in cui lavoravamo c’era un disegno lunghissimo titolato Algoritmo del Comune. In pratica era la procedura dettagliata che abbiamo co-scritto per poter costruire un’assemblea e prendersi cura di uno spazio urbano senza gestirlo in modo esclusivo, al di là del pubblico e del privato. E’ di questi gesti di immaginazione e di costruzione di cui sto parlando.

Pochi giorni dopo mi sono trovato al primo piano di un edificio enorme in Alexanderplatz del comune di Berlino. È Haus der Statistik, anch’essa uno spazio abbandonato di importantissima rilevanza storica in cui stavamo lavorando per concepire una forma alternativa di istituzione culturale. In otto stanze diroccate, c’erano otto alveari incastonati in colonne triangolari composte da vecchie porte. Ogni alveare era immerso in sensori che trasmettevano dati visibili in dei monitor a fianco. Il progetto si chiama Beecoin: una comunità di apicoltori scienziati e artisti, hanno deciso di imparare dalle api il modo in cui si organizzano e si relazionano allo spazio urbano, e di collegare il meccanismo di distribuzione di monete fra chi se ne prende cura al livello della salute delle api.

In molti contesti come questi ci troviamo a spiegare come da anni nell’assemblea autogestita di artisti di Macao a Milano usiamo il progetto Commoncoin per co-disegnare il mutuo aiuto fra i progetti interni e la costruzione di un Basic Income per i partecipanti.

Parlare di innovazione culturale e uso delle tecnologie, per me ha a che fare con questa forza di riprogrammare il nostro modo di vivere e le alleanze che possiamo costruire. E questo non può avvenire senza un salto di immaginazione, un salto affettivo, irriverente e desiderante.

Propongo come campo di riflessione il concetto di Intelligenza Comune

Qualche anno fa sul tetto di Macao ricordo una delle tante conversazione con Bifo. Con lo sguardo perso in orizzonti infuocati dall’apocalisse, disse una cosa semplice e molto pertinente: mai come ora etica ed estetica sono vicine, quasi a coincidere. La costruzione della nostra percezione dipende dal modo in cui ci comportiamo. Se sono algoritmi che stanno sempre più determinando i nostri comportamenti, la nostra percezione si sta sempre più appiattendo su questi pattern. Se invece vogliamo fare arte, e cioè aprire le porte della percezione, allenare il sentire, dobbiamo comportarci in un altro modo.

Da Cambridge Analytica a un ordine su Amazon, è sempre più sotto gli occhi di tutti come algoritmi digitali stanno monitorando i nostri profili e determinando i nostri comportamenti sociali, culturali ed economici. Il campo di battaglia io credo sia questo: come acquisiamo coscienza di poter determinare altre procedure, co-scrivere altri algoritmi.

Credo che sia per questo che Salvatore Iaconesi e Oriana Persico siano così convinti nel radicare il concetto di dato e intelligenza artificiale, all’interno dei processi affettivi di autodeterminazione di comunità, lontano dalle grandi scale ma radicat* nei quartieri poveri di una città. Per questo parliamo di Algoritmi del Comune: come possiamo determinare procedure di vita altra.

Al di là della super abusata intelligenza artificiale, io propongo come campo di riflessione il concetto di Intelligenza Comune, dove le alleanze fra macchine, risorse, mondo organico riescono a uscire da questa finzione dispotica per costruire mondi altri.

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