Nessuno è perfetto nella società delle norme

Nella prima stagione di The Leftovers il protagonista della serie, Kevin Garvey, capo della polizia della sperduta cittadina americana di Mapleton, cerca disperatamente di mettere in scena la propria routine quotidiana, nello stesso modo in cui si svolgeva prima che un inspiegabile e inquietante evento, la sparizione nel nulla del 2% della popolazione mondiale, sconvolgesse la vita di tutti. Così, rapiti come lui dall’angosciante sparizione di massa, vediamo Kevin indossare gli indumenti da runner per estenuanti sessioni di corsa mattutina, oppure ancora assistiamo ai suoi maldestri tentativi di addomesticare un cane randagio o di fare una ramanzina alla figlia adolescente. In altre parole chief Garvey tenta un nostalgico e impossibile ritorno alla normalità che precede la catastrofe. Cosa lo spinge, in un mondo in cui il senso della vita umana è stato fatto a brandelli da un avvenimento incomprensibile, a rifugiarsi nella propria divisa da poliziotto? Perché, ritornando al nostro contemporaneo, i movimenti centripeti della modernità, distruttori di Templi e Leggi, hanno lasciato sulla scena un’imprevisto bisogno di servitù volontaria?

È a questa e ad altre domande che cerca di rispondere Il soggetto delle norme, testo piacevole – cosa rara per la filosofia politica – di Pierre Macheray, pubblicato da ombre corte per la cura di Girolamo De Michele, voce anche di una conversazione con l’autore riportata a chiusura del libro. Attraverso un sentiero tortuoso, ibrido di deviazioni e vicoli ciechi, tracciato da Marx e Foucault, Althusser e Deligny, Fanon e Sartre, il filosofo francese rilegge le dinamiche soggettivanti del contemporaneo sotto la luce sinistra del concetto di norma. Cos’è una norma e cosa ne differenzia gli effetti dal regime delle leggi, strumenti degli Stati sovrani dell’età moderna?

A differenza delle leggi che operano su una logica binaria di inclusione/esclusione, amico/nemico, imponendo le proprie sanzioni ai soggetti confinati nel secondo polo di queste coppie antitetiche, la logica delle norme non è “operativa”, «come lo è un intervento esercitato da un agente su un terreno o un materiale indipendente» ma riveste la forma della razionalizzazione, cioè di un’azione «immanente al suo campo d’intervento» (p. 9) e che contribuisce a produrre, con dolcezza, senza la violenza coercitiva della legge. Attingendo a piene mani dalla cassetta degli attrezzi del pensiero foucaultiano, Macherey ripercorre i nodi principali dell’analisi del potere che Foucault produsse nei suoi Corsi, dalla nozione di disciplinamento al concetto di biopolitica. La norma è in questa prospettiva «una forma di legalità che è stata naturalizzata, essenzializzata, il che ha permesso di incorporarla all’essere dei soggetti ai quali si applica; questi ultimi sono destinati ad essere giudicati sulla base della disposizione ad agire di cui sono accreditati» (p. 78), si inseriscono cioè in una serie statisticamente prevedibile, misurabile, calcolabile.

Il processo di razionalizzazione imposto dalle norme istituisce a partire dalla fine del XVIII secolo nuove modalità di controllo sociale, una società delle norme, in cui l’obbedienza volontaria e i rapporti di dominazione e sfruttamento sono fondati su un presunto ordine oggettivo delle cose – il mercato del lavoro, la sicurezza globale, la società delle competenze – da cui s’irradia ogni novello principio d’autorità. Poiché le norme partecipano della produzione del proprio campo d’intervento, la loro peculiarità è di agire larvatae, presentandosi come un coacervo di relazioni orizzontali, dal basso. I soggetti che prendono parte a questo campo di possibilità sono formati, modellati, assoggettati dalla loro azione dolce.

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