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12 Luglio 2019

La neurosostenibilità si ottiene ritrovando il corpo e lasciando libera la mente

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Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un mio articolo, dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità. Nel pezzo provavo a sviluppare un ragionamento e una domanda, ovvero: il lavoro culturale, sempre più spesso precario, mal retribuito, pone nella vicenda quotidiana di molti, moltissimi, un tema cruciale, quello della sostenibilità economica della professione e, di conseguenza, della sua sostenibilità esistenziale, specie quando il lavoro comporta un carico significativo di ansia e fatica; ma che cosa accade quando il lavoro precario, o più lavori precari, più commissioni, con il relativo portato di stress e cronica incertezza, si combinano, per esempio, con un utilizzo intensivo dei device? E che cosa succede quando si è costretti ad accettare tutti i piccoli lavori che ci vengono offerti? Quanto a lungo è possibile sostenere un certo ritmo di vita e lavoro? Ecco che forse, mi dicevo, si pone un tema ulteriore: quello della neurosostenibilità del lavoro culturale.

Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare.

In questa quarta puntata (qui le precedenti), a rispondere alle nostre domande sono Anna Cagnazzi e Xenia Chiaramonte, che ringraziamo. Anna è una maestra elementare a contratto. Ciò significa, tra le altre cose, che ogni nuovo incarico prevede un periodo di conoscenza tra la classe e l’insegnante, di acquisizione di famigliarità con i bambini, di scoperta dei loro desideri, per poi a un certo punto doversene separare. Xenia, invece, è una ricercatrice in Sociologia del Diritto e, a quanto pare, ogni tanto ha bisogno di lasciar riposare la mente e far lavorare il corpo.

ANNA CAGNAZZI (foto di Vito Petronella)

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 35 anni e faccio la maestra elementare con contratti a termine.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Mi ricordo piuttosto tesa e spaventata. Le ambizioni sono venute dopo, quando ho cominciato a darmi una forma nella scuola. Mi aspettavo un ambiente certamente eterogeneo rispetto alla qualità dei rapporti con colleghi, alunni e genitori, ma complessivamente accogliente e collaborativo, un luogo di socialità spontanea. Sapevo che sarebbe stato piuttosto difficile, non penso di aver mai sottovalutato il carico umano, sociale e professionale che l’insegnamento implica. Tutto questo in parte mi spaventava, ma allo stesso tempo mi attraeva e mi dava entusiasmo.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?


Assolutamente sì. Lo avverto anche parlando con colleghe e colleghi che sono nella scuola da più tempo di me e che giungono a definire, questo, un lavoro logorante. Usano spesso questo aggettivo: logorante. È una difficoltà fisica e mentale che osservo puntualmente: le classi possono essere più o meno numerose (la media che ho incontrato finora va dai 20 ai 25 alunni – non pochi – ma esistono anche classi da 29-30 alunni) e in ognuna si registra un aumento di casi di disturbi dell’apprendimento e del comportamento o di natura psichica generale.

Parliamo di una direzione dibattuta e già ampiamente illustrata dagli ultimi report del MIUR e rilevata dalla Società Italiana di Psicopatologie. Altro tema della scuola contemporanea è quello della multiculturalità e del plurilinguismo. A fronte di questi cambiamenti, si dovrebbe realmente investire sulla formazione dei docenti, sull’affiancamento di professionalità strutturate per un’osservazione psicologica più adeguata possibile, sulla presenza di mediatori culturali, sulla riduzione del numero di alunni per ogni classe, su strutture idonee. Dare tempo, respiro, spazi (fisici e di azione). Invece la risposta va nella direzione di continui tagli all’istruzione. Senza un piano d’intervento mirato, a sostegno di alunni e docenti, il grado di attenzione e ascolto della classe si abbassa necessariamente e il livello di stress generale aumenta per tutti.

La continua necessità di adeguamento alle innovazioni tecnologiche e ai mutamenti sociali, si associa a una progressiva burocratizzazione della scuola, cioè a una serie di obblighi che tendono ad alienare il docente dal suo compito primario educativo, a metterlo in competizione, a porlo sotto continue lenti d’ingrandimento, facendogli percepire una sempre minore libertà di azione, togliendogli tempo per l’osservazione e la progettazione libera. È questo, infatti, il tempo che ha concepito l’INVALSI, un algido e standardizzato sistema di valutazione nazionale finalizzato a creare una graduatoria di eccellenze, non di efficienze. Anche a me è capitato di vivere una situazione di burnout in un periodo di forte stress da lavoro. Mi ha spaventata molto. Non pensavo di poterla subire e invece è successo. Uscirne ha significato acquisire consapevolezza e soprattutto imparare a staccare la spina, a darmi dei tempi, a non essere fagocitata totalmente dal mio ruolo professionale.

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi o è un tema tabù? E con i tuoi amici?  

Sì, tra colleghe ne parliamo continuamente e, anzi, il loro appoggio è stato fondamentale nel momento di difficoltà. 
Ne parlo molto anche con amici e amiche, soprattutto ho bisogno del confronto con quelle persone che sono fuori dal mondo della scuola, ma con cui condivido una visione sociale e culturale. Mi serve molto il loro parere perché mi restituisce lucidità, mi riporta alle cose semplici di questo mestiere e allo sguardo sull’infanzia con cui ho iniziato a lavorare nella scuola e che vorrei mantenere.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi?


Sin dal primo giorno d’insegnamento mi è stato chiaro che il nostro è un lavoro primariamente relazionale. Mi sono subito resa conto di quanto fosse complicato “tenere la classe”. Tenerla, ma senza rigidità, dando e guadagnando fiducia, definendo tempi e regole di convivenza. Ho subito imparato quanto fossero importanti l’osservazione e il dialogo, la scoperta dei desideri di ogni bambina e bambino e del gruppo nel suo insieme.

Ogni anno, in ogni istituto e classe che cambio va via un tempo necessario – diciamo anche metà anno scolastico – per raggiungere il pieno ambientamento e un rapporto costruttivo con colleghe/i, bambine/i, dirigenti, bidelli e genitori. La prima classe che mi fu affidata mi mise subito a dura prova. Alla ricerca di un equilibrio ci lavorammo insieme, io e i bambini. Ero la loro insegnante prevalente e fu un lavoro intenso. Dopo due mesi e mezzo la maestra che sostituivo rientrò in servizio e io dovetti cambiare incarico. Lo ricordo come uno degli abbandoni più duri della mia vita che, però, mi ha portato a darmi una misura nelle esperienze successive.

Il mio lavoro è ancora precario e questo non mi consente la continuità nelle classi in cui opero, sui progetti, sulla crescita (che è reciproca). Nel tempo ho imparato a trarre vantaggio da questa mobilità che, comunque, mi permette di conoscere contesti diversi, colleghe/i e metodi differenti, dirigenti e modi di interpretare le normative e il rapporto col collegio docenti, di mettere alla prova me stessa e di conoscere storie diverse. Non abbandono, naturalmente, il desiderio di portare avanti una classe per l’intero ciclo: la qualità del lavoro certamente cambierebbe.

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

Il timore più forte è quello di perdere curiosità. Se dovesse succedere, penso che scapperei via dalla scuola perché creerei danni a me stessa e agli altri. Credo sia un lavoro che bussa continuamente alla porta della nostra sfera intellettiva ed emotiva. Quando c’è stata la crisi che accennavo prima, ero pronta a lasciare tutto. L’aiuto fondamentale di un amico e di alcune colleghe mi è servito a capire che non era buia la realtà, ma la visione che io avevo di essa, inquinata da situazioni esterne a me, che tuttavia potevo controllare. Lavorando a scuola ho conosciuto la depressione infantile e varie forme di disagio psichico che interessano le ultime generazioni e che sono lo specchio diretto della società attuale.

Penso che la scuola mantenga un ruolo fondamentale nell’interpretazione e nell’accoglimento dei cambiamenti. Di fronte a questo compito non può sottrarsi, come non può irrigidirsi, altrimenti fallisce del tutto. “Speranza” è una parola che non mi è mai piaciuta perché trovo che corrisponda a un atteggiamento passivo, rinunciatario. Credo sia importante, invece, problematizzare le esperienze, dargli un senso. Vale anche per la sfera privata, naturalmente. Lavoro e vivo facendo in modo che il mio presente e il mio futuro siano emotivamente, affettivamente e professionalmente più consapevoli possibile.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?


Penso sia fondamentale per me – e in generale per un insegnante – coltivare un’idea alta di qualità della vita, intesa come interiorità, affettività, individualità e, poi, collettività. Penso sia fondamentale stare criticamente nella società. Far fede a una libertà di insegnamento tutelata da un regolamento, questo davvero moderno, che raccoglie le Indicazioni Nazionali per l’Insegnamento e che sostituisce la vecchia idea di Programmi Ministeriali. 
Su tutto, comunque, l’idea è di non smettere di formarmi. Ho da poco intrapreso un percorso, piuttosto impegnativo e lungo, orientato verso un modello pedagogico non convenzionale.

Sto imparando molto, ma soprattutto sento riconosciuta, riconoscibile e condivisa, una idea di infanzia, crescita, apprendimento, cura e senso pedagogico che facilmente può venire meno nella gestione quotidiana degli impegni e delle pressioni. Nella scuola pubblica italiana convenzionale sono innumerevoli le storie di insegnamento felice. Sono dei veri fari. Auspico che nel tempo si scelga di investire sempre più e sempre meglio nell’istruzione e nell’educazione, affinché queste storie felici non siano solo espressioni individuali, ma una condizione e una possibilità per tutti.

XENIA CHIARAMONTE

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 31 e ho appena chiesto la disoccupazione dopo un anno di assegno postdottorale, il primo. Mi occupo di ricerca in Sociologia del Diritto.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Gli stessi di adesso, ovvero fare ricerca. La ricerca m’interessa per diversi motivi. M’interessa la forma di vita che si crea, nel bene e nel male, mediante un lavoro cognitivo. Detesto gli orari di ufficio, credo che mi toglierebbero la serenità, mi sentirei sfruttata, e poi, anche se sfruttata lo posso essere anche adesso, con la ricerca, tuttavia, sei più padrona del tempo, ma devi essere brava a gestire il non-lavoro, a non perderti… Inoltre nel lavoro di ricerca so che seguo i miei progetti, non quelli altrui, di una azienda, o di un’altra istituzione, e al momento questa situazione mi soddisfa e mi gratifica. La mia ambizione non è tanto quella di diventare un professore, ma di avere una strada per assecondare e fare crescere le mie esplorazioni.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Sicuramente: stress, ansia, scadenze, gestione della precarietà, desiderio di una maggiore scansione del tempo per non farselo prendere tutto dal lavoro cognitivo. Esempio: oggi ho trascorso una giornata generosa con me stessa, ma molto diversa dal solito. Nella mia giornata tipo studio, leggo, ascolto, m’informo. Scrivo, anche se non spesso, dato che per me la scrittura è sempre preceduta da un lungo tempo di preparazione. Oggi invece sono stata tutto il giorno a sbrigare delle faccende fisiche, anche pesanti. Ho trasportato piante, terra, mobili etc., ho guidato, ho ascoltato musica in macchina. Ho curato le piante una volta tornata a casa. Questo lavoro, in certo senso pratico, è raro per me, ma è salutare. Curare le piante è la mia meditazione. Fare sport, andare in bicicletta, sono necessari per il corpo, ma soprattutto per la mente. In sintesi: benché mi soddisfi, il lavoro cognitivo espone allo stress, alla fatica, ai nervi, alla sedentarietà…

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù?

Ne parlo, non è un tabù, anche se non è facile essere capiti da chi non vive la stessa condizione.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Il mio bilancio è ancora positivo, ho tante soddisfazioni anche se rimane la precarietà economica. Non ho perso il senso che davo prima al mio mestiere.

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

La speranza è quella di poter continuare a sviluppare le ricerche che m’interessano e appassionano, di diffonderle, di condividerle, e di essere pagata decentemente per farlo, in modo stabile o comunque non troppo a intermittenza; vorrei continuare a viaggiare molto e a vivere per alcuni periodi all’estero, vorrei avere dei figli senza dover pensare che non posso permettermelo.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Forse avrei bisogno di scandire meglio il tempo, non dimenticarmi di fare dello sport, e proseguire il mio lavoro da una postazione molto molto vicina al mare

 

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