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28 Maggio 2019

Interviste sulla neurosostenibilità: il lavoro culturale alla prova pratica

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Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un mio articolo, dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità. Nel pezzo provavo a sviluppare un ragionamento e una domanda, ovvero: il lavoro culturale, sempre più spesso precario, mal retribuito, pone nella vicenda quotidiana di molti, moltissimi, un tema cruciale, quello della sostenibilità economica della professione e, di conseguenza, della sua sostenibilità esistenziale, specie quando il lavoro comporta un carico significativo di ansia e fatica; ma che cosa accade quando il lavoro precario, o più lavori precari, più commissioni, con il relativo portato di stress e cronica incertezza, si combinano, per esempio, con un utilizzo intensivo dei device? E che cosa succede quando si è costretti ad accettare tutti i piccoli lavori che ci vengono offerti? Quanto a lungo è possibile sostenere un certo ritmo di vita e lavoro? Ecco che forse, mi dicevo, si pone un tema ulteriore: quello della neurosostenibilità del lavoro culturale.

Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare. In questa seconda puntata (qui la prima) incontriamo Dario De Marco e Elenia Beretta. Dario è un giornalista, sospetta di soffrire un po’ di FOMO (acronimo di «Fear of Missing Out», ovvero la fobia di non essere a sufficienza sul pezzo quando non si è on line, Ndr) e in un quasi flusso di coscienza, consapevole dei lettori in fuga dai giornali, si chiede: «Quindi, per chi scrivo? Per l’ufficio stampa che segue il libro e così fa contento l’editore […]?». Ottima domanda. Ilenia Beretta, invece, è illustratrice e per quanto non le sia estraneo un certo paradosso delle vite di oggi -lavora anche quando non lavora- si ritiene una persona felice. Un grazie a entrambi.

DARIO DE MARCO

Dario De Marco

Quanti anni hai e che lavoro fai?



Sono nato nell’aprile 1975, quindi vado per i 45.
 Giornalista. Attualmente nella redazione del sito di Esquire Italia, ma nella mia ormai lunga esperienza ho fatto un po’ di tutto: sono stato stagista, precario, freelance, consulente, disoccupato… A un certo punto avevo addirittura smesso (cioè, ero uscito dall’industria culturale e facevo un lavoro che non c’entra niente, non era neanche di concetto o, lato sensu, impiegatizio, è stato il periodo più faticoso e sereno della mia vita). Dico questo per dire che so cosa significa, e che la precarietà oramai è interiorizzata, è una condizione mentale, più che economica.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?
Volevo fare il giornalista e lo scrittore, anzi a essere sincero volevo fare il giornalista per fare lo scrittore. E insomma, se pure con un percorso ondivago e contorto, direi che ci siamo, all’incirca: faccio il giornalista, più o meno l’ho fatto per la maggior parte della mia vita lavorativa; scrittore non mi definirei, almeno per ora, ma insomma qualche libro l’ho scritto, un paio addirittura pubblicati. Non mi lamento, anche se penso che il meglio debba ancora venire.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?



Personalmente sono uno che somatizza molto e tendo a manifestare il disagio più sul piano fisico che psichico. Perciò poca ansia, zero depressione, zero attacchi di panico, ma nei periodi di maggior stress o quando, anche inconsciamente, intravedo delle difficoltà, ecco che si scatena la colite, che aumenta la forfora, che partono le apnee notturne, e vai di torcicollo, mal di schiena, tosse secca. 
Le cause sono quelle: la precarietà introiettata, la competizione, i dubbi sul futuro, il fallimento dell’INPS, il famoso «turbocapitalismo», insomma.
Una buona parte viene, come si è detto in più luoghi, dai social, dall’uso compulsivo dei device, dalla vita iperconnessa e alla ricerca di continue microgratificazioni, e forse pure dagli attacchi di FOMO che ci vengono quando siamo offline, e dall’invidia che ci rode quando siamo on line. È un meccanismo perverso e ben noto, e devo dire che poi, involontariamente, ci contribuiamo tutti: io per esempio da un po’ di anni ho capito che lamentarsi e incistarsi sulle cose che non vanno bene ha poco senso, quindi cerco di mettere in circolo energie positive. In pratica, se sono triste o incazzato me ne sto per i fatti miei, ma se mi capita qualcosa di bello lo condivido. E questo atteggiamento, però, che parte con ottime intenzioni, finisce per contribuire allo show off collettivo, a quel famoso meccanismo per cui tutti online dipingiamo le nostre vite migliori di quello che sono, scatenando l’invidia altrui. 
Lungi da me parlar male di Facebook, tuttavia, che forse mi ha fatto trascorrere tante serate inutili tra meme e fatti degli altri, ma senza il quale non avrei trovato due degli ultimi tre lavori che ho cambiato, e dunque: grazie Zuckerberg. (A meno che, si potrebbe obiettare, questo non sia stato l’amo attraverso il quale il Sistema mi ha riacciuffato, dopo che ero balzato fuori dalla rete, e mi ha riportato sull’ingranaggio nel quale sono più funzionale)

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù?

Con i colleghi si parla più che altro delle testate che chiudono, della foliazione che si riduce, dei tagli ai compensi per i freelance, del sindacato e dell’ordine dei giornalisti che non si capisce bene se stanno dalla  nostra parte o meno. Insomma, la solita tiritera della classe disagiata. Quello che si potrebbe definire l’aspetto neurologico della questione è un po’ rimosso, o quantomeno ridimensionato a commenti tipo: «sto tutto esaurito».
Con gli amici magari si parla più apertamente, ma manca appunto il collegamento con la questione lavorativa e pubblica: ragà, vi sembrerà strano, ma fuori di qui ci sta gente che lavora e che non ha la minima idea di cosa vuol dire sentirsi come ci sentiamo noi. Non dico che ci sono settori che non hanno conosciuto la crisi (ci sono), ma forse c’è una dicotomia più netta lavoratore/disoccupato, quindi ci sono anche storie tragiche, ma magari manca il lento logorio che caratterizza e affligge gli operatori della cultura.
Quindi la risposta sintetica è no, non ne parlo con nessuno. E come me, suppongo molti altri. Questo è il motivo, secondo me, per cui l’articolo da cui partono queste sette domande ha avuto tanto successo: ha messo il dito nella piaga.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi?

Un bilancio credo di averlo fatto già un paio di risposte sopra. 
Il senso, ecco il punto, a volte è il senso che si perde. Faccio un esempio: quando mi occupavo di recensioni di libri per un quotidiano, a volte mi rendevo conto che era un gioco a somma zero. Scrivo, mi dicevo, per un giornale che comprano sempre meno persone, e di queste sempre meno arrivano a leggere le pagine della cultura, e di queste ancora meno leggeranno il mio pezzo, e ancora meno leggeranno il libro di cui parlo. Quindi, per chi scrivo? Per l’ufficio stampa che segue il libro e così fa contento l’editore, un editore che magari sottopaga e probabilmente licenzierà l’ufficio stampa, perché anche lui sa che non gli fa vendere copie, e che forse tra qualche mese o anno chiuderà baracca? O forse scrivo per me, per i soldi che il giornale mi riconosce, sempre meno e sempre più in ritardo?

Insomma: COSA CAZZO STO FACENDO?
Il senso bisogna trovarlo in qualche modo, in qualche forma: non per forza un ideale o una missione di vita, può pure trovarsi in una convenienza o in un vantaggio pratico, quindi un senso mediato e indiretto; addirittura può essere esterno, cioè se ad esempio l’azienda per la quale si lavora ha una visione ben determinata e degli obiettivi chiari. È una provocazione, ma solo fino a un certo punto. Meglio lavorare per un capitalista felice, per esempio, che in una cooperativa di compagni depressi.




Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?



Vedo un futuro terribile e vedo un futuro splendente. A volte mi faccio quel giochino da manuale di self help: come ti visualizzi tra 10 anni? Ecco, a seconda dell’umore, mi vedo a dormire sotto un ponte e a chiedere l’elemosina per strada o direttore del Corriere della sera e vincitore del premio Strega.

E il bello è che potrebbero tranquillamente verificarsi entrambe le ipotesi: sono situazioni estreme e perciò improbabili, ma come dire, meno improbabili rispetto a qualche tempo fa. Certo c’è sempre l’ampio spettro di situazioni intermedie, la cosa più facile è che continui così, in quest’area mediana e mediocre, ma ho come l’impressione che questa fascia si sia ristretta: che mentre prima le possibilità di piombare in situazioni estreme erano tipo l’1%, e quindi la distribuzione era 1-98-1, oggi sia 10-80-10, se non addirittura 20-60-20. Ed è questo, precisamente, che chiamiamo precariato mentale.

A volte penso a mio padre, che era un insegnante di scuola superiore. Lui alla mia età aveva già alle spalle 20 anni di servizio ininterrotto, 20 anni di lezioni e ferie d’agosto e tredicesime, e soprattutto sapeva benissimo quello che lo attendeva, altri 20 anni uguali, fino alla meritata pensione, e così è stato. Ci penso e lo invidio, a volte, vorrei avere la stessa solidità, le stesse sicurezze.

D’altra parte poi penso: ma davvero vorrei la strada segnata e nessuna sorpresa per il futuro? E la risposta è no, manco per il cappero.
D’altra parte, e ancora una volta rovesciando la prospettiva, si potrebbe ben dire che questo è il modo in cui ci hanno incastrato: l’ideologia individualista, l’estrema esaltazione del libero arbitrio, la mistica del «tu sei speciale»: tutti modi per farci accettare questo sistema di instabilità permanente, anzi per farcelo piacere: non voglio essere Fantozzi,  piuttosto lavoro fino a mezzanotte e nel weekend, ma è la vita che ho scelto: freelance pride, alé.
Questione di punti di vista, e ognuno dei due fa sembrare ingenuo e ridicolo l’altro.



Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?



C’è un convitato di pietra, una cosa di cui non abbiamo parlato, eppure sta sempre lì: le pillole. Parlando di neurosostenibilità, e vivendo in un’epoca in cui, come diceva Mark Fisher, il disagio sociale è ridotto a malessere privato, e poi medicalizzato, e infine curato con la chimica, stante questa situazione, la domanda è: sì ok, bravo, ma quanti tranquillanti prendi?
Io, zero. Sono uno che non prende neanche la tachipirina finché non ha 41 di febbre. Ma il ragionamento è quello: se devo ingurgitare qualcosa, da una fetta di pane e olio al peyote, non è per stare normale, è per stare meglio. Perciò sono contro le droghe potenzianti come la cocaina e pro per quelle psichedeliche. Perciò mi lasciano abbastanza freddo anche gli entusiasmi per questo o quel potere curativo della marijuana. Per me la chimica o è ricreativa o non è. Sia chiaro, non è una critica a quelli che prendono pillole per tirare avanti, sto esponendo una preferenza, anzi raccontando una prassi, personale.

Potrei essere semplicemente abbastanza sano o abbastanza stupido da credere di essere sano.
I buoni propositi per il lavoro non riguardano il lavoro, sono quelle cose che faccio mentre non lavoro e che hanno un influsso positivo in termini di idee e di umore sul lavoro, e sulla vita. Faccio yoga. Suono la chitarra. Medito. Cammino per lunghi tratti. Cucino. Gioco coi bambini. Vado a cena fuori con mia moglie. Leggo libri e guardo film. Parlo con mia madre e con altre persone molto lontane da me per età o carattere. Studio l’i-ching. Queste sono alcune cose che faccio, in minima parte, e che vorrei fare di più, semplicemente perché mi fanno stare bene. Vorrei tornare a fare volontariato, per esempio.  Dedicare tempo ed energie in modo gratuito è un grande esercizio spirituale. Non è altruismo, è egoismo. E poi penso che quando si regala qualcosa, in qualche modo qualcosa ritorni. Chiamatelo pure pensiero magico, non mi offendo. E neanche lui si offenderà.

ELENIA BERETTA

Elenia Beretta

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 31 anni e lavoro come illustratrice.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Il mio percorso di studi è iniziato all’istituto professionale di grafica pubblicitaria. Non sapevo con esattezza che cosa avrei voluto fare da grande, ma ero sicura che avrebbe dovuto essere una professione creativa. Ho sempre disegnato, mia madre dipinge e grazie a lei mi sono avvicinata al mondo dei colori. Finita la scuola ho lavorato come grafica in una famosa azienda d’abbigliamento per ciclismo, ma dopo 5 anni non era soddisfatta, sentivo la necessità di provare un altro percorso. Ho scoperto il mondo dell’illustrazione attraverso internet, e da quel momento ho iniziato a seguire workshop, scuole serali e poi dopo molto tempo ho fatto il MiMaster a Milano, cioè una scuola d’illustrazione editoriale. Da quel momento ho puntato tutto sul mio percorso professionale, che poi si è completamente mischiato con la mia vita privata.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Il fatto che una passione diventi un lavoro comporta, secondo me, uno stress maggiore. Prima di tutto perché succede che anche quando lavori non lavori, di conseguenza quando non lavori, lavori sempre. Inoltre a livello psicologico ci sono degli up and down fortissimi, dati da un’economia instabile e richieste di lavoro che si condensano solo in certi periodi, mentre in altri c’è il vuoto. Ho molte incertezze, si, e a 31 anni non avere stabilità economica può creare molta ansia. Non è facile progettare a lungo termine con queste condizioni.

Illustrazione di Elenia Beretta

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù? 

Si, è facile parlare di queste cose all’interno della mia community e credo che sia importante farlo per sostenerci a vicenda.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Devo dire che ogni anno aumenta il lavoro e mi avvicino piano piano ai piccoli obiettivi che mi sono posta. Vorrei semplicemente più stabilità, questo è il mio prossimo goal. Il senso del lavoro che svolgo è prima di tutto la ricerca di una soddisfazione personale. Nonostante le varie problematiche, devo però ammettere che questa professione riesce a darmi un’immensa gioia. Mi sento soddisfatta quando disegno, quando penso a nuovi progetti e quando finisco un’illustrazione. Amo comunicare attraverso immagini.

Illustrazione di Elenia Beretta

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

La mia più grande paura è trovarmi costretta a cercarmi un lavoro «normale» per avere un po’ di stabilità. La mia speranza più grande, al contrario, è raggiungere questa stabilità continuando a fare il mio lavoro, magari con il supporto di un agente. Credo fortemente che gli obbiettivi si possano raggiungere con impegno e dedizione, e questo va al di là della professione.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Penso già di essere molto felice, del mio lavoro e della mia vita. Per raggiungere i miei obbiettivi, devo solo impegnarmi tutti giorni, lavorando duramente per migliorarmi come professionista.


Immagine da Unsplash

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