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30 Ottobre 2019

Gioie e dolori del lavoro culturale: lavorare in vacanza e non dimenticarsi mai i libri

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Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un mio articolo, dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità. Nel pezzo provavo a sviluppare un ragionamento e una domanda, ovvero: il lavoro culturale, sempre più spesso precario, mal retribuito, pone nella vicenda quotidiana di molti, moltissimi, un tema cruciale, quello della sostenibilità economica della professione e, di conseguenza, della sua sostenibilità esistenziale, specie quando il lavoro comporta un carico significativo di ansia e fatica; ma che cosa accade quando il lavoro precario, o più lavori precari, più commissioni, con il relativo portato di stress e cronica incertezza, si combinano, per esempio, con un utilizzo intensivo dei device? E che cosa succede quando si è costretti ad accettare tutti i piccoli lavori che ci vengono offerti? Quanto a lungo è possibile sostenere un certo ritmo di vita e lavoro? Ecco che forse, mi dicevo, si pone un tema ulteriore: quello della neurosostenibilità del lavoro culturale.

Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare.

In questa puntata incontriamo Roberta Locatelli, ricercatrice universitaria in Germania (ma vive in Inghilterra), e Federico Zappini, socio fondatore della libreria «Due punti» di Trento. Roberta ci racconta delle dinamiche che operano nel contesto accademico e di un computer che l’ha seguita perfino in Iran, in un momento importante della sua vita. Federico, invece, ci racconta la difficoltà, ma pure la gioia e l’importanza politica di lavorare in una libreria che funziona e non si limita a vendere qualche libro.

ROBERTA LOCATELLI

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 35 anni e sono una ricercatrice per il dipartimento di filosofia di un’università tedesca.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Quando ho iniziato a studiare filosofia, all’università, non mi ponevo affatto il problema di che lavoro avrei fatto in seguito. M’interessava -molto- studiare filosofia e non mi proiettavo sufficientemente nel futuro per immaginare una carriera professionale. Mi piaceva quello che studiavo e volevo continuare a farlo il più a lungo possibile.

A conti fatti, con il mio lavoro di ricercatrice, ho realizzato questo sogno. Ma se qualcuno mi avesse chiesto, all’epoca, quale sarebbe stato il mio lavoro, non avrei mai detto ‘ricercatrice’ o ‘professore universitario’. Probabilmente, se interrogata, avrei detto che nel migliore dei casi sarei diventata un’insegnante di liceo. Essendo la prima della mia famiglia ad avere intrapreso studi universitari, mi pareva già un obiettivo ambizioso.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Ho il privilegio di avere, almeno per il momento, una posizione di ricerca ben pagata e senza obbligo di insegnamento. Quindi non devo barcamenarmi tra contratti e progetti. Il mio contratto richiede di fare una sola cosa: sviluppare un progetto di ricerca e pubblicare i risultati.

Detto questo, la pressione per pubblicare il più possibile ed essere visibili nella propria comunità scientifica, tramite conferenze e seminari, ha introdotto nei contesti accademici una forte dimensione di auto-imprenditorialità. A ciò si somma un’ansia costante, dovuta alla necessità di produrre una quantità competitiva di output e al bisogno di aumentare la propria visibilità (publish or perish).

Gli output non sono mai abbastanza, il che genera un certo senso d’inadeguatezza. Mi ritrovo spesso a lavorare contemporaneamente su svariati articoli, curatele e presentazioni, nonché a seguire un gran numero di attività amministrative, per quanto una posizione come la mia non preveda alcun compito amministrativo.

A questo si aggiungono le attività d’insegnamento, che svolgo un semestre all’anno, a titolo gratuito perché, come si dice, fa curriculum ed esperienza. E anche perché offre gratificazioni più immediate della ricerca. Una delle conseguenze più significative di queste molteplici pressioni, insieme al fatto che non esistono orari di lavoro certi, è che non c’è mai un momento in cui mi senta pienamente in diritto di staccare.

Negli ultimi anni ho fatto uno sforzo cosciente di separare il lavoro dal resto della vita, ma non sempre con successo. Due episodi danno la misura del mio fallimento, in questo senso. Con grandissimo disappunto di mio marito, sono partita per il nostro viaggio di nozze in Iran portandomi dietro il computer, perché c’era la possibilità che dovessi fare un colloquio di lavoro, e perché magari potevo scrivere un pochino nei tempi morti o negli spostamenti. Quando è nata mia figlia, poche settimane fa, uno dei primi pensieri che ho avuto, quando mi hanno detto che mi si erano rotte le acque e che avrei partorito entro sera, è stato: «ecco, non sono riuscita a finire quell’articolo! Vediamo se almeno, nell’attesa, riesco a leggere un po’ di filosofia». È triste e me ne vergogno molto.

A mia discolpa devo dire che questo pensiero è stato presto scalzato da altre preoccupazioni più appropriate, ma è interessante notare che anche in una situazione del genere è scattato un riflesso condizionato. Qualunque collega o amico ha storie simili da raccontare: dal professore universitario in vacanza con la famiglia, che scrive un articolo mentre gli altri dormono, a chi corregge gli esami degli studenti il giorno di Natale, fino a chi, il giorno in cui moglie e figlia escono dall’ospedale dopo il parto, corre al lavoro perché c’è una riunione a cui non può mancare.

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù?

Ne parlo molto con i miei colleghi, sia con i mei coetanei, che sono anche miei amici, che con accademici in stadi più avanzati della carriera. Non solo condividiamo le nostre esperienze, ma cerchiamo di supportarci a vicenda.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Tutto sommato, sono contenta del mio lavoro. La fatica peculiare della scrittura si accompagna a gioie e soddisfazioni altrettanto peculiari. Data la mia condizione precaria, e il difficile mercato del lavoro accademico, non so quanto a lungo potrò continuare a fare questo lavoro, ma tendo a non pensarci. Cerco di fare bene e di divertirmi.

Se poi dovrò abbandonare, non sarà la fine del mondo. Mi rendo conto, però, che mi trovo in una posizione privilegiata: grazie al lavoro di mio marito, potrei permettermi di restare anche qualche mese senza stipendio, magari mentre cerco di riqualificami per trovare un lavoro diverso da quello accademico. E forse aiuta il fatto che vivo nel Regno Unito, in cui ci sono più possibilità di ricollocazione che in Italia, e una certa facilità di spostamento in altri paesi europei.

Quale sia il senso della ricerca in filosofia è una domanda complessa, che richiederebbe più spazio. Diciamo che spero di contribuire, modestamente, alla comprensione di alcuni concetti. Un altro aspetto importante del lavoro accademico è l’insegnamento, benché non rientri nel mio attuale contratto. Trovo importante (e gratificante) insegnare a pensare, a comprendere e analizzare un testo, a discuterne in modo costruttivo, sollecitando il pensiero critico e autonomo.

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

La paura principale è non riuscire a perseguire la carriera accademica e dover ripiegare su qualcos’altro o, peggio, ritrovarmi a fare la mamma casalinga. Ma temo anche di non riuscire a reggere certi ritmi, nel caso dovessi ottenere una posizione permanente, il che comporta più responsabilità di quelle che ho oggi.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Cerco di fare il mio lavoro, senza preoccuparmi troppo del futuro, anche perché la possibilità di proseguire nella carriera accademica è in larga parte determinata da fattori del tutto al di fuori del mio controllo. Per ora sono in maternità e spero che porti consigli. Occuparmi di un piccolo essere umano mi sta insegnando a delimitare più nettamente il tempo del lavoro dal tempo privato e della famiglia.

FEDERICO ZAPPINI

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 35 anni e faccio il libraio in una piccola libreria indipendente, la «Due punti» di Trento. Siamo due soci di età simili. Interpretiamo il ruolo di librai come agitatori culturali (più presentazioni e attività settimanali) e animatori di comunità (siamo in un quartiere piuttosto animato e vitale).

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Ci sono arrivato senza un percorso di studi omogeneo, anzi. Iscritto a giurisprudenza, non mi sono mai laureato, nel frattempo ho cominciato a relazionarmi con il mondo dell’industria culturale attraverso un’esperienza maturata nel contesto dei centri sociali -organizzando soprattutto concerti- e, successivamente, tentando di comprendere meglio l’impatto sociale e politico del lavoro culturale, soprattutto all’interno dei quartieri e dei contesti urbani.

Il mio percorso è stato accidentato, non lineare, guidato dalla curiosità (e il bisogno) di trovare un lavoro che coincidesse con il mio modo di intendere la partecipazione alla costruzione del futuro. Il desiderio è sempre stato quello di coniugare i tempi di lavoro con le aspettative di una sorta di militanza biopolitica, ovvero non separare la vita dall’impegno quotidiano, nel tempo e nello spazio che si abita.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Lo percepisco moltissimo, soprattutto per quanto riguarda il tema della pervasività dei device tecnologici. I sintomi sono piuttosto chiari. Una fetta cospicua della giornata lavorativa passata a controllare i social (e gli appuntamenti promossi sui social), discussioni su come sia meglio comunicare la propria identità culturale e commerciale, primato del digitale su ogni altro aspetto della vita, occhi rivolti continuamente al black mirror che porti in tasca. Questo per quanto riguarda l’impatto della tecnologia sul lavoro e sulla vita. Sui temi della precarietà e del lavoro multiplo come caratteristica fondante di una generazione, o più generazioni, ci sono un paio di cose che mi preme riportare. 
La prima riguarda la scelta di chiudere la Partita Iva (forfettaria), per raccogliere un po’ di risorse economiche -famigliari e non- e diventare libraio/imprenditore. Mi serviva tentare di mettere ordine in un lavoro che seguiva i sentieri tortuosi di diverse commitenze, fatture da preparare e incassare, tempi in agenda da incastrare.

La scelta si è concretizzata, risolvendo almeno in parte questa condizione di instabilità. Ma non è tutto oro quello che luccica… I primi mesi di esperienza a «Due punti» mi spingono a credere che il tema della neurosostenibilità è assolutamente centrale. I tempi di lavoro -se si vuole sperimentare l’ibridazione di diversi servizi attorno a quello culturale- hanno contorni sfumati: prendono la sera (e la notte) e necessitano di un lavoro di ricerca 24 su 24, tra giornali da leggere e interpretare, progetti da costruire, relazioni da attivare e coltivare. 
Ci si sente stanchi, ansiosi, in continuo affanno e ritardo.
Mi chiedo quando arriverà il momento in cui le cose prenderanno un ritmo un po’ più tranquillo, una velocità da crociera, diciamo.

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi o è un tema tabù? E con i tuoi amici?  

Ne parlo con la mia socia, con la comunità di lettori della libreria, oltre che con la mia compagna a casa. Ci chiediamo se sia possibile un esodo dal digitale. Se vada interpretato singolarmente o in forma collettiva. Se lo si possa fare senza essere bollati come tecno-primitivisti.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Il bilancio è positivo. Ho 35 anni, due figlie e oggi mi sembra di saper scegliere meglio le metriche di valutazione della mia condizione lavorativa e umana. Mi sento fortunato ad avere alcune garanzie (una casa di proprietà, rapporti famigliari stabili), ma soprattutto so che grazie al mio lavoro riesco a coniugare tre dimensioni per me fondamentali: cultura, società e politica. Svolgo un lavoro che, partendo dalla scelta, la presentazione e la vendita di un libro, mi permette di incrociare l’attivazione di comunità («Due punti» è un piccolo community hub) e lo sviluppo di processi politici innovativi e inclusivi.

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

Se dicessi di non avere paure, racconterei una bugia. 
Temo di non essere all’altezza della sfida, così come il timore di fallire (culturalmente e anche economicamente) non sparisce mai. 
Sono preoccupazioni che non posso che condividere, soprattutto con la mia famiglia, che in parte dipende dalla continuità del mio lavoro.

Per quanto riguarda le speranze: oltre all’ambizione di consolidare e rendere sempre più stabile la mia impresa culturale, ciò che desidero è che il lavoro di ogni giorno (dal caffè del mattino bevuto vicino ad avventori rancorosi, fino alla lettura notturna del testo proposto in libreria) sia utile a trasformare in meglio la città e il mondo che abito. Questo è il ruolo della cultura, dal mio punto di vista. Porsi questo obbiettivo serve a sfuggire a una quotidianità che opprime e impedisce d’immaginare il futuro.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Tre cose, molto diverse tra loro, eppure complementari. 
Fuggire da Facebook e dai social, cercando metodi alternativi per la comunicazione e la costruzione di comunità. 
Saper gestire (e spendere) meglio il tempo a disposizione. Per il lavoro, per le relazioni, per ciò che non è – e non deve diventare- lavoro.
Stare dentro quelle politiche del quotidiano, descritte da Ezio Manzini, che altro non sono che pratiche di cooperazione e mutualismo, necessarie in un mondo sempre più parcellizzato e sfilacciato.

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