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Non fare niente sarebbe già molto, perché l’umanità sta lavorando troppo

Christophe Meierhans  è uno di quegli artisti molto bravi che vuole anche lottare per la giustizia sociale e ecologica. Lo conobbi anni fa mentre lavorava con Luigi Coppola al Festival di Santarcangelo per creare uno spettacolo dal titolo Fondo Speculativo di Provvidenza. Anni dopo mi ritrovai nella sua cucina a Brussels e mi fece quasi perdere un aereo perché gli premeva creare cooperative solidali fra artisti e portafogli comuni di mutuo aiuto.  Qualche mese fa bussa alla mia porta Matteo di Blasio, un amico in comune, e mi dice: ho tradotto l’ultimo articolo di Christophe, dobbiamo farlo leggere in Italia!.  Sento una vicinanza d’istinto con Christophe, Matteo, Luigi e tant* altr*… perché sono quel genere di persone che non ti fanno mai capire se stanno inventando un modo nuovo di stare al mondo, o se stanno facendo molto bene arte.

Emanuele Braga

“Bisogna agire, è urgente. Dobbiamo lavorare per contrastare la distruzione del vivente che ha luogo sul nostro pianeta. Eppure, per molti versi, la cosa migliore che possiamo fare in questo momento potrebbe essere non fare nulla. Perché l’attuale collasso ecologico è dovuto al fatto che, presa nel suo insieme, l’umanità lavora troppo.”

Christophe Meierhans


Naturalmente, non tutti sulla Terra lavorano altrettanto o allo stesso modo. A seconda del loro stile di vita, non tutti comportano1si potrebbe tradurre anche con “effettuano”, “arrecano”, mantenendo salda l’attività del soggetto che agisce. Qui, scelgo invece “com-portano”, che implica una certa consustanzialità tra il vivere e un certo lavoro, e implica considerare il pianeta come uno spazio in cui si porta lavoro, che può essere cioè riempito di lavoro e, come sostiene l’autore, con una certa capacità limitata. D’altra parte, data la non separazione di fatto dei “lavoratori” tra loro e dal pianeta stesso che ospita il loro “lavoro”, mi sembra opportuno il com-. “Com-portano”, richiama anche l’idea del comportare cause e conseguenze, oltre che quella di comportamento. O meglio com-portamento, il fisico e posturale portarsi-con. Mi sembra l’occasione di unire questi livelli semantici per reimmaginare un’etica del lavoro su questo pianeta. la stessa quantità o lo stesso tipo di lavoro. È essenziale distinguere chiaramente tra chi fa cosa sulla Terra e con quali conseguenze. Diverse parti dell’umanità hanno responsabilità storiche diverse e occorre rendere giustizia a queste asimmetrie. Tuttavia, al di là di queste importanti distinzioni, il risultato rimane lo stesso per tutte le specie: il lavoro umano soffoca la vita sulla Terra.

Lavoro?

Dal punto di vista della termodinamica, il lavoro corrisponde all’energia fornita da una forza per trasformare lo stato del sistema che subisce questa forza. Secondo la teoria del Big Bang l’universo è in espansione. Man mano che si espande, l’energia emessa al momento della conflagrazione iniziale viene consumata, fino a che, in pochi miliardi di anni, non resta più che della materia inerte. È quel che chiamiamo entropia. In quanto esseri viventi, tutto il lavoro che facciamo è volto a contrastare questo movimento degenerante dell’universo verso il caos. Lavorare significa quindi utilizzare una certa quantità di energia per creare e mantenere un ordine definito che ci permetta di sopravvivere. A questo titolo, ovviamente non ci sono solamente gli esseri umani che lavorano. Ogni organismo vivente, albero o ameba, spende anch’esso dell’energia per permettere la propria sopravvivenza, e quella dei propri: anch’esso lavora. Lavora per riorganizzare gli elementi del suo ambiente in modo da renderli utili. La mucca spende energia per strappare e frantumare erba, quindi digerendola più volte, al fine di poterne trarre i nutrienti essenziali per vivere. In questo modo, la mucca trasforma il suo ambiente: l’erba strappata non è più presente sul terreno, una parte dell’erba trasformata dall’organismo della mucca viene espulsa, il terreno viene calpestato, il metano viene rilasciato nell’atmosfera, ecc.

Allo stesso modo, quando noi costruiamo una casa, trasformiamo un dato spazio, di modo che ci possa servire da riparo: estirpiamo della vegetazione, scaviamo e spostiamo della terra, introduciamo materiali provenienti da altrove, (questi stessi derivanti da un’ulteriore lavoro di trasformazione). Lavoriamo così a dare forma, stabilire e mantenere in questo luogo un nuovo ordine che ci sia favorevole.

Se oggi ci troviamo in una situazione di urgenza ecologica, è perché, nell’insieme, sulla Terra, una quantità troppo elevata di questo lavoro termodinamico ha luogo.

Nondimeno, piuttosto evidentemente, questo lavoro in eccesso è di origine umana. La specie umana ha trasformato la Terra a tal punto e vi ha stabilito un ordine nuovo a tale velocità che una gran parte degli altri esseri viventi sulla terra non arrivano più a stargli dietro. Li abbiamo per così dire licenziati, costretti alla disoccupazione; non arrivano più a svolgere il loro lavoro termodinamico per mancanza di spazio, di risorse, oppure sono stati essi stessi oggetto della trasformazione operata dal lavoro umano. Oltre al fatto che è fondamentalmente ingiusto, questo licenziamento di massa di altre specie viventi è problematico sotto molti aspetti. Anche mettendo da parte l’aspetto morale della questione e concentrandosi solo su un punto di vista antropocentrico, accettando cioè il licenziamento forzato di miliardi di lavoratori termodinamici come un effetto collaterale eticamente accettabile della nostra impresa di trasformazione del mondo, ci accorgiamo che la nostra stessa sopravvivenza come specie resta compromessa. Perché il nostro proprio lavoro di vita e di sopra-vivenza* dipende, di fatto, dal lavoro di tutte queste specie che non esitiamo a lasciare senza lavoro. E nondimeno, questo è un lavoro che noi siamo completamente incapaci di fare, o almeno, non siamo capaci di farlo senza che l’energia che dovremmo dedicargli diventi un ostacolo proibitivo.

Il problema del “plus-lavoro” umano non è dovuto unicamente alla grande quantità di esseri umani sulla Terra.

Naturalmente, come per qualsiasi specie vivente, una sovrappopolazione porterebbe al suo collasso e alla sua dis-occupazione, perché inevitabilmente risorse e spazio verrebbero a mancare.

Una delle caratteristiche del lavoro umano, quando lo compariamo a quello di altre specie, è che ha assunto, nel corso dei secoli, forme estremamente diverse e complesse, al punto che diventa difficile tracciare il legame tra dispendio energetico e (condizioni di)vita2qui e altrove, l’autore fa uso del termine vie = vita, a cui aggiunge tra parentesi il suffisso (sur), quindi, (sur)vie. Questo gli permette, salvando la grammatica, di riferirsi allo stesso tempo con questa parola composta a vita e a sopravvivenza, e a legarle insieme non in un rapporto che riduca la vita alla sopravvivenza, ma che piuttosto la reinquadri dentro le sue condizioni di possibilità. Questo risulta nel testo originale particolarmente efficace perché permette di pensare il lavoro di vita, appunto come lavoro, non solo sufficiente a una degna occupazione ma anche indissolubilmente legato alla sua capacità di mantenere la vita possibile. Ricorda, cioè, che la vita necessita di condizioni di sussistenza e che l’eccessivo dispendio energetico, avendo perso un legame sensato con le condizioni di sopravvivenza (sia dei singoli, sia delle specie), mette in discussione la stessa vita che intenderebbe costruire, nelle sue stesse condizioni di possibilità. Nel testo qui presentato traduco talvolta coniando un sopra-vivenza, talvolta con (condizioni di) vita, facendo la scelta di rispettare seppure fantasiosamente la grammatica per una maggior fluidità di lettura. Riservo alle note il compito di preservare e ricordare la frizione grammaticale e linguistica delle traduzioni e necessaria alle transizioni del linguaggio. (ad esempio, abbiamo davvero bisogno di uno smartphone per vivere bene?).

Ciononostante, questa complessità e diversità possono anch’esse essere ridotte a una quantità coerente di lavoro termodinamico svolto. E nondimeno, poiché le condizioni favorevoli alla vita sul nostro pianeta sono minacciate da un’eccessiva e rapida trasformazione dell’ambiente terrestre, e poiché qualsiasi quantità di lavoro termodinamico eseguito genera una quantità corrispondente di trasformazione dell’ambiente e che, in definitiva, occupando spazio e consumando le risorse disponibili, questa trasformazione impedisce ad altre specie viventi di svolgere il proprio, è precisamente questa quantità di lavoro (umano) che bisogna urgentemente ridurre.

Fino a prova contraria, nella realtà biofisica in cui viviamo, non si ha niente dal niente, “there is no free lunch”.

Tutte le specie viventi sulla terra dipendono dalle risorse che vi sono disponibili e dalle condizioni esistenti. Facciamo tutti parte di un sistema complesso e dinamico che, soggetto all’entropia, tende all’equilibrio. Ora, per quanto tutte le specie ne siano parte integrante, dal punto di vista del sistema stesso, non sono affatto necessarie. Se, ad esempio, l’atmosfera sulla Terra diventasse irrespirabile e la temperatura troppo alta, la scomparsa della vita organica non corrisponderebbe a nient’altro che a riequilibrare il sistema Terra a nuove condizioni geofisiche. In questo, la Terra non è diversa da Saturno, la Luna o Plutone. Il fatto di esistere in condizioni favorevoli alla vita organica è importante solamente per gli esseri viventi stessi, di cui noi umani facciamo parte esattamente e allo stesso titolo degli altri. Quindi: dobbiamo lavorare meno. Molto meno. Dobbiamo lasciare spazio agli altri viventi in modo che anche loro possano fare la loro parte di lavoro, che non è affatto un loro dovere, ma un loro diritto, perché termodinamicamente vivere è lavorare.

Mercato del lavoro3nel testo originale “marché de l’emploi”, letteralmente “mercato dell’impiego”

Il lavoro occupa un posto privilegiato nelle nostre società moderne occidentali. Per molti rappresenta il contributo che ciascuno apporta (o giustamente no) alla società, il che conferisce al lavoro un valore intrinseco. La lotta contro la disoccupazione, l’ideale della piena occupazione non sono quindi solo imperativi economici, ma anche un’aspirazione morale. La stessa esistenza del denaro che utilizziamo dipende dal lavoro. Senza attività produttiva, nessun credito, senza credito, nessuna creazione monetaria. Che il lavoro riproduttivo, la cura, il mantenimento, l’educazione e, in generale, tutto quel lavoro svolto per mantenere la coesione sociale siano in confronto così poco, o per niente, remunerati la dice lunga sul nostro rapporto al lavoro e alla valorizzazione delle sue diverse forme.

Come fa notare l’antropologo David Graeber nel suo libro “Bullshit Jobs” l’automatizzazione del lavoro umano non ha per nulla ridotto il lavoro svolto dagli umani. Al contrario ogni meccanizzazione o robotizzazione di un lavoro umano ha condotto sistematicamente all’aumento finale della quantità di lavoro termodinamico effettuato. Quello che una persona era capace di svolgere in una giornata, una macchina può farlo in un’ora. Tuttavia una macchina può funzionare 24/24, e così le ore di lavoro umano che avrebbero potuto essere liberate sono generalmente dedicate ad un quantità maggiore di lavoro (senza parlare del fatto che qualsiasi macchina richiede essa stessa del lavoro per essere prodotta e mantenuta…)

La nozione di “schiavo energetico”, sviluppata da Buckminster Fuller è in questo senso molto eloquente per illustrare la curva esponenziale ascendente del lavoro termodinamico effettuato sulla terra. Lo schiavo energetico è un’unità di misura corrispondente a “la quantità di energia che un adulto in buona salute è capace di fornire in un tempo dato”. Tutti gli apporti di energia esterni (fuoco, carbone, petrolio, energia eolica, ecc.), e tutti gli strumenti, permettono la moltiplicazione della forza del lavoro umano, e quindi del suo potere di trasformazione dell’ambiente. Pertanto, la quantità totale di lavoro termodinamico che attualmente svolgiamo sulla terra grazie all’intermediazione moltiplicante delle macchine corrisponderebbe, secondo l’economista Nate Hagens, all’equivalente del lavoro di oltre 500 miliardi di esseri umani. È a questa cifra che dobbiamo fare riferimento per immaginare lo stato del “mercato del lavoro3 termodinamico” sulla terra e per capire l’entità e la ragione della disoccupazione che imponiamo alle altre specie.

Lavorare per vivere

Nella nostra società, dobbiamo lavorare per “guadagnarci da vivere”, sarebbe a dire per soddisfare i nostri bisogni vitali. Come accennato in precedenza, al di là dell’aspetto pratico, è anche una questione di valori e dignità … Ma quanti di noi realmente lavorano a garantire le condizioni necessarie alla sopravvivenza? Di tutto il lavoro che svolgiamo, quanto effettivamente partecipa alla creazione e al mantenimento di un ordine favorevole alla vita umana?

Certamente non viviamo che per sopravvivere! Viver bene vuol dire per noi, come per le altre specie, ben più che la semplice protezione e sostentamento (potremmo dire veramente che un animale allo zoo viva una vita degna?). La nostra realizzazione, la nostre ragioni di vita dipendono da una moltitudine di altre dimensioni, sociali, culturali, spirituali… Ma la questione non si pone forse ugualmente anche per queste dimensioni? Quanti tra noi e quante imprese lavorano realmente a arricchire e mantenere queste condizioni essenziali della vita? La vocazione di Spa (in Italia potrebbe essere Rocchetta, San Benedetto, Levissima, Uliveto, Vita Snella,…) è veramente quella di darci da bere? I dipendenti di Netflix stanno davvero lavorando per sviluppare un’immaginazione che ci consenta collettivamente di affrontare meglio i dubbi e le ansie esistenziali del nostro tempo? Zoom funziona davvero per preservare le nostre relazioni sociali? È ovvio che nell’attuale sistema economico, politico e sociale, per la grande maggioranza delle persone, il lavoro che ciascuno svolge gli è essenziale al fine di riuscire a guadagnare abbastanza denaro per vivere, poco importa di che lavoro si tratti. Tuttavia, come ha chiaramente evidenziato la chiusura di una parte dell’economia a causa della crisi Covid, alcune attività sono molto più “essenziali” di altre.

Sì…e quindi io?

La nostra responsabilità individuale di fronte al collasso ecologico è spesso rappresentata come nient’altro che quella di consumare in maniera responsabile. La logica della domanda e dell’offerta si è integrata nelle nostre vite al punto che la nostra capacità di agire sembra essersi ridotta alle scelte che il nostro potere d’acquisto ci conferisce: ci proclamiamo consum-attori. Tuttavia, la percentuale schiacciante del tempo che dedichiamo quotidianamente a un lavoro redditizio lo dimostra: prima di essere consumatori, siamo tutti prima di tutto produttori. Lavoriamo prima di, o per consumare.

Mettiamo dunque per un momento tra parentesi i consumatori che siamo, per considerare solo la parte “produttiva” delle nostre vite. A cosa stiamo lavorando esattamente? Per cosa impieghiamo le nostre energie quando lavoriamo? Quale trasformazione del mondo com-portiamo con il lavoro che facciamo ogni giorno e in che quantità? Questa trasformazione è davvero necessaria? È desiderabile? Qual è precisamente l’ordine che contribuiamo a stabilire sulla terra con il nostro sforzo lavorativo? E questo ordine è particolarmente favorevole alla vita?

Siamo realisti: per come lo intendiamo oggi, la stragrande maggioranza del lavoro è semplicemente nefasta per la vita. Non sarebbe allora preferibile dirsi, come nel film di Jacques Doillon, Alain Resnais e Jean Rouch, L’An 014nota dell’autore: L’AN 01, Jacques DOILLON – Alain RESNAIS – Jean ROUCH. Ref. VA4604; Produit en 1973, France; Langue FR. Durée : 90’; L’anno 01 è l’anno in cui fermiamo tutto, in cui finalmente ci prendiamo il tempo. Il tempo di parlarsi, di coltivare, di guardare. In una parola, il tempo di vivere. Un piccolo film, girato con poche risorse e con la partecipazione di un gran numero di attori, professionisti e non. IL film per chi, come diceva Gébé, autore del fumetto da cui è tratto, “è maggio tutto l’anno da maggio 68”. “De la BD au film” (17′) – Gébé, par Cavanna, Cabu et Charb (11′) – Courts métrages: “L’inventaire” (Gébé – 10′) et “On ne se dit pas tout entre époux” (J. Doillon – 7′)., che “Fermiamo tutto” e che “Dopo un’interruzione totale, non saranno ripresi che i servizi e le produzioni la cui mancanza si rivelerà intollerabile”? Rispetto a “The Great Reset” (le proposte molto serie e molto influenti fatte da Klaus Schwab e dalle élite mondiali del World Economic Forum per un reset economico, sociale, politico, tecnologico, psicologico totale dopo la crisi sanitaria del COVID), le risoluzioni prese dai protagonisti del film sembrano particolarmente illuminati, sagge e realizzabili …

Come ci mostra la permacultura, insieme ad altri saperi tradizionali e millenari, ciò di cui la vita ha principalmente bisogno, per prosperare, è che la lasciamo vivere. Sarebbe sufficiente allora fare quanto meno possibile (che non è affatto niente). Come mai allora gli eroi del nostro tempo sembrano ancora essere sistematicamente incarnati nella figura dell’imprenditore appassionato che non conta più le ore di lavoro? Sapere cosa potremmo fare come individui per agire in modo efficace contro il collasso ecologico e per gettare le basi per un futuro vivibile, ci ossessiona5il francese hante, come l’inglese haunt sono i verbi che si riferiscono all’azione degli spettri, dei fantasmi. Se esiste in italiano, mi sfugge un unico verbo di uso comune che si riferisca a tale azione che comprende insieme infestare, perseguitare, ossessionare, assillare, tormentare, aggirarsi… leggendo provate allora a sostituire la parola scelta “ossessiona” con una delle altre o meglio con tutte assieme. Sicché gli spettri certamente haunt tutti, ma la percezione che ne abbiamo potrebbe essere diversa da lettore a lettore. tutti. Potrebbe essere che per molti di noi una risposta si possa trovare in una semplice lettera di dimissioni?

Novembre 2020, testo scritto Le Magazine de PointCulture n°4, tradotto da matte (Matteo De Blasio)6matte (Matteo De Blasio) è artista italiano e ricercatore autonomo basato a Brussels. Laureato in filosofia all’Università Statale di Milano, consegue un Master in coreografia e performance all’Accademie Royale des Beux Arts (Isac-spazio urbano). Interrogando la semantica dello spazio in cui il corpo performa, sviluppa una ricerca di interconnessione/interrelazione di narrazione e performatività, mettendo in scena parole, oggetti, presenza e assenza del corpo umano. Considera il movimento una pratica di pensiero che tesse una molteplicità di nature, sogni, finzioni e realtà politiche di corpi viventi, non viventi, umani non.