La nostalgia ci rende incapaci di immaginare un futuro diverso dal presente

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    L’elezione di Trump, la Brexit, la cultura hipster e, perché no, anche parte degli odierni movimenti no-vax sono, come spiega Alessandro Gandini ne L’età della nostalgia (Treccani libri), tutte espressioni della nostalgia  che domina lo spirito del nostro tempo, lo Zeitgeist.

    Quella trasformazione digitale che negli anni Novanta prometteva di realizzare una nuova società iper-connessa e frictionless, alimentata da una New Economy di pura magia, è finita invece per distruggere, insieme alle ristrutturazioni neoliberali, le fondamenta di quella Good Life che in passato ci aveva permesso di immaginare un futuro. Il lavoro ‘quale fondamento della coesione sociale’ è scomparso. 

    Non è che non ci sia più lavoro – basta entrare in un qualsiasi Starbucks per vedere le persone piegate davanti ai loro laptop – anzi, è onnipresente. Ma ‘avere un impegno non lo è. Il lavoro smette così di essere la pietra miliare intorno a cui ognuno può costruire la propria vita adulta, una condizione che per lungo tempo era stata considerata acquisita e immutabile’.

    È questa nostalgia, intesa come manifestazione culturale di quel ‘realismo capitalista’ di Fisheriana memoria, che ci rende incapaci di immaginarci un futuro diverso dal presente. Il sogno di recuperare un passato ormai irrecuperabile come alternativa al quotidiano ‘edonismo depressivo’ fatto di videogiochi, fast-food e serie Netflix, in parte si manifesta in una nostalgia reazionaria che prende forma nel mondo di Trump e della Brexit, della manosphere e dell’alt-right, dove il sogno comune è quello di recuperare un passato immaginario fatto di identità chiare e solide gerarchie di razza e di genere.

    Allo stesso tempo, però, cresce la nostalgia hipster, più contraddittoria e complessa, abbracciata dagli strati portanti della trasformazione digitale. I lavoratori del sapere o i ‘creativi’ urbani, che sembrano vedere lo scopo di quella trasformazione nel ritorno a forme di consumo più autentici, come i dischi in vinile e le birre artigianali. Nella descrizione di Gandini la nostalgia hipster è simile a quel reactionary modernism che secondo il famoso libro di Jeffrey Herf alimentò la cultura intellettuale della Germania Nazista: abbracciare la tecnologia per riportarci ad un passato immaginario. Solo che qui si tratta di pane fatto in casa e non della riconquista violenta di una Kultur andata persa nella modernità cosmopolita. Ma in fondo il principio è lo stesso. Ricordiamo l’uber-hipster rappresentato da Joaquin Phoenix nel film Her (Lei) di Spike Jonze: egli si guadagnava da vivere, apparentemente bene, simulando attraverso il computer la stesura di lettere d’amore scritte a mano.

    Ma la nostalgia hipster non è solo simulazione e fake. Gandini, sottolineandone le contraddizioni, ne elogia anche gli intenti: forse davvero le biciclette retrò e i farmers market possono far parte di un nuovo ideale della Good Life. Per ora un ideale emergente e poco articolato. Un’altra declinazione del reactionary modernism: guardare al passato per articolare un futuro diverso.

    Gli hipster, da questo punto di vista, propongono una via radicalmente nostalgica, eppure progressista nei confronti del futuro, una ricetta concreta per costruire un nuovo concetto del ‘vivere bene’. Gli hipster si rivolgono a pratiche del passato e a culture dell’epoca pre-industriale come strumento per rimodulare la relazione tra lavoro e consumo nella società, per ripensare concetti precostituiti di status sociale e ipotizzare un modello più sostenibile – creato dai millennial e che soddisfi i bisogni, i valori e le aspirazioni della loro generazione. Il loro non è un modello pienamente sviluppato: è incoerente, contraddittorio e forse nel lungo periodo destinata a fallire. Ciò nonostante, non dovremmo guardare alle pratiche e alla cultura hipster solo con snobismo o ironia, ma vederle come un campo di prova per un nuovo ideale di good life del XXI secolo.

    Nonostante questo l’autore rimane incerto: questo basta per contrastare quella progressiva frammentazione del lavoro che ci spetta man mano che la gig economy e l’automatizzazione del lavoro, poco o mediamente qualificato, avanza? Tutto ciò agevolato dalla nuova concezione di smart working che ci ha regalato la pandemia. Nonostante il tecno-feudalesimo desiderato dal Peter Thiel e i suoi colleghi paleo-conservatori, la nostalgia rimarrà comunque una delle carte del gioco.

    La nostalgia oggi appare come una forza di cambiamento sociale pressoché inarrestabile. La sua ascesa egemonica come Zeitgeist culturale di inizio XXI secolo rappresenta la punta dell’iceberg di una guerra culturale molto più grande, che coinvolge il fulcro dei valori sociali e che mette in discussione alcune delle conquiste progressiste nel secolo precedente.

    La nostalgia, almeno nella sua versione ‘progressista-hipster’, è comunque sempre stata legata al consumo, già nelle sue manifestazioni precoci: dal gusto per l’antiquariato documentato da Pierre Bourdieu già negli anni ‘60 come parte dei ‘nuovi intermediari culturali’ (quando raccolse i dati per il suo magnum opus La distinction, in cui registrò l’inizio del loft living che a partire della seconda metà degli anni ’70 alimentò i primi processi di gentrificazione a Manhattan) fino alla cultura BoBo (bourgeois bohemien) che arrivò a caratterizzare i gusti dei lavoratori nei dot.coms degli anni 90.

    Il sentimento nostalgico presuppone sia la mancanza di una tradizione, e quindi il desiderio di inventarla, sia le possibilità economiche e la tranquillità esistenziale per dedicarci tempo e denaro. In questo modo l’autore descrive la Weltanschauung di una classe che si è liberata dalla tirannia della materialità, per cui gli oggetti sono infinitamente plasmabili, pronti ad adattarsi ai loro desideri. La nostalgia hipsteriana anticipa quindi il sentimento generale di una futura società tecnologica in cui sarà possibile l’istantanea produzione di qualsiasi cosa: tramite, per esempio, stampanti 3D o i compilers onnipresenti nei film di fantascienza di serie B. Non è un caso che nel mondo di Neal Stephenson presso la mensa dell’astronave si trovi una macchina capace semplicemente di assemblare qualsiasi pasto: nonostante questo spesso viene vengono richiesti dagli avventori Hamburger o Mac’n Cheese stile diner anni 50. 

    Ma forse lo Zeitgeist del futuro non sarà dominato solamente dal nostalgico consumatore hipster che nel suo appartamento nella Smart City – o perché no, nella colonia spaziale – si nutre di biscotti Mulino Bianco sintetizzati artificialmente, ma anche da una figura che meglio esprime l’estrema precarietà che si diffonderà sempre di più come condizione generale: il migrante. Il migrante non è nostalgico di un passato immaginario. Semmai è malinconico rispetto a un passato reale che è stato costretto ad abbandonare.

    La malinconia genera certamente tristezza, ma può anche essere una fonte di forza per costruire ex novo. Contrariamente alla nostalgia, è un sentimento produttivo, e non semplicemente un’emozione da consumare. La malinconia è una risorsa per costruire un nuovo mondo per quella parte crescente della popolazione mondiale per cui l’apocalisse è già avvenuta. Mentre la nostalgia accompagnerà gli hipster nello spazio. 

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