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14 maggio 2018

Nube di parole. Parole che nascono dalla partecipazione

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Nube di parole è una chiamata alla partecipazione per i lavoratori culturali di oggi e di domani, e per chi crede che la cultura sia la chiave del futuro.

Le parole servono per muoverci nella realtà e per stare insieme, per metterci d’accordo e dare vita all’infinita varietà di rapporti e forme di collaborazione che chiamiamo società. Quando ci intendiamo sul loro significato, le parole funzionano. Come le pinze, i martelli e i cacciavite di una buona cassetta degli attrezzi.

Nube di parole è un gioco in 4 tappe online e 2 offline per fare emergere, tra alcuni termini molto usati oggi nel lavoro culturale, quelli che più di altri possono servire a tracciare un cammino comune dal presente al futuro prossimo: un nuovo lessico per le nuove forme del lavoro culturale.

– Oggi, lunedì 14 maggio, e poi il 21 maggio, il 28 maggio e il 4 giugno 2018 lanceremo 4 sondaggi online per scegliere insieme le 8 parole che non possono mancare nella cassetta degli attrezzi.

– Il 14 giugno si terrà un Camp al Polo del ‘900 di Torino per scegliere, tra queste 8, le 4 parole che saranno giudicate più importanti.

– Entro settembre 2018 i promotori del progetto trasformeranno le 4 parole scelte in 4 voci enciclopediche.

Nube di Parole è un progetto pensato da cheFare, WeMake, Centro Studi del Presente e Polo del Novecento, con un contributo di Compagnia di San Paolo.


L’impalpabilità dell’elemento atmosferico – la nube – verrà resa concreta, quasi una precipitazione di senso. Abbiamo pensato alle parole come agglomerato di gocce, come sciame, come microrganismi che formano comunità leggere (si pensi alla medusa PORPITA PORPITA, che si compone di centinaia di piccoli organismi).

In un certo senso, anche i proponenti rappresentano una comunità di pensiero eterogenea, agglomerata seguendo un ideale di comunità, di riflessione comune. L’occasione del Bando di Compagnia di San Paolo ha permesso di coagulare pensieri e pratiche, e provare a tradurle in riflessione.

Il progetto indagherà le nuove forme del lavoro culturale in continuità con le traiettorie che queste hanno assunto nel secolo scorso attraverso un processo di selezione e scrittura collettiva.

Uno degli obiettivi sarà, infatti, trovare i punti di connessione con il passato, ma al contempo agire come “dispositivo del presente” setacciando le pratiche e le parole che meglio raccontano le forme del lavoro creativo contemporaneo.

NUBE DI PAROLE intende perciò esplorare il linguaggio e le parole come forma di esistenza, chiarimento e diffusione delle nuove pratiche culturali.Partiremo da 40 parole, suddivise in concetti, professioni, pratiche e spazi di lavoro/strumenti.

Parole nate dal confronto tra i partecipanti, precipitato del dialogo costante che da queste pagine cerca di intercettare quelle trasformazioni. Sono i nostri lavori, i nostri spazi, le categorie di senso che accompagnano i conflitti quotidiani. Vi chiederemo di votarle, e di arrivare ad 8 parole. Il 14 giugno lavoreremo insieme negli spazi del Polo del Novecento, per scegliere e definirne insieme 4, che ci guideranno negli incontri che faremo in giro per l’Italia a partire dall’autunno.

Queste quattro parole, queste voci sono un inizio, piccolo e simbolico, ma sono un modo per dialogare insieme e per cambiare l’ordine del discorso. La fumosità delle professioni lascia spazio all’incertezza, al demansionamento o all’eccesso di incarichi, alla confusione e all’economia della promessa. Chiamare, nominarsi, trovare le forme per riconoscersi è invece il primo passo per uscire dalla retorica – quasi vittimaria – del lavoratore culturale.

Tra le difficoltà principali della definizione del lavoro culturale contemporaneo possiamo evidenziare il faticoso processo di auto-riflessività da un lato e dall’altro il valore che il tempo assume nei fenomeni culturali.

Stiamo assistendo ad una triplice fase di mutamento: una trasformazione culturale, che prevede nuovi modelli di accesso, produzione e condivisione della cultura; una trasformazione sociale, che impatta sulle forme di relazione tra la città, i generi, gli spazi e le relazioni del lavoro culturale; una trasformazione tecnologica, che attraverso l’innovazione dialoga e riscrive le relazioni e i processi di produzione e fruizione culturale.

Queste trasformazioni sono al contempo causa ed effetto delle trasformazioni delle forme, delle pratiche, dei tipi di lavoro culturale.

Gli spazi, i soggetti, le professioni, gli strumenti sono stati toccati da alterazioni radicali, che si sono realizzate in maniera spesso carsica, o con forme più visibili connesse a momenti o spazi precisi.

Dare ai nomi un senso accessibile, rendere nuove pratiche parte della vita quotidiana è pratica politica e di senso. Lo strumento della voce enciclopedica, di agile utilizzo e di facile fruizione, rappresenta da una parte il trait d’union tra la cultura novecentesca e gli strumenti tradizionali di produzione e fruizione del sapere, dall’altro offre ragione di esistenza e ricuce la relazione tra forme tradizionali del lavoro culturale e nuove tecniche e professionalità.

Certo, non si tratta di un processo esaustivo, ma vuole essere un inizio e un cambio di logica. Per fare un po’ di ordine, per trovare uno spazio di senso, perché, come insinua Fortini, “al disordine vitale, alla straordinaria fluidità dei movimenti politici e intellettuali che percorrono trasversalmente la realtà presente, oggi è possibile non opporre, ma affiancare una proposta di ordine”. Un linguaggio scritto e definito per poter parlare a tutti; un esercizio possibile perché necessario, una voce che restituisce voce.

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