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10 Maggio 2017

Il numero di lavoratori delle industrie culturali e creative è aumentato costantemente per decenni, mentre il valore del loro lavoro è tendenzialmente declinato. Ma quali sono, nel dettaglio, i meccanismi di questo crollo? E quali sono le risposte possibili che si profilano all’orizzonte? Platform Labor in the Digital Economy, un Workshop a Milano giovedì 11 maggio.

Nuove piattaforme tra digitale e materiale

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Il numero di lavoratori delle industrie culturali e creative è aumentato costantemente per decenni, mentre il valore del loro lavoro è tendenzialmente declinato.

Ma quali sono, nel dettaglio, i meccanismi di questo crollo? E quali sono le risposte possibili che si profilano all’orizzonte? Prenderò in considerazione alcune pratiche utilizzate per cercare delle soluzioni.

Alcune delle pratiche di auto-organizzazione più interessanti dei lavoratori della cultura si muovono in spazi virtuali, soprattutto per quello che riguarda gli strumenti per il perseguimento di forme di sostenibilità economica. In questo senso, le piattaforme di crowdfunding – che permettono la raccolta di fondi per progetti specifici allargata a grandi gruppi di persone – hanno sicuramente rapresentato la più grossa novità degli ultimi anni.

Workshop: Platform Labor in the Digital Economy: giovedì 11 maggio Milano

Le piattaforme più utilizzate hanno delle logiche e dei modelli di diffusione basati sulle retoriche delle industrie californiane dell’IT; nonostante questo, continuano a essere privilegiate anche per il finanziamento di progetti culturali che hanno una vocazione sociale e politica perché teoricamente permettono di raggiungere numeri molto più grandi di potenziali finanziatori.

Effettivamente, alcune campagne di crowdfunding realizzate in questo modo hanno raggiunto dei risultati impressionanti, come quella per il documentario Io sto con la sposa, che attraverso IndieGoGo ha raccolto in due mesi quasi 100.000 euro (a fronte di un obiettivo iniziale di 75.000) e riuscendo anche grazie alla comunicazione fatta a proiettare il film alla Mostra del Cinema di Venezia e a dotarlo di una distribuzione nazionale e internazionale normalmente impensabile per una piccolissima produzione indipendente.

Altre piattaforme (come Patreon) permettono di finanziare un artista senza vincolare le donazioni ad un progetto specifico, proponendosi di ‘aiutare ogni creativo nel mondo a raggiungere un reddito sostenibile’.

Un numero sempre maggiore di progettisti preferisce rivolgersi a piattaforme indipendenti come Goteo o Produzioni Dal Basso, che tematizzano in modo esplicito le criticità del capitalismo contemporaneo e che si propongono di contribuire a fornire la costituzione di nuove comunità economiche basate sulla collaborazione, la condivisione della conoscenza e gli equi compensi dei collaboratori.

Sempre più spesso, a questo tipo di piattaforme si accompagnano set di strumenti di disintermediazione ed emancipazione sociale, economica e culturale a disposizione dei progettisti, come sistemi di monete digitali alternative o complementari o kit per imparare e diffondere specifiche metodologie. Si tratta di un punto importante di intersezione con il mondo dei coworking più politicamente sensibili menzionati poche righe prima.

Allo stesso tempo, in diversi paesi si stanno sperimentando reti di welfare parallelo specificatamente dedicate ai lavoratori della cultura, proprio in virtù dell’alto livello di precarizzazione e frammentazione delle loro dinamiche lavorative.

Uno dei sistemi di maggior successo è sicuramente SMartit, una piattaforma di servizi per i professionisti dello spettacolo, delle arti e del settore creativo presente in otto paesi europei e con un totale di 60.000 aderenti, organizzata in una rete di sostegno alla mobilità di artisti e opere che agisce a favore delle imprese di settore e della creazione di uno statuto sociale e fiscale dell’artista tramite la costituzione di fondi di garanzia per i pagamenti dei compensi e l’organizzazione di corsi di aggiornamento in temi economici, legali e fiscali.

piattaforme

Un estratto da Platform Capitalism a cura di Emiliana Armano, Annalisa, Murgia, Maurizio Teli

Lìberos, invece, costituisce un interessante esempio di organizzazione ‘di filiera’: una rete sociale peer-to-peer che organizza in modo innovativo soggetti situati in diversi punti della filiera editoriale, mettendo assieme produzione, distribuzione e fruizione.

In Lìberos sono riuniti scrittori, editori, librai, biblioteche, associazioni culturali, festival letterari e altri professionisti dell’editoria sarda. Lìberos ha iniziato a operare in Sardegna nel luglio del 2012 come gruppo informale, costituitosi per reagire ad una specifica situazione di emergenza (il rischio di chiusura di una libreria indipendente sarda).

Da subito il gruppo si è caratterizzato per una notevole capacità di organizzazione e per una concezione innovativa delle pratiche d’intervento. Da un lato, infatti, ha saputo raggiungere in tempi eccezionalmente brevi un gran numero di singoli, gruppi e istituzioni diverse sparse su tutto il territorio regionale.

Dall’altro, ha utilizzato strategie di azione e comunicazione non convenzionali in un settore relativamente tradizionale come quello librario; costituisce un caso emblematico in questo senso uno dei loro primi interventi, chiamato ‘#occupylibreria’, nel quale gli stakeholders venivano chiamati ad utilizzare gli spazi di una libreria in difficoltà con concerti, reading, cene e pernottamenti in sacco a pelo.

Il panorama delle pratiche di auto-organizzazione è costantemente in evoluzione, e molto spesso è difficile circoscriverle ai soli lavoratori della cultura.

L’esperienza di precarietà lavorativa e biografica è ormai generalizzata, e molte delle piattaforme che vengono utilizzate in ambito culturale facilitano l’interazione con percorsi molto diversi, che vanno dai movimenti sociali legati alla sinistra extra-parlamentare agli entusiasti del mito delle start-up californiane, passando per attivisti civici che tentano il rinnovamento delle pubbliche amministrazioni e per i mondi estremamente frammentati dell’innovazione sociale e alcuni ambienti del terzo settore cooperativo di matrice socialista o cattolica.

Questa trasversalità è forse, al tempo stesso, il principale punto di forza e di debolezza delle forme di autorganizzazione dei lavoratori della cultura. Da un lato, infatti, abbiamo visto come queste pratiche si stiano diffondendo presso gruppi sociali precedentemente lontanissimi; dall’altro, tuttavia, la cultura prevalente in questi gruppi spesso rifugge forme esplicite di conflitto, minimizzando le differenze di classe in un regime di totale incorporazione del ‘nuovo spirito del capitalismo’.

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