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17 Maggio 2019

Un’associazione ha permesso all’Università di Catania di contrastare la povertà educativa

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Pubblichiamo un secondo estratto dal catalogo di Città come cultura. Processi di sviluppo in occasione dell’incontro al MAXXI di Roma sul ruolo della cultura e lo sviluppo dei territori di venerdì 17 maggio alle 16.30 con Guido Guerzoni, Bertram Niessen, Alfredo Valeri, Francesca Velani, Paolo Verri.

Il primo estratto, di Alfredo Valeri, è qui

A fine luglio 2018 si è conclusa la pubblicazione di un avviso dell’Università di Catania riguardante una proposta dell’associazione Officine Culturali per la valorizzazione condivisa del patrimonio culturale dell’ateneo. Si tratta del primo passo di un potenziale percorso partenariale previsto dal comma 3 dell’art. 151 del nuovo Codice dei contratti pubblici, il D.Lgs. 50/2016; la successiva tappa potrebbe essere costituita da un tavolo tecnico di co-progettazione finalizzato a definire i dettagli del partenariato per la realizzazione dell’oggetto della proposta.

Con il comma 3 dell’art. 151 il legislatore intende consentire l’attivazione 
di “[…] forme speciali di partenariato con enti e organismi pubblici e con soggetti privati, dirette a consentire il recupero, il restauro, la manutenzione programmata, la gestione, l’apertura alla pubblica fruizione e la valorizzazione di beni culturali […]”.

Per comprendere la proposta del 2018 è necessario partire dal 2009, quando alcuni studenti universitari (in maggioranza donne) iscritti ai corsi di laurea della facoltà di Lettere e Lingue dell’ateneo, dopo aver preso parte ad alcuni laboratori universitari di comunicazione dei beni culturali e aver svolto delle visite guidate all’interno della loro monumentale sede universitaria, il Monastero dei Benedettini, proposero alla facoltà stessa di compiere
 un passo avanti e tentare di gestire con regolarità e professionalità le attività di fruizione.

Si dava concretezza a forme spontanee di comunità di eredità, attribuendo valore al patrimonio culturale così da trasmetterlo alle generazioni future nel quadro di un’azione pubblica, come auspicato dalla Convenzione di Faro.

Il Monastero dei Benedettini di San Nicolò l’Arena è un complesso assai vasto che si sviluppa in verticale su quattro livelli, edificato su circa quattro ettari
di città. Eretto nel 1558, fu sfiorato dalla colata lavica del 1669 e demolito dal terribile terremoto del 1693, lo stesso che rase al suolo l’intera Sicilia sud-orientale.

Rifondato in stile tardo-barocco siciliano con una estensione assai maggiore del primo, il nuovo monastero si contraddistinse per la sontuosità, luogo di fede, scienza, arte e cultura, e anche di potere e controllo territoriale. Nel 1866-67 fu tolto ai monaci per essere trasformato in edificio di pubblica utilità, con al suo interno cinque scuole, una caserma, un osservatorio astronomico e le biblioteche Civica e Ursino Recupero.

Dopo più di cento anni di usi e abusi, seriamente danneggiato e travisato 
il monastero fu dato in dono nel 1977 all’università: il professore Giuseppe Giarrizzo (storico e preside di Lettere) vi intravide una moderna e democratica facoltà umanistica del futuro, chiamando l’architetto Giancarlo De Carlo per la redazione del progetto guida che ne prevedesse il recupero 
e la rifunzionalizzazione, anche in relazione a un territorio urbano ospite, il quartiere Antico Corso, sede di intense contraddizioni sociali.

Oggi il monastero è un’accessibile sede universitaria con giardini, biblioteche, un museo, un bookshop e un infopoint, aule studio, archivi; un luogo potentemente permeabile per chiunque, percepito come bene assai rilevante per i residenti che vi partecipano sia nelle occasioni istituzionali che informalmente per scopi sociali e culturali.

Un bene, già monumento nazionale (1869), poi introdotto dall’Unesco 
nel 2002 tra gli edifici del sito World heritage list “Late Baroque Towns of 
the Val di Noto (South-Eastern Sicily)”; e poi nel 2008 riconosciuto dalla regione siciliana rilevante per l’architettura contemporanea per merito del progetto guida redatto da Giancarlo De Carlo.

Il monastero – dopo decenni
 di investimenti e visioni dell’ateneo, ma anche di complicazioni e modifiche del progetto guida – si trovava nel 2000 davanti a un’altra contraddizione rilevante: l’università italiana, pur possedendo una fetta significativa del patrimonio culturale pubblico, non era (e non è ancora) organizzata per erogare al pubblico attività di fruizione e partecipazione culturale.

E questo fu il problema che nel 2009 la facoltà di Lettere di Catania si trovò ad affrontare: giovani competenti grazie a una alta formazione acquisita; una domanda di fruizione sempre maggiore; il non poter dedicare risorse ai servizi necessari; l’impossibilità di dare vita a uno staff dedicato. Come fare?

Coordinati da alcuni professionisti e ricercatori, i giovani – alcuni dei quali ormai laureati e con professionalità sempre più affermate – diedero vita all’associazione Officine Culturali, presentandosi alla facoltà quale soggetto pronto a partecipare alla valorizzazione del complesso, pur consapevoli della evidente assenza di risorse economiche da parte dell’ente.

La convenzione decennale firmata a febbraio 2010 stabiliva quindi che tutti gli oneri connessi alla fruizione sarebbero stati di pertinenza dell’associazione, e che una parte dei ricavi derivanti dalle visite guidate sarebbe stata devoluta alla facoltà, al fine di compensare i lievi costi generati (pulizie, utenze, manutenzioni).

Alla fine del primo anno di attività, il migliaio circa di visitatori del 2009 erano diventati 8.800, per crescere a 15.000 nel 2011, e così via raggiungendo 
i quasi 38.000 del 2017 (180.000 in tutto i visitatori accompagnati), a cui aggiungere anche i circa sei mila utenti annuali di altre attività organizzate dall’associazione, come convegni, spettacoli teatrali site specific, laboratori didattici, presentazioni di libri.

Ma il dato rilevante non fu solo quantitativo: la sfida dell’associazione di investire tempo, risorse economiche e competenze per la comunicazione
 del bene anche digitalmente e a distanza, per rinnovare la sua reputazione 
in merito alla rilevanza storico-architettonica nel contesto della storia della città, ne modificò la percezione da parte della comunità locale, che cominciò a intenderlo non solo come esclusiva torre d’avorio della ricerca e della didattica universitarie, ma come un luogo di riferimento per le relazioni sociali e di conoscenza delle vicende urbane.

Le riflessioni interne all’associazione nel frattempo si focalizzavano sempre più sulla necessità di svolgere un ruolo più incisivo per il territorio e le sue comunità, così da aumentare l’efficacia del proprio lavoro espandendo la missione originale di tutela e cura del patrimonio.

La povertà educativa genera il totale disarmo dei minori e condanna i bambini e i ragazzi a futuri di inconsapevole e inattiva emarginazione

Le analisi sulla situazione sociale in Sicilia e a Catania, con ampie fasce di cittadini in condizione di esclusione ed emarginazione, erano confermate dai dati, quindi il dibattito si orientò gradualmente sul fenomeno delle povertà educative, anche come conseguenza diretta della assidua collaborazione con le scuole di ogni ordine e grado, insegnanti e famiglie, a composizione di quello che dovrebbe costituire le cosiddette “comunità educanti”.

Secondo Save the Children infatti, la povertà educativa è correlata anche a condizioni familiari di povertà assoluta e quindi a fenomeni di privazione ed esclusione culturale. La povertà educativa genera il totale disarmo dei minori, la loro piena incapacità a comprendere e agire, la complessità dei contesti sociali in cui si nasce e si vive, e condanna i bambini e i ragazzi a futuri di inconsapevole e inattiva emarginazione.

Gli obiettivi dell’associazione venivano quindi rivisti alla luce di quattro pilastri strategici: sostenere la conservazione e la tutela del patrimonio culturale mediante lo stimolo a una estesa affezione della comunità di riferimento; partecipare all’espansione del bagaglio di conoscenza delle persone, mediante azioni educative diversificate; contribuire grazie al coinvolgimento delle persone alla produzione di consapevolezza, come coscienza del perché siamo ciò che siamo diventati in questo presente;
 e infine collaborare ai processi generativi di coesione e capitale sociale, risultati ambedue di conoscenza e consapevolezza civica, ma anche di azione collettiva e partecipazione attiva.

Il patrimonio culturale si palesava assai utile per consolidare i quattro pilastri, e non esclusivamente quelli della conservazione e della conoscenza. La nuova missione di Officine diventava quindi quella di “tutelare il patrimonio culturale, rendendolo accessibile e comprensibile attraverso forme inclusive e partecipative di mediazione e comunicazione sociale della ricerca scientifica, dell’intelletto e del lavoro umano”, inserita in una visione complessiva di azioni strategiche di welfare culturale a finalità sociali.

Negli anni dieci del Duemila tra gli atenei europei e italiani cresceva il confronto sulla cosiddetta “Terza Missione”, ovvero quel corpus di attività che le università intraprendono per aumentare i propri effetti positivi a favore dei territori che le ospitano, in termini di benessere, inclusione sociale, occupazione ed economie.

Il paradosso della Terza Missione per ciò che riguarda il patrimonio culturale è che un ateneo viene valutato (in Italia
da ANVUR – Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario
e della ricerca) in relazione alle attività che esegue per e dentro i propri 
siti archeologici e monumentali, e anche a quelle di public engagement:
 ma per tali attività non è possibile destinare specifici budget del fondo di finanziamento ordinario (FFO) che ogni anno viene destinato dal Miur agli atenei.

Malgrado l’assenza di risorse pubbliche, l’azione congiunta di Officine Culturali e dell’Università di Catania ha quindi prodotto un’adesione crescente e consapevole della comunità locale, sempre più convinta che il monastero sia un bene comune e passibile di diversi utilizzi, grazie a spettacoli teatrali site specific, 180.000 partecipanti a visite guidate, presentazioni di libri, attività per le famiglie, attività tra le associazioni, concerti, workshop e focus group sugli spazi urbani e pubblici circostanti; ha coinvolto bambini e ragazzi a migliaia ogni anno in attività educative e nella co-creazione di contenuti; 
ha avviato processi inclusivi finalizzati a contrastare barriere architettoniche, sociali, economiche e cognitive; ha innescato uno scambio progressivo 
tra la comunità universitaria e il resto del territorio: tutte azioni che negli anni hanno profondamente modificato la percezione dell’edificio da parte della popolazione, producendo sentimenti di integrazione, partecipazione, coinvolgimento e cittadinanza attiva.

Alla luce di questo risultato, l’Università di Catania proponeva a Officine Culturali di allargare le proprie attività anche al Museo di Archeologia (2012)
e all’Orto Botanico (2015), a oggi luoghi di plurime iniziative educative e di comunicazione sociale della ricerca scientifica.

Non va ignorata in questa sede la fragilità della sostenibilità economica della iniziativa di Officine Culturali, derivante dalla assoluta prevalenza di un flusso di ricavi (94%) riconducibili alla bigliettazione delle proprie attività market, in un settore tendenzialmente in contrazione per ciò che concerne i consumi culturali: basti sapere che, solo nel periodo 2016-17, nel Paese il comparto patrimonio storico-artistico ha perso circa il 4% di addetti (2124 lavoratori) e il 3,6% di valore aggiunto.

Quei ricavi, a oggi, non sono sufficienti a garantire il pieno soddisfacimento reddituale, e ciò induce inevitabilmente a ricorrere a non poche dosi di lavoro benevolo, soprattutto per la porzione di attività non market, ovvero quella più orientata all’inclusione sociale e alla partecipazione.

Senza dubbio, nel futuro delle organizzazioni culturali con finalità sociali servirà da parte dei decisori pubblici una ristrutturazione profonda della visione del ruolo che il settore, opportunamente orientato e inteso quale vero e proprio welfare culturale, potrà giocare nei processi di integrazione, inclusione e coesione sociale; nonché una revisione altrettanto netta dei budget dedicati ad attivare quei processi (a oggi, ricordiamolo, lo 0,3% del totale nazionale che comprende anche la manutenzione del patrimonio culturale).

Altresì potrà risultare altrettanto strategica un’innovazione dei rapporti tra enti pubblici e privati (nella fattispecie del settore culturale) che assumono come obiettivo primario la generazione di impatti sociali profondi e duraturi.

Un’innovazione che consenta ai privati, al di là di qualsiasi finalità lucrativa, di collaborare alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio culturale, programmando allo stesso tempo con il partner pubblico interventi di lunga durata e attività dirette a promuovere la sostenibilità degli stessi.

Grazie alla norma indicata dal Codice dei lavori pubblici del 2016, il comma 3 dell’articolo 151, Officine Culturali si è proposta come partner dell’Università degli Studi di Catania, offrendosi quale supporto delle future iniziative di valorizzazione del patrimonio culturale dell’ateneo, sistema museale incluso, nel quadro della sua Terza Missione.

L’associazione si è proposta al fine di condividere le competenze acquisite in questi anni per ciò che riguarda la gestione, comunicazione e fruizione,
 e per proseguire con nuove regole l’operato fin qui svolto, ma ancora senza costi per l’ateneo.

Si è proposta di sostenere l’istituzione nella impegnativa responsabilità della cura del patrimonio pubblico, disponibile a reiterare ulteriori investimenti (di tempo, di denaro, di competenze, di lavoro) pur 
di garantirne la tutela, l’accessibilità e l’utilità per pratiche virtuose di cittadinanza e di comunità.

Le principali attività proposte all’università sono quindi: il consolidamento dell’esperienza di fruizione e valorizzazione del Monastero dei Benedettini, del Museo della fabbrica del monastero e del relativo archivio; il rafforzamento delle attività di valorizzazione dell’Orto botanico e del Museo di archeologia; l’accertamento della fattibilità e della sostenibilità di un progetto di gestione per Città della scienza; lo stimolo alla fruizione degli altri poli museali di ateneo, tenendo conto di specificità ed esigenze di sostenibilità; l’attuazione di ulteriori attività di sostegno e accessorie per garantire l’integrazione tra i siti del patrimonio in oggetto.

L’articolo 151 potrà costituire per le tante organizzazioni, profit e non profit, che hanno individuato nella propria missione la tutela, la valorizzazione e
 la pubblica fruizione del patrimonio culturale, un poderoso strumento di partecipazione alla gestione di beni pubblici di rilevanza culturale e sociale.

L’esperimento di Catania è in corso di espletazione e con esso altri in altre città e con altri enti. Il ricorso a questo nuovo strumento e alle collaborazioni di cui esso è potenzialmente attivatore, con una nuova visione dei Fondi di finanziamento ordinario (e in generale al budget pubblico dedicato), potrebbe contribuire al consolidamento dell’efficacia dell’azione di Terza Missione degli atenei, costituendo una nuova risorsa al servizio delle comunità e dei loro bisogni sociali.

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