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Perché dovrei lasciare il tuo paese? L’Olanda populista e il Coronavirus

È mattina presto e le notizie dall’Italia sono drammatiche. Il Corona virus colpisce l’Italia settentrionale con una magnitudo paragonabile alla Cina. Mia madre e mia nonna sono lì a Piacenza da sole. Confinate a casa, spaventate e vittime di una sciagurata televisione che offre notizie sensazionalistiche sugli effetti del Covid19. I numeri crescono a dismisura.

I giovani sono al sicuro, hanno detto, gli anziani sono in pericolo. Sono perplessa, ho il cuore spezzato per i miei cari e sono incredula perché nei Paesi Bassi dove vivo tutto sembra normale. Tutto è ancora gezellig. Un concetto olandese non traducibile letteralmente la cui radice affonda nella cultura dei Paesi Bassi. Gezellig è una parola usata in diversi momenti, ma tutti riconducibili alla convivialità, la piacevolezza, e il benessere.

Nei Paesi Bassi sembra tutto normale. Tutto è ancora gezellig

Comincio con la mia routine mattutina aprendo i social network e le app sul mio telefono. Apro e chiudo in modo compulsivo storie di Instagram e Facebook. Mmmh è terribilmente noioso vedere le persone che fanno gli aperitivi online, finti famosi o influencer che postano le loro case fantasmagoriche e con non curanza usano #iostoacasa. Nichilismo digitale, balena nella mia testa, con riferimento all’ultimo libro del teorico dei media Geert Lovink. Apro Twitter. Twitter sta esplodendo come una piazza. Devo prendere parte a questa rivolta, penso.


Letizia_Chiappini @Molly_Ulysses. 22 marzo 2020 (tradotto dall’inglese)

“Mi sento insicura. I Paesi Bassi giocano con le vite e il loro sistema di assistenza pubblica. Sono il paese più testardo di sempre. Nessuna empatia per paesi come #Italia o #Spagna, né per gli espatriati. La mentalità colonialista entra in gioco anche durante # covid19 volte in Olanda #LockdownHolland.”

Un giornalista si avvicina a me.

Klaas Broekhuizen @KlaasBroekhuize 23 marzo 2020.
Risposta a @Molly_Ulysses (tradotto dall’inglese)

“Ti va di parlarne? Klaas Broekhuizen, reporter del quotidiano finanziario olandese.”


Sì, certo. Rispondo. Mi piacerebbe espandere i miei 280 caratteri in una riflessione più ampia. Klaas Broekhuizen mi ha posto alcune domande via e-mail. Qui il resto della storia

Cosa ti farebbe sentire sicura / più sicura? Cosa manca? Cosa dovremmo imparare da altri paesi, e in particolare dalla Spagna e dall’Italia?

Inizierò con una citazione di Pierpaolo Pasolini (Il Pianto della Scavatrice, da Le ceneri di Gramsci, 1957).

“Solo l’amare, solo il conoscere
conta, non l’aver amato,
non l’aver conosciuto. Dà angoscia
il vivere di un consumato
amore. L’anima non cresce più.’’

Il mio sentimento nei confronti dei Paesi Bassi, dove ho vissuto per tre anni e sto ancora vivendo, è di amore. Come parte della generazione Millenial-Erasmus, sono innamorata dell’Europa e del beneficio di viaggiare come studente durante il percorso universitario. Ho avuto una sorta di relazione poliamorosa con i paesi europei.

Ho viaggiato e vissuto a lungo in altri paesi con il mito di una forte Unione europea. Per me “eravamo una famiglia”. Quando amo veramente, voglio davvero capire. Questo è il mio motto come ricercatrice. I sentimenti insiti nel mio tweet sono un misto di amore e sgomento, un’incomprensione che non trova ancora risposta.

L’Olanda e gli olandesi, dopo essersi elogiati per il suo estremo liberalismo sociale, sono intrappolati dal populismo di destra

Come intellettuale e teorica ho osservato il declino dei “gloriosi trent’anni”, il ritiro dello stato nel fornire misure di welfare in Europa a favore di regimi politici individualistici e neoliberisti. L’Olanda e gli olandesi, dopo essersi elogiati per il suo estremo liberalismo sociale, sono rimasti intrappolati nel populismo di destra che si è diffuso in risposta all’austerità imposta dall’Europa dopo la crisi finanziaria del 2008 con il conseguente biasimo di migranti, islam e espatriati. Come ha scritto il mio collega – Merijn Oudenampsen (Universiteit van Amsterdam) – sulla “radicale trasformazione avvenuta negli anni ’80 -’90 dei Paesi Bassi in una delle economie europee più liberalizzate, e sulla manifestazione paradossale del neoliberalismo olandese in forma depolitica e consensuale”.

Dato che i Paesi Bassi sono diventati uno dei paesi più laissez-faire e neoliberisti in Europa, non mi sorprende che Mark Rutte – il primo ministro — sia un voyeur del progetto anglo-americano, in particolare durante la crisi di Covid-19, in cui il crepitio di morte dei paesi neoliberisti è Non far fallirre l’economia! Menzionando la groepsimmuniteit (immunità di gregge) in un discorso pubblico che di fronte al lutto di paesi come l’Italia – dove le forze armate trasportano i cadaveri da una città all’altra verso forni crematori in funzonamento continuo -, suona come una negazione del disastro e della sofferenza altrui.

Ciò dimostra una profonda mancanza di empatia che trovo oltraggiosa, non solo perché risveglia come alcuni sostengono una forma di patriottismo, ma perché dimostra una mancanza di empatia verso il mondo che sta soffrendo a causa di un nemico invisibile. Simpatetico non significa empatico e le politiche olandesi di oggi riflettono un atteggiamento simpatetico, spesso in linea con una lokale politiek e un’ideologia culturale di un paese profondamente calvinista, ma al contempo secolarizzato.

È la politica o è anche il popolo olandese?

Nel mio tweet scrivo che l’Olanda sta “Giocando con le vite dei propri cittadini”. In pratica, l’Olanda sta salvando le multinazionali e non le vite umane. Prova ne sono i fondi stanziati per KLM, la compagnia aerea di bandiera. La politica, dal greco antico politikḗ (“che attiene alla pόlis”, la città-stato), con sottinteso téchnē (“arte” o “tecnica”), viena intensa in senso “tecnica di governo (della società)”.

Nella tecnica di governo della società, rientrano anche le istituzioni ossia anche l’approccio alla cura e alla medicina. I medici di base in Olanda sono purtroppo noti per la loro inadeguatezza e spesso il paracetamolo è la soluzione ad ogni malanno, anche grave.

Una mia cara amica rientrata di fretta e furia dagli Stati Uniti e tornata qui ad Amsterdam con febbre altissima e tosse secca si è rivolta al medico di base il quale non solo l’ha fatta venire nel suo studio, ma dopo aver desunto un caso positivo Covid, le ha semplicemente detto che essendo giovane non era necessario alcun tampone o forma di isolamento.

Mark Rutte e altri politici non ascoltano, non imparano

Lei abita in uno studentato, ha toccato maniglie, ascensori, tutti gli spazi comuni e le superfici sono potenzialmente infetti perché nessuno sta disinfettando a dovere. In Olanda è ancora tutto nella normalità.

Mark Rutte e altri politici non ascoltano, non imparano. Il virus è un problema di classi sociali, coloro che sono svantaggiati sono i più a rischio. Certo, non si può paragonare un expat a un senzatetto. Il grado di vulnerabilità è certamente differente. Quello che invece si può paragonare è come il medico di base rappresenti la politica e agisca – come ogni istituzione – rispetto alla tecnica di governo nazionale. Minimizzare, non testare, e far diffondere il virus il più possibile per raggiungere la cosiddetta immunità di gregge.

Un altro punto su cui il giornalista olandese vuole spiegazioni è la mia frase sulla ‘’mentalità colonialista”. A mio parere questa mentalità colonialista sta nell’atteggiamento della politica olandese e di una parte (spero non tanto ampia) dei 17 milioni dei cittadini olandesi. L’atteggiamento colonialista è anche pensare che l’individuo sia superiore, che abbia ragione e sia nel giusto nel professare la sua conoscenza in altri paesi spesso uccidendo e rifiutando di imparare da loro.

Mi viene in mente Cuore di Tenebra (1889) di Jospeh Conrad ambientato nell’Africa coloniale di fine Ottocento, un colonialismo becero, mai condannato, perché su quegli orrori e carneficine si è costruita la società moderna. Una società malata e disfunzionale. Che il Corona virus nel 2020 mette a nudo.

Il virus come specchio della nostra società, specchio dell’individuo solo, rinchiuso in casa che non riesce a stare con se stesso. Ha paura, vuole conformità e conformismo. Le mura domestiche non offrono questo conformismo, ma solo un duro confronto con ciò che siamo, le nostre abitudini, le nostre paure. Così come le nazioni possono unire e farci vivere felici all’interno delle nostre frontiere, oppure distruggere, devastare come le peggiori guerre civili.

Il colonialismo non è un’eredità, è un peccato, una vergogna con cui gli olandesi e altri stati colonialisti non hanno mai fatto pace

Il virus non è una guerra ma è il confronto con la morte, destino ineluttabile degli esseri viventi. Così l’Olanda vede il virus, una minaccia all’economia, non all’essere umano. E nel fervore e al grido della morte dell’homo oeconomicus questo è inaccettabile. Anche di fronte all’atrocità che il virus sta infondendo negli altri paesi e nelle loro economie malate e precarie.

L’altruismo e la solidarietà non erano sentimenti durante lo slancio storico coloniale. Il colonialismo non è un’eredità, è un peccato, una vergogna con cui gli olandesi e altri stati colonialisti non hanno mai fatto pace. Come mostra questo articolo del The Guardian il virus è anche il rantolo del capitalismo industriale che si sta sgretolando di fronte ai magnati che vogliono salvare il capitale e non le vite umane dei loro dipendenti.

Alcuni intellettuali convengono sul fatto che il capitalismo ha bisogno di crisi per sopravvivere ed emergere con nuove vesti, ma anche con vinti e vincitori. Così, Amazon, Google e Netflix, saranno i nuovi eroi del capitalismo di piattaforma che stava convivendo con il capitalismo digitale dei primi anni ’90 del secolo scorso e con i brandelli del capitalismo industriale delle grandi aziende.

Come scrive nel suo ultimo articolo Franco ‘Bifo’ Berardi: “(…) gli effetti di lungo periodo della deflazione psichica sulla stagnazione economica. Il capitalismo ha potuto sopravvivere al collasso finanziario del 2008 perché le condizioni del collasso erano tutte interne alla dimensione astratta del rapporto tra linguaggio finanza ed economia. Non potrà sopravvivere al collasso dell’epidemia perché qui entra in campo un fattore extrasistemico.”

Trovo ispirazione in un racconto di una donna indigena sopravvissuta durante la violenza del colonialismo, quella mostruosità dell’uomo europeo, del cosiddetto animale civilizzato. Quella violenza che la condusse a lamentarsi e anche a non lamentarsi. Entrambe le azioni erano una sorta di protezione per lei e per il suo popolo. Io stessa mi sono trovata in questa condizione.

Dobbiamo imparare molto dagli indigeni. Non dai paesi patriarcali e dai gloriosi colonialisti che invadono altre popolazioni e altri modi di vivere. Mi esprimo e mi lamento condividendo nella nostra piazza digitale, come Twitter. Non mi lamento e quindi sopravvivo. Come Audre Lorde (2017) afferma nel suo libro Il tuo silenzio non ti proteggerà. Ecco perché ho parlato. Puoi costruire un muro dal silenzio, ma è difficile trovare l’amore dal silenzio e dall’indifferenza.

Per riprendere ancora Bifo: “Non possiamo sapere come usciremo dalla pandemia le cui condizioni sono state create dal neoliberismo, dai tagli alla sanità pubblica, dall’ipersfruttamento nervoso. Potremo uscirne definitivamente soli, aggressivi, competitivi. Ma potremmo uscirne invece con una gran voglia di abbracciare: socialità solidale, contatto, eguaglianza.”

Dal tweet (e LinkedIn) capisco che stai vivendo in Olanda? Se è così, da quanto tempo vivi qui?

Prima della crisi del Corona virus, mi sentivo parte di questo paese e ne faccio ancora parte. Starò nei Paesi Bassi per capire cosa sta succedendo nella nostra società disfunzionale. Il problema è globale, non c’è scampo. Sara Ahmed, in uno dei suoi recenti contributi ha scritto: “Per sopravvivere alle istituzioni, dobbiamo cambiarle. Può essere un affare difficile: il modo in cui sopravviviamo ad alcune strutture può essere il modo in cui queste strutture vengono riprodotte”.

Perché Mark Rutte non ha agito prima dell’inizio della crisi nel Nord Italia?

Questa crisi mostra le crepe dell’UE come istituzione, ma non è un fallimento, se tutti proviamo a cambiarla! Il modo in cui agiscono i Paesi Bassi mostra un fallimento nel far parte dell’Europa. Perché Mark Rutte non ha agito prima dell’inizio della crisi nel Nord Italia? Spagna e Italia fanno parte dell’UE, quindi perché respingerli e non considerare la loro richiesta di aiuto? Come scusa – affermano i politici -, gli anziani moriranno. Questo è quello che riecheggia nella mia mente, ma i vecchi sono mia nonna, i tuoi genitori, i tuoi amici. Andrebbe bene per te lasciarli morire?

Hai intenzione di lasciare i Paesi Bassi al più presto? Forse anche interrompere la tua ricerca presso l’UvA (temporaneamente)? E smettere di insegnare a Utrecht (temporaneamente)?

Ah, ancora quelle domande penso… l’olandese medio chiede sempre di rispondere a quelle domande precise. Le trovo offensive, come se qui fossi ospite e dopo un po’ l’ospite in casa inizia a puzzare, si dice da noi. La vedo come una sorta di microaggressione e quel tipo di domande mi turbano sempre. Altre menti olandesi più illuminate, mi considerano parte di questo paese. Ora chiedo al giornalista: perché dovrei lasciare il tuo paese e chiudere la porta? Costruire un muro di silenzio? No, mi dispiace dirti che resterò e cercherò di contribuire con le mie lamentele a una società migliore. Adoro i miei studenti, adoro i miei colleghi, adoro il mio lavoro. Adoro la mia ricerca. Adoro l’ideale dell’Europa come istituzione che protegge i suoi cittadini.

Perché dovrei lasciare il tuo paese e chiudere la porta?

Per i populisti, i partiti di destra e quelli sovranisti e antieuropeisti, l’idea che qualcuno lasci il proprio paese è assurdo. Geert Wilders and Thierry Baudet vogliono suggerimenti su come io ho lasciato il mio paese piena di speranze. Speranze di migliorare come essere umano, di imparare da altre culture, di adattarmi e di condividere, non di imporre la mia esperienza e la conoscenza acquisita duranti i miei 32 anni di esistenza su questa nuda terra. Questi sono i miei suggerimenti per loro, ma forse potrebbero servire anche al premier Mark Rutte per ricordargli quanto sia importante rimanere uniti e mantenere gli espatriati nel suo magnanimo Paese.

È trascorsa una settimana dal mio tweet e i numeri dei contagiati crescono anche in Olanda. La curva non si appiattisce e alcune testate olandesi mormorano che non si stanno testando abbastanza le persone che presentano sintomi. Gli ospedali mostrano i primi cedimenti. Ora la questione della politica a scala europea si fa ancor più seria. Apprendo da una dichiarazione del ministro olandese Rutte : “L’Olanda è impegnata ad assicurare che una forma appropriata di condizionalità sia rispettata per ogni strumento utilizzato, come richiesto dall’attuale Trattato del Mes”.

Ora più che mai mi domando, come il concetto di noi sia differente. Il primo ministro olandese non parla a un noi Europa, gli olandesi non sono noi italiani, non sono noi spagnoli, non sono noi europei. Forse si sentono invincibili, forse si sentono migliori e confidano sulla loro economia che salverà loro anche di fronte al virus.