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20 Ottobre 2015

Un progetto come BookCity è il frutto di una profonda conoscenza della complessa realtà milanese, a cominciare dall'importanza delle professioni creative nella composizione del tessuto economico-sociale.

Oliviero Ponte di Pino: BookCity è il frutto di una visione di città

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A pochi giorni dall’inizio della terza edizione di BookCity (a Milano dal 22 al 25 ottobre) abbiamo incontrato Oliviero Ponte di Pino che fin dalla prima edizione è il responsabile del palinsesto della kermesse insieme a Elena Puccinelli. Con Ponte di Pino abbiamo indagato le tipicità di una manifestazione che sia nelle pratiche organizzative come nella proposta culturale rappresenta un unicum nel panorama italiano.

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Oliviero Ponte di Pino

Come nasce BookCity?

BookCity Milano nasce nel 2012 per volontà dell’amministrazione comunale e degli editori milanesi, rappresentati dalle quattro fondazioni editoriali (Fondazione Corriere della Sera, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Fondazione Umberto e Elisabetta Mauri e Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori). L’iniziativa è partita il 10 settembre 2012 con una call agli editori e alle associazioni della città, ai quali è stato chiesto di proporre e produrre eventi che avessero al centro il libro. Gli spazi vengono messi a disposizione gratuitamente da diverse realtà cittadine, a cominciare dallo stesso Comune (con il Castello Sforzesco, i musei civici e alcuni slot nei teatri) ma anche da privati. Un altro elemento caratterizzante è la gratuità degli eventi.

La risposta ha superato ogni aspettativa: da 16 al 19 novembre 2012 BookCity Milano ha programmato oltre 350 eventi in più di 100 luoghi della città, coinvolgendo circa 80.000 persone. La manifestazione è entrata subito nel cuore dei milanesi, che la vivono con orgoglio, come un’espressione del lato migliore della città e come un’occasione di incontro, conoscenza e divertimento. Il successo è dimostrato anche dall’incremento del numero di eventi (800 eventi delle edizioni 2014 e 2015) e del pubblico (circa 130.000 presenze).

Quali differenze ha BookCity con gli altri festival oggi diffusi in tutta Italia?

La peculiarità di BookCity Milano è l’assenza di una direzione artistica, almeno nel senso tradizionale del termine. Non esiste un gate keeper, ovvero un “guardiano” che sceglie cosa fare e cosa non fare, e commissiona eventi e iniziative. È una manifestazione inclusiva, che nasce dal basso, “bottom-up”, a partire dal ricchissimo tessuto culturale della città: protagonista è la filiera dell’editoria, che attraverso la manifestazione ha acquisito maggiore consapevolezza e visibilità.

Il miracolo di BookCity non sono tanto le folle richiamate dai grandi eventi, ma le centinaia di piccoli eventi di nicchia, su temi magari difficili

BookCity ha una struttura molto leggera, non produce gli eventi, ma raccoglie le proposte e le organizza in un palinsesto articolato per poli tematici, tenendo ovviamente conto del richiamo dei protagonisti degli eventi. Poi offre un supporto logistico-organizzativo, attraverso la collaborazione con Accapiù e Trivioquadrivio e l’impegno di diverse centinaia di volontari. Infine promuove la manifestazione, anche grazie alle fondamentali media partnership di Corriere della Sera e di Mondadori.

Quali pratiche ha attivato BookCity?

Posso fare alcuni esempi, in varie direzioni.
Il Forum Città Mondo, che raccoglie le associazioni degli stranieri e dei “nuovi italiani” presenti in città, propone da diversi anni un intero palinsesto di eventi (nel 2015 al MUDEC, il nuovo Museo delle Culture). Lo stesso fanno i centri culturali stranieri a Milano, che hanno proposto in ogni edizione veri e propri festival letterari. Non sono le uniche reti: la vendita dei libri agli eventi, che nel 2012 era gestita direttamente degli editori, è ora in gran parte curata dalla LIM, l’associazione delle librerie indipendenti milanesi che si è costituita nel frattempo e che dal 2014 gestisce anche la libreria di BookCity al Castello. In generale, BookCity è basato sulla auto-organizzazione e dunque tende a incentivare pratiche di rete.

Un altro trucco: il requisito per proporre un evento è che sia costruito attorno a uno o più libri, ma spieghiamo che il titolo dell’evento deve essere diverso da quello dei libro, e che è vietato usare la parola “Presentazione”. Questo per spingere a spettacolarizzare gli eventi, per far incontrare persone e punti di vista, per inserirsi nei vari “mini-festival tematici” in cui si organizza BookCity.

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Collegata a questo aspetto, è la sperimentazione di varie forme innovative e partecipative di lettura e comunicazione del libro: la lettura non è soltanto silenziosa e solitaria, ma può diventare collettiva, itinerante, partecipata, in forme più artigianali o più tecnologiche… Non è un caso che l’interazione su Twitter, Facebook e Instagram sia molto forte e apprezzata.

Nell’insieme questo festival 2.0 è un affascinante test sull’intelligenza collettiva: il miracolo di BookCity non sono tanto le folle richiamate dai grandi eventi nei teatri, ma le centinaia di piccoli eventi di nicchia, su temi magari difficili, che però raccolgono il loro pubblico: il successo di questi incontri è il frutto dell’intelligenza di chi li ha proposti e comunicati, ma anche del pubblico che li ha saputo scovare in un programma davvero sterminato, per raggiungere magari un luogo della città che non conoscevano.

C’è stata un risposta positiva in termini d’incremento negli anni da parte del mondo economico/sponsor?

Per una manifestazione di queste dimensioni, il budget è davvero modesto (tra i 200.000 e 300.000 euro/anno), anche se molte voci non vengono contabilizzate: dai costi di produzione degli eventi all’affitto delle sale, oltre alle media partnership. Certamente sul versante del sostegno dei privati alla manifestazione si potrebbe e dovrebbe fare molto di più e meglio. Ma quello di BookCity è un modello peculiare e innovativo, che dobbiamo imparare a comunicare in maniera più efficace ai potenziali sponsor. Tra l’altro, è una manifestazione che non si rivolge solo agli addetti ai lavori e ai “lettori forti” (che certamente amano BookCity), ma è in grado di intercettare ampie fasce di lettori deboli e di non lettori, con eventi che vanno dalla programmazione per i bambini all’oroscopo, dallo show cooking agli incontri con le star dello sport o della musica. Sempre con il libro protagonista.

Quanto resta durante l’anno dell’attivazione generata nei giorni di BookCity?

In questi 362 giorni resta senz’altro chiaro il valore che attribuiamo al libro, come strumento di conoscenza, di incontro, di condivisione, di piacere e divertimento. È fondamentale ribadire la centralità del mondo del libro nel panorama culturale ma anche economico della città.

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Poi ci sono attività che si svolgono durante l’intero arco dell’anno. Per realizzare il programma di BookCity ormai una piccola squadra di professionista lavora in pratica tutto l’anno, a stretto contatto con l’intera città. Inoltre per BookCity è fondamentale il lavoro con le scuole – o meglio nelle scuole – che nel 2015 ha coinvolto in oltre 160 progetti 1300 classi in 200 scuole. Così come durante l’intero arco dell’anno è attivo BookCity per il sociale, con interventi nelle carceri e negli ospedali.

Esiste un modello BookCity?

Se esiste, quel modello non è stato concepito a freddo, a tavolino. Si è concretizzato pragmaticamente, “alla milanese”, nel corso degli anni. Si possono citare precedenti come l’Estate Romana di Renato Nicolini negli anni Settanta, o il Festivaletteratura di Mantova negli anni Novanta, due esperienze con cui BookCity ha affinità e differenze. D’altro canto Milano ospita già esperienza affini: due manifestazioni diffuse e partecipate come il Fuorisalone e PianoCity.

Il “modello BookCity” è stato adattato dall’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno per programmare e comunicare il palinsesto di Expoincittà (in cui è stata inserita anche l’edizione 2014 di BookCity). Non a caso, anche grazie a BookCity, nel 2014 Milano è stata la prima città del libro italiana: proprio perché non ospita solo un evento di successo, ma lo inserisce all’interno di una rete virtuosa.

Certamente BookCity è molto milanese. Ci siamo chiesti se fosse un modello esportabile. Perché possa nascere una manifestazione di questo tipo, è necessaria una “massa critica”: un tessuto culturale attivo (a cominciare dalla filiera del libro, ma non solo), una popolazione abbastanza ampia e curiosa, un sistema-città efficiente (trasporti, scuole e università, musei, biblioteche, librerie, sistema della comunicazione). Un progetto come questo è il frutto di una visione della città, e di una profonda conoscenza della sua complessa realtà, a cominciare dall’importanza delle professioni creative nella composizione del tessuto economico-sociale.

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