Perché abbiamo bisogno del potere erotico per vedere oltre la quarantena

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After all this time / and after all the ambulances go
[…] I’ve got to know / can we work it out?
Arcade Fire, “Afterlife”

Prima di addormentarmi penso a tutti gli animali
dentro le loro tane che sono piene di sonno
e alle sementi che vogliono bucare la campagna
per dipingere di verde la terra.
Tonino Guerra

1. Costruire un ponte tra lo spirituale e il politico, o gli usi dell’erotico

In questa quarantena in cui il tempo è spazio da navigare, le emozioni sono amplificate come al microscopio e ogni stato, fisico o mentale, va e viene, impermanente. “Ho l’impressione che pensare sia una forma di sentimento e sentire una forma di pensiero”, scriveva Susan Sontag.

Mai come in questi passaggi di tempo che sembrano un’unica, lunghissima giornata, valgono le sue parole. Si è detto che romanticizzare la quarantena è un privilegio di classe: se posso permettermi il lusso di avere i pensieri qui sopra è perché il mio isolamento è relativamente agiato, in uno dei paesi più ricchi del mondo, in un appartamento riscaldato, con un’ottima connessione internet e un terrazzino rivolto a sud in cui nelle belle giornate intravedo addirittura uno spicchio del mare di Trieste.

Non mi trovo in carcere, né in ospedale, e tantomeno a scarrozzare per la città facendo la rider o a compiere lavori di cura, così la mia mente può permettersi queste belle escursioni. Eppure, a ben vedere, privilegiata non sono, visto che la mia generazione è precaria da anni: da ben prima della quarantena sappiamo cosa significhi mangiare, scrivere, mandare curriculum, avere una relazione, fare esercizio, dormire, tutto negli stessi spazi, per settimane e mesi.

La mia generazione è precaria da anni: da ben prima della quarantena

Conosciamo bene gli effetti deleteri di questa forma di vita sul nostro equilibrio mentale, sulla qualità dei nostri amori, sul nostro benessere fisico. E quando in questi giorni comprendiamo che la crisi sanitaria in atto non è solo un’enorme crisi sociale, politica ed economica, ma anche un’emergenza psichiatrica a venire, cerchiamo di immaginare cosa potrà mai essere un’esistenza in cui alla precarietà che ci ha già tolto tanto si aggiunge un altro strato di incertezza esistenziale e sistemica.

Ha scritto Federico Nejrotti recentemente che prima di poter pensare qualsiasi futuro post-pandemia, ognuno di noi dovrebbe trovare dei modi per fare i conti con l’angoscia quotidiana; prima di pensare a quel che sarà, dobbiamo “marchiarci a fuoco con le nostre emozioni”, stare nel dolore che tutti, in diverse misure, attraversiamo e fatichiamo a metabolizzare. È vero, senza processare questa quotidianità non costruiremo niente di valido sulle macerie. Forse c’è un modo per cominciare a farlo, estremamente politico e romantico al tempo stesso: rispolverare i potenti scritti di Audre Lorde e in particolare le sue riflessioni sulla poesia e sull’erotico.

Nel saggio Poetry is not a luxury, leggiamo:

Per le donne, allora, la poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra esistenza. Forma la qualità della luce tramite cui esprimiamo le nostre speranze e sogni rivolti alla sopravvivenza e al cambiamento, che trasformiamo innanzitutto in linguaggio, poi in idea, infine in azione tangibile. La poesia è il modo in cui dare nome al senza nome, così che possa essere pensato. Gli orizzonti più lontani delle nostre speranze e paure sono ricoperti dalle nostre poesie, scolpite dalle esperienze delle nostre vite quotidiane.

Tutte le attività che durante la “normalità” ci sembravano superflue – leggere una poesia, affidarsi a un supporto psicoterapeutico, fare della meditazione o dello yoga – sono improvvisamente diventate essenziali. Se sono così importanti non è solo perché rappresentano un’esperienza estetica in una vita impoverita dal distanziamento sociale; ma anche perché sono una stasi che racchiude movimento, sono preludio all’azione in un mondo che non potrà essere più quello di prima, e andrà reinventato dalla a alla zeta, a partire da concetti che ci eravamo dimenticati: il limite, la vulnerabilità, l’interdipendenza. In fondo lo sappiamo tutti e già da un po’: non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.

Non esistono nuove idee, ci dice Audre Lorde, ma solo “nuovi modi di farle sentire”: di provare su di sé cosa siano queste idee, “di domenica mattina alle sette, dopopranzo, durante l’amore sfrenato, facendo la guerra, partorendo, piangendo i nostri morti – mentre soffriamo per i vecchi desideri […] e le paure di restare silenziose e impotenti e sole”.

Esiste un modo per connettere tutte le emozioni che stiamo vivendo nel nostro privato a una sfera autenticamente pubblica, nel momento in cui l’accesso fisico ad essa ci è precluso? Esiste un ponte che lega lo spirituale al politico? Secondo Audre Lorde, questa dimensione esiste, ed è l’erotico.

Ci sono molti tipi di potere, usati o non usati, riconosciuti o no. L’erotico è una risorsa che si trova dentro di noi, su un piano profondamente femminile e spirituale, fermamente radicata nel potere dei nostri sentimenti inespressi o non riconosciuti. Allo scopo di perpetuarsi, ogni oppressione deve corrompere o distorcere le varie fonti di potere che, all’interno della cultura degli oppressi, possono fornire loro l’energia per il cambiamento. Per le donne, ciò ha significato la soppressione dell’erotico come fonte consapevole di potere e di informazione all’interno delle nostre vite.

Stiamo parlando di una misura, quella dell’erotico, che si posiziona “tra l’inizio del nostro senso di sé e il caos del nostro sentire più profondo”; una pienezza interiore a cui sappiamo di dover aspirare, una volta che l’abbiamo sperimentata. In questa quarantena, una sospensione che è vita a tutti gli effetti – moto dello spirito più che del corpo, ma pur sempre grande, grandissimo mutamento – è a partire dalle nostre emozioni che possiamo ricomporre lo spirituale e il politico. Più che gesto romantico, la chiamerei etica.

Lo spirituale senza erotico, per Lorde, è “un mondo di affetti appiattiti”, la chimera di un’asceta che non vuole più sentire; più che autodisciplina, è un negare se stessi e le emozioni dell’altro. Il politico senza erotico, simmetricamente, ignora quanto di più primario esiste in noi da condividere: “le passioni dell’amore, nei suoi significati più profondi”.

Mettere in dialogo lo spirituale, l’erotico e il politico in noi è il primo passo per abbattere molti altri steccati domani. A partire da quello, cruciale, tra ecologia, lavoro e salute. Mesi fa Greta Thunberg nel suo discorso ai parlamentari inglesi diceva che evitare la catastrofe climatica richiede una visione autenticamente globale, la chiamò cathedral thinking. Lì per lì ho annotato questa espressione così enigmatica, quasi mistica, con la sensazione che sarebbe presto tornata utile. Ed eccoci qua a ragionare come i costruttori della base di una cattedrale, che ignorano come si arriverà al soffitto; chiamati ad esercitare un pensiero collettivo che più che interdisciplinare (avranno ancora senso i settori disciplinari, dopo?), è cosmico.

2. La quarantena come metafora

La malattia è “il lato notturno della vita,” ha scritto Susan Sontag quando aveva a che fare con la sua malattia, il cancro. È “una cittadinanza più onerosa” in cui improvvisamente ci si scopre cittadini “di quell’altro paese”: quello del virus, nel nostro caso, che frontiere non ne conosce (e irride così i sovranismi, smascherandoli quel che sono: falsissime soluzioni, egoismi eretti a sistema). Alla fine di Illness as metaphor, un saggio dedicato alla critica dei simbolismi associati con la malattia e in particolare del lessico bellico con cui in Occidente si parla del cancro, troviamo parole preziose:

le nostre idee sul cancro, e le metafore che ad esso abbiamo imposto, sono soprattutto un veicolo delle gravi insufficienze di questa cultura, di un atteggiamento superficiale verso la morte, delle nostre ansie emotive, delle sconsiderate e imprevidenti risposte al nostro vero “problema di crescita”, della nostra incapacità di creare una società industriale avanzata in grado di regolare correttamente i consumi e delle nostre paure giustificate di un corso sempre più violento della storia. La metafora del cancro diverrà obsoleta, potrei prevedere, molto tempo prima che arrivino a una soluzione i problemi da esso così persuasivamente rispecchiati.

Si è già detto di quali mancanze culturali evidenzi l’abuso della metafora bellica in questi giorni per parlare del virus e del contrasto al suo dilagare. Questo lessico della guerra sottolinea l’impossibilità dell’Occidente di concepire un potere che non sia verticistico, gerarchico e maschio, in uniforme, e una società organizzata sugli stessi presupposti; un potere sociopatico, come quello dei leader (maschi) che farneticano di “immunità di gregge” o “virus simile all’influenza”. Il prevalere di questo immaginario bellico si accompagna all’offuscamento di una concezione opposta del potere: orizzontale, empatico, rispettoso della differenza e che su questa si fonda per ridurre le disuguaglianze che rendono la nostra società ben lontana dall’essere un “tutto” pacificato. Un potere erotico.

A ben vedere, più che l’epidemia è la quarantena a essere un’ottima metafora: di una vita, la nostra, in cui la fuoriuscita dall’ecosistema è compiuta, arrivata al parossismo.

Parallela alla storia dell’innovazione tecnologica capitalista si potrebbe scrivere la storia della disaccumulazione di conoscenze e capacità precapitaliste, che è la premessa su cui il capitalismo ha costruito lo sfruttamento del nostro lavoro. La capacità di leggere gli elementi, di scoprire le proprietà medicinali di piante e fiori, di trarre sostentamento dalla terra, vivere nei boschi e nelle foreste, farsi guidare dalle stelle e dai venti lungo le strade e sui mari era e resta una fonte di “autonomia” che doveva essere distrutta.
(Silvia Federici, Re-enchanting the World: Feminism and the Politics of the Commons)

In questi giorni diversi amici con cui sono in contatto mi raccontano i loro sogni. In quarantena la vita onirica è diventata improvvisamente importantissima, un autentico evento. Ho notato che le persone con cui parlo fanno dei sogni che sono variazioni sul tema di una stessa visione. Sognano una Terra di nuovo rigogliosa dopo anni dalla fine della pandemia; sognano di andare a popolare un altro pianeta portando con sé alcuni altri animali; oppure sognano di essere al mare, sentire il vento addosso, nuotare. Sarebbe facile parlare di inconscio collettivo davanti a queste “coincidenze”.

Sarebbe meno facile cercare di capire cosa voglia dire sognare la Terra e i suoi abitanti non umani così, oggi, visto che da sempre popolano i nostri sogni e le nostre veglie, ma è solo nei recenti secoli che ci siamo davvero separati da loro nel nostro quotidiano. E ora tornano a visitarci, di notte e di giorno, fuori e dentro di noi. Un sogno sognato in tanti è solo un sogno? Non sarà forse l’inizio di un’altra cosa, che si chiama politica?

Non è esaltando un primitivismo romantico che ne usciremo. Ma è recuperando i saperi e la qualità delle relazioni distrutti e irrisi dal sistema capitalista che potremo reincantare il mondo, e ricominciare ad abitare il fuori – il cosmo, e l’immaginazione che ci ha dato – sentendocene parte. Solo poggiando sulle nostre emozioni di oggi spiccheremo il volo verso una nuova grammatica politica, e potremo un giorno dire, con Audre Lorde: it feels right to me.

Note